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Francesco Torre

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Aleph - Cronache dal Pianeta Messina

<<La Sicilia, il prodigioso e antichissimo grembo di questa terra contiene, per chi sa trovarlo, l’Aleph, il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi, la storia che contiene tutte le storie…>>. (Vincenzo Consolo)
January 17

VIAGGIO ALL'INTERNO DELL'HOSPICE FANTASMA

Sedia a rotelle mai messa in funzione (ft) Messina. 206 milioni di euro stanziati dal Ministero della Salute nel 1999 tramite la legge 39. Altri 100 milioni aggiunti dalla Finanziaria 2007. Queste le cifre messe sul tavolo dal Governo Nazionale per la realizzazione dei cosiddetti Hospice, ovvero strutture sanitarie residenziali per malati terminali, dove poter applicare la terapia del dolore e fornire assistenza sociale e psicologica sia ai pazienti che ai loro familiari. Ma con quali risultati?

Secondo i dati forniti dalla Federazione Cure Palliative Onlus, i posti letto in Hospice realizzati e resi operativi dal 1999 ad oggi nella Regione Lombardia sono 548. In Emilia Romagna 218. Nel Lazio 217. In Sicilia 44. A Messina 0.

Dati sconcertanti, su cui adesso prova a vederci chiaro anche la Corte dei Conti, tramite un’inchiesta che mira ad accertare le responsabilità di questo ennesimo spreco di denaro pubblico. Perché di questo si tratta.

Uno dei 10 posti letto dell'Hospice del Papardo (ft) Poltrone e divani ancora incellofanati, barelle e sedie a rotelle nuove di zecca e mai utilizzate, cucine componibili con tanto di elettrodomestici di marca, tavoli e sedie accatastati nelle sale dedicate all’ospitalità dei familiari dei pazienti. Questo ed altro si può trovare nel padiglione dell’Ospedale Papardo adibito alla realizzazione di uno dei due Hospice cittadini (l’altro è al Policlinico, e comprende 7 posti letto). Appartamenti pienamente arredati, funzionanti, rifiniti, autonomi, che hanno solo un unico grande difetto: non sono mai stati inaugurati.

 

Anche una cucina componibile nel reparto (ft) La porta dell’Hospice del Papardo è chiusa col catenaccio. Il funzionario che gentilmente ci accompagna a visitare il reparto non riesce a trovare la chiave giusta, forse ha preso il mazzo sbagliato. D’altra parte, qui non è mai entrato nessun paziente. «Ecco la stanza da letto con il bagno autonomo. Qui invece c’è la cucina e questa è la sala degli ospiti». Mentre percorriamo il lungo corridoio e guardiamo furtivamente dentro le varie stanze, ci sembra di essere ad uno di quegli appuntamenti organizzati dalle agenzie immobiliari per mostrare una casa privata in vendita ad un possibile cliente. Ma il funzionario che ci accompagna non è un agente, né io interessato all’acquisto. E soprattutto, ci troviamo all’interno di una struttura sanitaria pubblica.

Una stanza per le visite mediche (ft) Sulla sinistra del corridoio si snodano 10 stanze da letto, tutte uguali, ammobiliate con gli stessi elementi d’arredo: un letto ospedaliero in legno chiuso ai lati da doghe di sicurezza; un comodino col vassoio portavivande incorporato; due comode poltrone; un tavolo con due sedie; un armadio capiente con un vano per il televisore. Insomma, un ambiente molto confortevole, rilassante, sapientemente rifinito con colori tenui e con un’illuminazione non invasiva. Molto al di sopra dello standard medio al quale ci hanno abituato gli ospedali pubblici, con quei neon sparati al centro delle stanze e il terribile mix di plastica e metallo per letti, sedie e comodini. Un ultimo dettaglio colpisce la nostra attenzione. Sopra il letto, ancora confezionato e con il logo del Ministero dell’Interno stampato in evidenza, è appoggiato un cuscino classificato come “Guanciale Paradiso”, il quale viene presentato dal produttore come “ignifugo, traspirante, lavabile in acqua fino a 60°, in fibra atossica, igienico, anallergico ed ecologico”. Un toccasana, praticamente.

Sedie accatastate nella stanza dei familiari (ft) A destra del corridoio, invece, tutti gli ambienti comuni: le cucine, la sala per le visite, quella adibita all’ospitalità dei parenti dei pazienti, altri spazi per le cure mediche. Molti sono gli attrezzi ancora infilati negli scatoloni, le poltrone ed i tavoli accatastati, le sedie a rotelle messe in un angolo in attesa di venire utilizzate. C’è anche una speciale e costosissima barella, acquistata per trasportare il paziente dalla propria camera alla sala per il bagno e immergerlo direttamente all’interno di una grande e attrezzata vasca, anch’essa ovviamente ancora incellofanata.

 

Speciale barella per immergere il paziente nella vasca (ft) Tutto acquistato con soldi pubblici (oltre 1 milione di euro) e con il proposito di concedere a qualsiasi malato terminale oncologico, soprattutto chi non è nelle condizioni di poter essere assistito domiciliarmente, il diritto di vivere il dolore con dignità e nel modo meno traumatico possibile. Ma mai messo in funzione.

E allora che si rispengano le luci, che si richiudano le porte con il catenaccio, che tornino il buio e il silenzio ad occultare questo spreco, a nascondere la polvere che si deposita sul pavimento, a bloccare l’accesso alla solidarietà e alla cultura dell’uguaglianza. Lasciamo che a parlare siano solo gli interessi di parte e l’indifferenza sociale, evidentemente le uniche voci autorevoli al giorno d’oggi, per l’assessorato regionale alla sanità, assieme a quelle di bilancio.

IL DIRETTORE SIRNA: «VOGLIAMO CHIAREZZA DALLA REGIONE»

«L’ass. Russo ci dica chi deve gestire l’Hospice. Noi pronti ad aprire anche domani»

Il Guanciale Paradiso (ft) Messina. «L’Hospice vorrei e potrei aprirlo anche domani stesso». Non usa mezzi termini il Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera Papardo, dott. Gaetano Sirna, che su questo argomento da mesi ormai pungola l’assessorato regionale alla sanità per avere chiarezza sui reali motivi di questa vergognosa impasse. Perché la difficoltà principale sembra essere di natura burocratica e gestionale, ma di fatto è anche e soprattutto economica. «In pratica ancora non si è capito chi deve gestire l’Hospice», ci spiega Sirna, appena tornato dall’ennesima riunione palermitana per perorare l’apertura del reparto, «se l’Azienda Papardo, la Fondazione Polo Oncologico d’Eccellenza di recente costituzione (e già finita nel tritacarne dei tagli effettuati dall’assessore Russo, nda) o la locale Asl di riferimento, come peraltro previsto dalla normativa vigente. E non è una questione di poco conto perché da questo dipende l’onere economico dell’Hospice». Onere economico che, tradotto in parole povere, significa assunzione di infermieri, assistenti sociali, psicologi, e poi spese per servizi e utenze. Un problema che, almeno al Papardo, pare però non esserci. «Da noi l’Hospice sarebbe a costo zero – afferma Sirna – perché ci limiteremmo a spostare il personale da un reparto all’altro. E comunque a tal proposito ho già presentato alla Regione qualche mese fa un progetto a basso budget che integrava la presenza dell’Hospice con l’assistenza a domicilio, e aspetto ancora di ricevere una risposta istituzionale».

Servizi igienici a norma ed efficienti (ft) E i pazienti? In buona parte riescono ad essere assistiti a casa, un servizio che costa all’Asl circa 800/900 mila euro l’anno e non sempre si presenta come adeguato alle esigenze del malato terminale oncologico. Per esempio, l’assistenza domiciliare non garantisce il supporto sociale e psicologico, e non consente nemmeno di effettuare la terapia antalgica, ovvero la cosiddetta “terapia del dolore”, cioè proprio quegli elementi che erano alla base della creazione degli Hospice. E questo nella stragrande maggioranza dei casi impedisce ai malati di poter condurre gli ultimi giorni della propria esistenza nella migliore maniera possibile, cioè senza dolore, senza rimpianti, senza falsa compassione, senza pudori né commiserazione, ma con la dignità che ogni essere umano merita. O meriterebbe. Anche a Messina.

December 29

Le immagini del terremoto, così il sisma raccontato da Alinari

La commemorazione del centenario di un terremoto come quello che, nel 1908, ha segnato in maniera indelebile i destini delle città di Messina e Reggio Calabria, rappresenta senza alcun dubbio una preziosa occasione per riflettere su uno degli eventi più catastrofici che hanno colpito l’Europa in epoca moderna. Soprattutto in considerazione dell’evoluzione scientifica in ambito geofisico che oggi consente di monitorare con estrema precisione i processi tettonici a grande scala che modellano il paesaggio delle due sponde e dunque di studiare quelle incredibili e un secolo fa oscure forze sotterranee che hanno scatenato l’immane cataclisma. Perché se è vero che quello che avvenne a poche ore dall’alba del 28 dicembre di cento anni fa, nel clima spensierato delle festività più attese dell’anno, fu un evento di una rarità eccezionale, è altrettanto vero che alla base di una tragedia di tali dimensioni (oltre 100.000 vittime tra Sicilia e Calabria) è possibile e doveroso rintracciate delle responsabilità oggettive, offrendo per esempio delle spiegazioni tecniche ai tanti crolli che hanno sepolto quasi per intero le due città che si affacciano sullo Stretto e i loro abitanti.

Nasce proprio con questo obiettivo “Terremoto Calabro Messinese 1908/2008” (con testi di R. Azzaro, C. Piccioni, G. Valensise, pp. 176, € 40), il volume fotografico edito in questi giorni da Alinari e realizzato in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. A costituire la base documentale dell’opera, 126 scatti che i tre curatori hanno selezionato dagli sterminati cataloghi della storica casa editrice fiorentina, dell’Archivio di Stato e dello stesso INGV. Una scelta basata su criteri di qualità e rappresentatività delle immagini, intesa a dare ampia descrizione delle quattro sezioni che compongono il libro: effetti sull’edificato, effetti sull’ambiente, il ruolo dei soccorsi, la ricostruzione.

«La forza del volume sta proprio nel fatto che le immagini vengono proposte secondo una certa logica che aiuta anche i non addetti ai lavori ad inquadrare i vari aspetti del terremoto e a coglierne sfumature non ovvie», ci racconta Gianluca Valensise, Direttore della Sezione Sismologia e Tettonofisica dell’INGV, tra i curatori del volume. Ed in effetti il libro, in questo senso davvero divulgativo, si presenta al lettore come uno straordinario racconto per immagini che inizia con la descrizione di una società in piena Belle Epoque, che guardava al futuro con fiducia e ottimismo, presa com’era dagli effetti benefici del progresso tecnologico, del boom industriale, del commercio, e termina con la costruzione delle baracche, triste ritorno ad una parvenza di normalità. In mezzo, il terremoto, le rovine, i crolli. Diversi in funzione della tecnica costruttiva degli edificati. E raccontati con ricchezza di particolari in ampie didascalie che costituiscono il vero pregio dell’opera, ciò che la distingue da tutte le altre già pubblicate sull’argomento. «Un conto è mostrare solo l’orrore dei crolli, un conto è anche spiegare con parole semplici perché quel crollo è avvenuto», conferma a questo proposito Valensise, che sui terribili eventi del 1908, aldilà delle responsabilità sui mancati soccorsi, sui vergognosi ritardi e sulle responsabilità politiche – tutti argomenti che lasciamo ai dibattiti storiografici – ha una convinzione incrollabile: «Si è trattato di un terremoto molto raro, ma l’entità dei suoi effetti è stata aumentata grandemente dallo spaventoso grado di impreparazione del tessuto urbanistico e sociale del tempo».

Un’affermazione che, alla luce dello scempio edilizio che ha investito il territorio in questione dal secondo dopoguerra ad oggi, ci pone inevitabilmente un inquietante interrogativo: se oggi dovesse verificarsi un terremoto di uguale portata farebbe lo stesso numero di vittime, oppure le due città di Messina e Reggio sono molto più attrezzate a livello di prevenzione antisismica e struttura degli edifici? «Oggi i centri storici probabilmente reggerebbero molto meglio l'impatto di un nuovo 1908 – ammette Valensise - ma non credo lo stesso si possa dire per le zone di sviluppo più recente e per le costruzioni abusive. Questo, unito al fatto che la popolazione è più che raddoppiata da allora, ci fa temere che un nuovo 1908 potrebbe avere di nuovo effetti disastrosi, e questo non è tollerabile. Il rispetto delle norme urbanistiche», conclude il sismologo, «dovrebbe essere uno dei pilastri delle società evolute». Già, dovrebbe.

November 27

Spiagge, scenario vergognoso tra rifiuti, incuria e abbandono

12 - Dettaglio sui rifiuti di Torre Faro (ft)Messina. Sono passate diverse settimane dalla fine dell’estate. Degli stabilimenti balneari ormai non rimangono che gli scheletri, i litorali sono stati nuovamente presi d’assalto dai pendolari, da chi va e viene dai borghi marinari e dai villaggi perché non vuole privarsi neanche d’inverno della vista e dell’odore del mare, e sulle spiagge l’unica presenza umana è rappresentata da incrollabili pescatori e sparute coppiette di innamorati. Ma in una splendida mattinata come quella del 14 novembre, come sarebbe bello poter stare a pochi passi dalla riva a prendere il sole, abbandonare il caos della città e lasciarsi cullare dal ritmico suono delle onde. Già, sarebbe. Perché basta solo avvicinarsi alle piazzole di sosta dislocate in diversi punti del litorale nord che da Contemplazione giunge a Torre Faro per capire che rispetto a quanto abbiamo rilevato e fotografato circa 10 mesi fa (“Litorali nel degrado – Continua lo scempio dei rifiuti”, Qds del 25 gennaio 2008) non è cambiato assolutamente nulla, e che le spiagge cittadine continuano ad essere utilizzate per 9 mesi all’anno come delle vere e proprie discariche all’aperto, dove è possibile trovare di tutto.

06 - A Sant'Agata rifiuti di ogni genere a pochi passi dalla battigia (ft) “I turisti vengono pieni di curiosità, facciamoli tornare pieni di entusiasmo”. Così recita uno dei 4 slogan della nuova campagna pubblicitaria a favore del turismo lanciata dalla Regione Siciliana, costata la bellezza di 800 mila euro. Una campagna rivolta direttamente ai cittadini siciliani, evidentemente considerati da chi li governa bifolchi, incivili e senza alcuno spirito di ospitalità, come dimostrano gli altri slogan, tra cui si segnala “Gentilezza, simpatia, accoglienza. I migliori investimenti sul turismo”. Beh, sul merito di questa affermazione qualcosa da obiettare effettivamente ci sarebbe. Se anche i messinesi si prendessero la briga di accompagnare mano nella mano i tanti croceristi che approdano in riva allo Stretto lungo il magnifico litorale della riviera nord, davanti ai cumuli di immondizia di Sant’Agata o all’orribile puzzo di liquami di Torre Faro, nel lungomare che conduce al borgo, basterebbe un sorriso e una pacca sulla schiena per farli ritornare, come suggerisce lo slogan citato in precedenza, “pieni di entusiasmo”?

01 - Argini crollati nella piazzola di sosta di Contemplazione (ft) CONTEMPLAZIONE. A onor del vero, molti i lavori effettuati da parte degli enti locali nell’ultimo periodo per cambiare il volto della Riviera Nord, come la realizzazione di una lunga pista ciclabile e di piazzole di sosta. Il nostro itinerario fotografico parte proprio da una di queste aree verdi,03 - ...e rifiuti pericolosi (ft) e da una triste constatazione. Non dovevano essere esattamente dei geni quel progettista e quel direttore dei lavori che hanno posto gli argini della piazzola di Contemplazione direttamente sulla base sabbiosa della riva.  Non era difficile, infatti, pronosticare che di lì a poco, come dimostrano le foto, quell’argine sarebbe franato, precipitando sull’arenile, dove peraltro troviamo rifiuti di ogni genere e anche una bella tavoletta di legno da cui sporgono tanti chiodi arrugginiti. Chissà se, con la giusta accoglienza, anche questi dettagli potrebbero riempire di entusiasmo i turisti.

05 - L'incredibile deposito di masserizie a Sant'Agata (ft) SANT’AGATA. Che la spiaggia a ridosso della Piscina e dei cantieri navali di Sant’Agata fosse da sempre un immondezzaio lo sapevamo da tempo. 07 - Una piccola fogna a cielo aperto a Sant'Agata (ft)Qui è stato e continua ad essere consentito a rom e viandanti di passaggio di sostare con i propri camper, depositare nei paraggi tutti i rifiuti prodotti, compresi quelli organici, e andare via indisturbati. Per cui non ci sorprende vedere cataste di rifiuti nel piccolo parcheggio antistante la spiaggia.  Ci disturba maggiormente, perché non aspettato, l’orribile puzzo che proviene dai liquami giunti fino alla riva dal torrente sovrastante. Liquami che hanno finito per scavare una strada sulla sabbia e si riversano indistrubati a mare. Raccomandazione per i cittadini: nel comunicare ai turisti che a breve in quella porzione di spiaggia ci sarà divieto di balneazione cercate di essere “accoglienti”, magari predisponendo delle mascherine per evitare di venire sommersi dal terribile olezzo.

10 - ...spaventoso sotto (ft) TORRE FARO. Qui invece, anche volendo, credo che non 17 - Decine di migliaia di euro spesi per i canneti, ora trasformati in cassonetti (ft)basterà tutta la simpatia di questo mondo per coprire tanto orrore. Il nuovo lungomare è terminato, è vero, e la vista dello Stretto è davvero mozzafiato, ma basta affacciarsi dalla balaustra e guardare la riva per rimanere attoniti: non un centimetro di sabbia che non sia coperto da rifiuti, detriti, suppellettili, anche carcasse di elettrodomestici. E andando verso il Pilone la situazione certo non migliora.  Anzi. Migliaia e migliaia di euro sono quelli investiti dall’Unione Europea per realizzare la passeggiata tra le dune di Capo Peloro. Peccato che i canneti dove dovrebbero sorgere le dune siano stati scambiati per cassonetti dell’immondizia.

Certo, qui parlare d’inciviltà si può e si deve. Ma quando i cestini sulla spiaggia straripano, come mostrano le foto, e i rifiuti non vengono raccolti, forse bisogna ripensare in termini di investimenti. Chissà che non sia il caso, infatti, di rinunciare a qualche sorriso e alle strette di mano e finanziare piuttosto dei piani di manutenzione ordinaria – e ribadiamo ordinaria – delle spiagge. Chissà.

 

13 - Anche carcasse di elettrodomestici sul bagnasciuga (ft) Messina. Finora abbiamo preso di mira la campagna pubblicitaria lanciata dall’assessore regionale Bufardeci, ma è giusto chiarire, a scanso di equivoci, che la competenza specifica sulle spiagge pubbliche ricade unicamente sui Comuni. Nel caso specifico, una manutenzione ordinaria delle spiagge, a Palazzo Zanca, contrariamente ad ogni logica turistica ma anche ambientalista, non è mai stata prevista, e la pulizia delle stesse, delegata a MessinAmbiente o all’Ato3, viene così svolta una tantum, perlopiù in prossimità della bella stagione, tramite finanziamenti straordinari.

 

16 - Sotto il Pilone, cestini stracolmi e non raccolti (ft) «E’ vero, attualmente c’è un vuoto sia sul piano dei regolamenti, in quanto manca un Piano Spiagge, sia su quello della fattibilità degli interventi, perché non abbiamo una squadra che pulisce i litorali», conferma l’assessore comunale alle Politiche del Mare Pippò Isgrò. «Stiamo però già lavorando all’elaborazione di un Piano che riguardi la gestione, la valorizzazione e la manutenzione delle spiagge – continua l’assessore - un Piano redatto di concerto con i Quartieri, già sensibilizzati sull’argomento tramite una nota del nostro consulente esterno ing. Di Sarcina, e con i gestori dei lidi balneari, che dovrebbero curare le spiagge in concessione 365 giorni l’anno e non solo durante il periodo estivo. Non sarà facile sbrogliare la matassa – conclude Isgrò - anche perché sulle spiagge convergono le competenze di molti enti pubblici, ma penso entro breve di riuscire concretamente a trovare una soluzione anche con le poche risorse disponibili a Palazzo Zanca».

11 - Un'interminabile distesa di rifiuti a Torre Faro rovina uno scenario unico al mondo (ft) Da parte nostra, non possiamo che valutare positivamente quest’apertura, e sperare che il Comune finalmente si decida ad intervenire perché scempi come quelli mostrati dalle foto a corredo di questo articolo non possano presentarsi mai più né agli occhi dei turisti né tantomeno a quelli dei cittadini. Perché difendere le spiagge non significa soltanto salvaguardare un bene pubblico, ma conservare nel tempo la memoria storica della città e dei suoi cittadini, e contestualmente mantenere intatto un immaginario comune, che appartiene anche a chi vede Messina per la prima volta, perché ne conservi sempre nel cuore e negli occhi un ricordo che sia all’altezza di uno scenario naturale unico al mondo.

Francesco Torre

November 16

ECCO A VOI… IL PALACULTURA!

In esclusiva, le prime foto della ex “regina delle incompiute”

Evoluzione del PalaCultura lato Viale Boccetta, da gennaio ad ottobre 2008 (ft) Messina. 33 anni dal primo progetto, due appalti, 48 miliardi delle vecchie lire erogati. Sono numeri che pesano quelli impressi nella memoria storica della città alla voce “PalaCultura”, l’immensa struttura di 3.500 metri quadri di ampiezza per 6 piani (più uno interrato) di altezza che si affaccia da un lato sulla Via XXIV Maggio e dall’altro sul Viale Boccetta, giusto di fronte alla duecentesca Chiesa di San Francesco all’Immacolata.

Evoluzione del PalaCultura lato Via XXIV Maggio, da ottobre 2007 ad ottobre 2008 (ft) In città l’avevano ribattezzata “la Regina delle incompiute”, innanzitutto per una questione anagrafica, dato che il primo progetto risale addirittura al 1975, ma soprattutto per la lunga serie di varianti e procedure d’appalto che negli anni avevano reso la sua costruzione più una leggenda che una speranza.

 

Una saletta da 140 posti per le associazioni culturali (ft) Eppure adesso il PalaCultura è lì, sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi anni l’abbiamo visto erigersi, mattone su mattone, e ne abbiamo potuto seguire tutte le fasi di sviluppo. Ci siamo trovati a storcere il naso quando abbiamo visto il colore della facciata, o la rigidità dell’intera struttura, e poi a sorprenderci quando i piani inferiori venivano rivestiti interamente da pareti a vetri, e su Via XXIV Maggio – l’antica Via dei Monasteri - delle colorate scale mobili davano una più moderna connotazione al paesaggio urbano dell’intero quartiere.

 

Parte dell'ingresso (ft) Insomma, la “Regina delle incompiute messinesi” si sta miracolosamente trasformando in realtà, e questo – bisogna darne atto – è merito della serietà della ditta vincitrice dell’ultimo appalto, l’impresa Cosedil di Santa Venerina, capofila dell’Ati Consorzio Infrastrutture, impegnata in questi mesi nell’ultimazione dei lavori interni, dall’impiantistica alla pavimentazione, dagli arredi all’illuminazione. A quando la consegna definitiva dei lavori? Entro l’anno, questa la promessa dell’ing Aldo D’Amore, coprogettista e direttore dei lavori, che assieme agli ingegneri Francesco Celeste (collaboratore dei progettisti e della direzione dei lavori per il sistema impiantistico) e Salvatore Sciacca (collaboratore dei progettisti e della direzione dei lavori per le opere civili e architettoniche), e con il supporto tecnico dell’ing. Serafino Di Fazio dell’impresa Cosedil, ci ha accompagnato all’interno della struttura per effettuare in esclusiva un reportage fotografico e mostrare finalmente alla città come sarà il PalaCultura “visto da dentro”.

L'Auditorium da 830 posti (ft) Così, una volta entrati nel cantiere, visitiamo subito la grande hall che si affaccia su Viale Boccetta, spaziosa e luminosa, che presto accoglierà la biglietteria e che conduce all’Auditorium da 830 posti, vero pezzo forte dell’intera struttura, atteso da anni da molteplici soggetti pubblici e privati vista la carenza di strutture polivalenti di queste dimensioni in città. Polivalente, però, stando a quanto ci dice l’ing. D’Amore, l’Auditorium del PalaCultura purtroppo lo sarà solo fino a un certo punto: «allo stato attuale delle cose», confessa infatti il Direttore dei lavori, «la sala ha bisogno di alcune migliorie a livello di acustica per l’utilizzo a fini concertistici, mentre bisogna escludere – per motivi strutturali – che esso possa essere utilizzato come sala cinematografica». Una brutta batosta per quelle associazioni messinesi, di cultura musicale e cinematografica, che tanto aspettavano la struttura per poter abbassare i costi di gestione ed investire in termini di programmazione e sviluppo culturale, ma soprattutto una scelta di progettazione onestamente quantomeno discutibile.

Sala lettura al primo piano (ft) Nell’Auditorium, comunque, i lavori allo stato attuale sono altro che completati, con i ponteggi ancora montati e gli operai su tutta l’area, così concludiamo il giro del piano terra con la visita ad una saletta da 70 posti, che nelle intenzioni del progettista dovrebbe essere dedicata all’attività delle associazioni culturali, così come la sala gemella, ma di grandezza doppia (140 posti) al primo piano. Primo piano che, comunque, ospiterà in tutta la sua grandezza la Biblioteca Comunale. Qui è già possibile notare il montacarichi per i libri e le belle e ampie sale di lettura che si affacciano sul Viale Boccetta. E proprio da questa posizione ci inerpichiamo fino al secondo piano, che contiene un’altra area espositiva di grandi dimensioni, per poi giungere alla terrazza di 1.500 metri quadri, spazio enorme per relax e attività all’aperto, con un’arena da 400 posti. Il colpo d’occhio è Veduta della Chiesa all'Immacolata dalla sala lettura (ft)notevole anche se è impossibile non prevedere una difficile utilizzazione dell’area a fini culturali. Ma questa sarà una questione gestionale che competerà al Comune. Comune il quale, furbescamente, si è  tenuto per sé i 3 piani più alti della struttura, per realizzare quegli uffici che permetterebbero di operare quell’azione di risparmio sugli affitti delle sedi decentrate che oggi più che mai – per le asfittiche casse di Palazzo Zanca – si rivela di importanza fondamentale. Visitiamo gli uffici, grandi, comodi, “a elle”, e dalle finestre ci godiamo il panorama della città. Una vista formidabile, con lo Stretto e la Falce a fare da sfondo, che ci ricorda la bellezza di un paesaggio naturale unico al mondo. Peccato che per godere di questo panorama si è dovuto attendere 33 anni. Quanto tempo passerà invece per l’inaugurazione?

ANCORA IMPOSSIBILE PREVEDERE UNA DATA D’INAUGURAZIONE

Il Comune attivi sin da subito le procedure per le autorizzazioni e rediga un regolamento per la gestione

La grande arena all'aperto (ft) Messina. «La data dell’inaugurazione è un’incognita». Non vuole sbilanciarsi l’ing. Aldo D’Amore, e d’altra parte come potrebbe farlo? Una volta consegnata l’opera, infatti, il Comune dovrà provvedere a chiedere tutte le autorizzazioni necessarie e ad arredare tutti gli interni, e forse per questo sarà obbligato ad avviare una nuova procedura d’appalto pubblico, con i tempi burocratici che tutti conosciamo. E poi si dovrà trasferire la biblioteca, il materiale degli uffici comunali, gli archivi, insomma i 33 anni di gestazione potrebbero trasformarsi facilmente in 34, o 35, ma anche di più se l’amministrazione non si darà una mossa.

Gradinata all'aperto da 400 posti (ft) Eppure quanto tempo occorrerebbe in un contesto sano per costruire un’opera del genere? D’Amore non ha dubbi: «Non più di 4 anni», che poi è più o meno il tempo servito alla Cosedil per realizzare il secondo e definitivo lotto di lavori, cominciati tra il 2003 ed il 2004. Di chi dunque le responsabilità di tutti questi ritardi, del pubblico che non ha gestito come doveva gli appalti o del privato che ha tentato di speculare alle spalle dei contribuenti? «Del “sistema Italia”», risponde il Direttore dei lavori, lasciando intendere che tra pubblico e privato, nel caso in questione ma un po’ in tutte le procedure che riguardano la costruzione di grandi opere pubbliche, le responsabilità siano congiunte e spesso indistinguibili.

Uffici comunali ai piani alti del PalaCultura (ft) A proposito di responsabilità comunali: che senso ha a questo punto, con l’opera già finita, attendere ancora prima di procedere alla gara d’appalto per gli arredi e alla redazione di un regolamento per la gestione della struttura? «Il nostro lavoro finisce nel momento in cui consegneremo il Palazzo al Comune», conclude candidamente D’Amore, «per il resto da cittadini messinesi possiamo solo augurarci che non si perda tempo e soprattutto che la struttura venga gestita al meglio, secondo quelle che sono le proprie potenzialità».

 

 

Francesco Torre

TERREMOTO: ANCORA ALTISSIMO IL RISCHIO SISMICO IN CITTA’

Tutti d’accordo: Messina inadeguata alla gestione di una nuova emergenza

Messina. A cento anni dal terremoto del 28 dicembre del 1908 che causò 120 mila vittime il rischio sismico nella città dello Stretto rimane altissimo. E' quanto emerso da una relazione dell'Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra) presentato al convegno dal titolo “Cento anni dopo il terremoto del 1908. Gli effetti allora e il rischio ambientale oggi nell’area dello Stretto”, svoltosi mercoledì 12 novembre scorso alla sede della Provincia Regionale di Messina.

L’appuntamento, che rientrava tra gli eventi dedicati all’Anno internazionale del pianeta Terra, iniziativa promossa dall’ONU e patrocinata dall’UNESCO e dall’Unione Internazionale di Scienze Geologiche, è stato estremamente utile per ricordare – mentre i sindaci di Messina e Reggio si incontrano per organizzare fiaccolate e strombazzamenti nel giorno della memoria – che il centenario dalla catastrofe del 1908 dovrebbe innanzitutto diventare un momento di riflessione sulle criticità geologiche di tutta l’area dello Stretto, ieri come oggi, e sulle modalità concrete per abbassare, perché non sarà mai possibile eliminare del tutto, il rischio di una nuova tragedia.

Secondo quanto riportato dal commissario dell’Ispra Vincenzo Grimaldi, infatti, Messina resta ancora una città ad «altissimo rischio sismico per l'intenso sviluppo urbano che si concentra nelle aree costiere», che negli anni «ha reso concreta la possibilità che una nuova calamità naturale possa essere ancora più disastrosa di quella di cento anni fa».

Dello stesso parere, però, ad onor del vero, non è Giuseppe Giunta, docente di Geologia dell’Università di Palermo, anch’egli relatore al convegno, il quale pur ammettendo che il rischio rimane a tutt’oggi alto, ha affermato che «rispetto al 1908, ci sono tentativi di protezione civile molto avanzati e quindi si può tentare di prevenire».

La prevenzione, ecco l’azione a cui punta in sostanza l’azione dell’Ispra: «Il nostro obiettivo – ha spiegato Grimaldi – è proprio quello di trarre vantaggio dall’insieme di studi scientifici e dai metodi d’indagine più moderni per individuare con chiarezza le aree maggiormente vulnerabili del territorio dove è urgente adottare misure di prevenzione».

Particolarmente preoccupato sullo stesso versante è anche l’Ing. Capo del Genio Civile di Messina Gaetano Sciacca, secondo cui la città «non è sicuramente preparata ad un nuovo evento di tale portata, prova ne sia che anche eventi meteorologici modesti mettono in crisi sia la popolazione che gli addetti alla protezione civile. Nonostante vengano organizzate spesso esercitazioni di protezione civile – evidenzia ancora l’Ing. Capo del Genio Civile - siamo ben lontani dal ritenerci preparati alla gestione dell’emergenza».

IL QUADRO NORMATIVO DI RIFERIMENTO

MESSINA. Le norme che disciplinano le costruzioni in zona sismica sono la L. 2/2/74 n° 64 e relativi decreti attuativi. Le opere con struttura intelaiata in cemento armato, cemento armato precompresso o metallica sono inoltre soggette alle prescrizioni di cui alla L. 5/11/1971 n° 1086, mentre si fa riferimento al D.M. 20/11/1987 per quelle in muratura.

L’autorizzazione all’inizio dei lavori è rilasciata dall’Ufficio del Genio Civile a norma dell’art. 18 della L. 64/74. Va comunque precisato che l’esecuzione dei lavori, ai sensi dell’art. 32 della L.R. 19/05/2003 n. 7, può comunque essere avviata a seguito di attestazione di avvenuta presentazione del progetto rilasciata dallo stesso Ufficio del Genio Civile.

Per quanto attiene la vigilanza per l’osservanza delle norme tecniche di edilizia antisismica, l’art. 29 della medesima L. 64/74, individua in tutti gli Ufficiali di Polizia Giudiziaria i soggetti tenuti ad accertare il rispetto delle suddette norme. Successivamente gli stessi Ufficiali di P.G., accertata l’eventuale violazione, inviano il processo verbale all’Ufficio del Genio Civile, che trasmette le proprie deduzioni alla Procura della Repubblica competente, cui viene demandata la definizione del procedimento.

Francesco Torre

 
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