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    January 17

    VIAGGIO ALL'INTERNO DELL'HOSPICE FANTASMA

    Sedia a rotelle mai messa in funzione (ft) Messina. 206 milioni di euro stanziati dal Ministero della Salute nel 1999 tramite la legge 39. Altri 100 milioni aggiunti dalla Finanziaria 2007. Queste le cifre messe sul tavolo dal Governo Nazionale per la realizzazione dei cosiddetti Hospice, ovvero strutture sanitarie residenziali per malati terminali, dove poter applicare la terapia del dolore e fornire assistenza sociale e psicologica sia ai pazienti che ai loro familiari. Ma con quali risultati?

    Secondo i dati forniti dalla Federazione Cure Palliative Onlus, i posti letto in Hospice realizzati e resi operativi dal 1999 ad oggi nella Regione Lombardia sono 548. In Emilia Romagna 218. Nel Lazio 217. In Sicilia 44. A Messina 0.

    Dati sconcertanti, su cui adesso prova a vederci chiaro anche la Corte dei Conti, tramite un’inchiesta che mira ad accertare le responsabilità di questo ennesimo spreco di denaro pubblico. Perché di questo si tratta.

    Uno dei 10 posti letto dell'Hospice del Papardo (ft) Poltrone e divani ancora incellofanati, barelle e sedie a rotelle nuove di zecca e mai utilizzate, cucine componibili con tanto di elettrodomestici di marca, tavoli e sedie accatastati nelle sale dedicate all’ospitalità dei familiari dei pazienti. Questo ed altro si può trovare nel padiglione dell’Ospedale Papardo adibito alla realizzazione di uno dei due Hospice cittadini (l’altro è al Policlinico, e comprende 7 posti letto). Appartamenti pienamente arredati, funzionanti, rifiniti, autonomi, che hanno solo un unico grande difetto: non sono mai stati inaugurati.

     

    Anche una cucina componibile nel reparto (ft) La porta dell’Hospice del Papardo è chiusa col catenaccio. Il funzionario che gentilmente ci accompagna a visitare il reparto non riesce a trovare la chiave giusta, forse ha preso il mazzo sbagliato. D’altra parte, qui non è mai entrato nessun paziente. «Ecco la stanza da letto con il bagno autonomo. Qui invece c’è la cucina e questa è la sala degli ospiti». Mentre percorriamo il lungo corridoio e guardiamo furtivamente dentro le varie stanze, ci sembra di essere ad uno di quegli appuntamenti organizzati dalle agenzie immobiliari per mostrare una casa privata in vendita ad un possibile cliente. Ma il funzionario che ci accompagna non è un agente, né io interessato all’acquisto. E soprattutto, ci troviamo all’interno di una struttura sanitaria pubblica.

    Una stanza per le visite mediche (ft) Sulla sinistra del corridoio si snodano 10 stanze da letto, tutte uguali, ammobiliate con gli stessi elementi d’arredo: un letto ospedaliero in legno chiuso ai lati da doghe di sicurezza; un comodino col vassoio portavivande incorporato; due comode poltrone; un tavolo con due sedie; un armadio capiente con un vano per il televisore. Insomma, un ambiente molto confortevole, rilassante, sapientemente rifinito con colori tenui e con un’illuminazione non invasiva. Molto al di sopra dello standard medio al quale ci hanno abituato gli ospedali pubblici, con quei neon sparati al centro delle stanze e il terribile mix di plastica e metallo per letti, sedie e comodini. Un ultimo dettaglio colpisce la nostra attenzione. Sopra il letto, ancora confezionato e con il logo del Ministero dell’Interno stampato in evidenza, è appoggiato un cuscino classificato come “Guanciale Paradiso”, il quale viene presentato dal produttore come “ignifugo, traspirante, lavabile in acqua fino a 60°, in fibra atossica, igienico, anallergico ed ecologico”. Un toccasana, praticamente.

    Sedie accatastate nella stanza dei familiari (ft) A destra del corridoio, invece, tutti gli ambienti comuni: le cucine, la sala per le visite, quella adibita all’ospitalità dei parenti dei pazienti, altri spazi per le cure mediche. Molti sono gli attrezzi ancora infilati negli scatoloni, le poltrone ed i tavoli accatastati, le sedie a rotelle messe in un angolo in attesa di venire utilizzate. C’è anche una speciale e costosissima barella, acquistata per trasportare il paziente dalla propria camera alla sala per il bagno e immergerlo direttamente all’interno di una grande e attrezzata vasca, anch’essa ovviamente ancora incellofanata.

     

    Speciale barella per immergere il paziente nella vasca (ft) Tutto acquistato con soldi pubblici (oltre 1 milione di euro) e con il proposito di concedere a qualsiasi malato terminale oncologico, soprattutto chi non è nelle condizioni di poter essere assistito domiciliarmente, il diritto di vivere il dolore con dignità e nel modo meno traumatico possibile. Ma mai messo in funzione.

    E allora che si rispengano le luci, che si richiudano le porte con il catenaccio, che tornino il buio e il silenzio ad occultare questo spreco, a nascondere la polvere che si deposita sul pavimento, a bloccare l’accesso alla solidarietà e alla cultura dell’uguaglianza. Lasciamo che a parlare siano solo gli interessi di parte e l’indifferenza sociale, evidentemente le uniche voci autorevoli al giorno d’oggi, per l’assessorato regionale alla sanità, assieme a quelle di bilancio.

    IL DIRETTORE SIRNA: «VOGLIAMO CHIAREZZA DALLA REGIONE»

    «L’ass. Russo ci dica chi deve gestire l’Hospice. Noi pronti ad aprire anche domani»

    Il Guanciale Paradiso (ft) Messina. «L’Hospice vorrei e potrei aprirlo anche domani stesso». Non usa mezzi termini il Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera Papardo, dott. Gaetano Sirna, che su questo argomento da mesi ormai pungola l’assessorato regionale alla sanità per avere chiarezza sui reali motivi di questa vergognosa impasse. Perché la difficoltà principale sembra essere di natura burocratica e gestionale, ma di fatto è anche e soprattutto economica. «In pratica ancora non si è capito chi deve gestire l’Hospice», ci spiega Sirna, appena tornato dall’ennesima riunione palermitana per perorare l’apertura del reparto, «se l’Azienda Papardo, la Fondazione Polo Oncologico d’Eccellenza di recente costituzione (e già finita nel tritacarne dei tagli effettuati dall’assessore Russo, nda) o la locale Asl di riferimento, come peraltro previsto dalla normativa vigente. E non è una questione di poco conto perché da questo dipende l’onere economico dell’Hospice». Onere economico che, tradotto in parole povere, significa assunzione di infermieri, assistenti sociali, psicologi, e poi spese per servizi e utenze. Un problema che, almeno al Papardo, pare però non esserci. «Da noi l’Hospice sarebbe a costo zero – afferma Sirna – perché ci limiteremmo a spostare il personale da un reparto all’altro. E comunque a tal proposito ho già presentato alla Regione qualche mese fa un progetto a basso budget che integrava la presenza dell’Hospice con l’assistenza a domicilio, e aspetto ancora di ricevere una risposta istituzionale».

    Servizi igienici a norma ed efficienti (ft) E i pazienti? In buona parte riescono ad essere assistiti a casa, un servizio che costa all’Asl circa 800/900 mila euro l’anno e non sempre si presenta come adeguato alle esigenze del malato terminale oncologico. Per esempio, l’assistenza domiciliare non garantisce il supporto sociale e psicologico, e non consente nemmeno di effettuare la terapia antalgica, ovvero la cosiddetta “terapia del dolore”, cioè proprio quegli elementi che erano alla base della creazione degli Hospice. E questo nella stragrande maggioranza dei casi impedisce ai malati di poter condurre gli ultimi giorni della propria esistenza nella migliore maniera possibile, cioè senza dolore, senza rimpianti, senza falsa compassione, senza pudori né commiserazione, ma con la dignità che ogni essere umano merita. O meriterebbe. Anche a Messina.

    December 29

    Le immagini del terremoto, così il sisma raccontato da Alinari

    La commemorazione del centenario di un terremoto come quello che, nel 1908, ha segnato in maniera indelebile i destini delle città di Messina e Reggio Calabria, rappresenta senza alcun dubbio una preziosa occasione per riflettere su uno degli eventi più catastrofici che hanno colpito l’Europa in epoca moderna. Soprattutto in considerazione dell’evoluzione scientifica in ambito geofisico che oggi consente di monitorare con estrema precisione i processi tettonici a grande scala che modellano il paesaggio delle due sponde e dunque di studiare quelle incredibili e un secolo fa oscure forze sotterranee che hanno scatenato l’immane cataclisma. Perché se è vero che quello che avvenne a poche ore dall’alba del 28 dicembre di cento anni fa, nel clima spensierato delle festività più attese dell’anno, fu un evento di una rarità eccezionale, è altrettanto vero che alla base di una tragedia di tali dimensioni (oltre 100.000 vittime tra Sicilia e Calabria) è possibile e doveroso rintracciate delle responsabilità oggettive, offrendo per esempio delle spiegazioni tecniche ai tanti crolli che hanno sepolto quasi per intero le due città che si affacciano sullo Stretto e i loro abitanti.

    Nasce proprio con questo obiettivo “Terremoto Calabro Messinese 1908/2008” (con testi di R. Azzaro, C. Piccioni, G. Valensise, pp. 176, € 40), il volume fotografico edito in questi giorni da Alinari e realizzato in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. A costituire la base documentale dell’opera, 126 scatti che i tre curatori hanno selezionato dagli sterminati cataloghi della storica casa editrice fiorentina, dell’Archivio di Stato e dello stesso INGV. Una scelta basata su criteri di qualità e rappresentatività delle immagini, intesa a dare ampia descrizione delle quattro sezioni che compongono il libro: effetti sull’edificato, effetti sull’ambiente, il ruolo dei soccorsi, la ricostruzione.

    «La forza del volume sta proprio nel fatto che le immagini vengono proposte secondo una certa logica che aiuta anche i non addetti ai lavori ad inquadrare i vari aspetti del terremoto e a coglierne sfumature non ovvie», ci racconta Gianluca Valensise, Direttore della Sezione Sismologia e Tettonofisica dell’INGV, tra i curatori del volume. Ed in effetti il libro, in questo senso davvero divulgativo, si presenta al lettore come uno straordinario racconto per immagini che inizia con la descrizione di una società in piena Belle Epoque, che guardava al futuro con fiducia e ottimismo, presa com’era dagli effetti benefici del progresso tecnologico, del boom industriale, del commercio, e termina con la costruzione delle baracche, triste ritorno ad una parvenza di normalità. In mezzo, il terremoto, le rovine, i crolli. Diversi in funzione della tecnica costruttiva degli edificati. E raccontati con ricchezza di particolari in ampie didascalie che costituiscono il vero pregio dell’opera, ciò che la distingue da tutte le altre già pubblicate sull’argomento. «Un conto è mostrare solo l’orrore dei crolli, un conto è anche spiegare con parole semplici perché quel crollo è avvenuto», conferma a questo proposito Valensise, che sui terribili eventi del 1908, aldilà delle responsabilità sui mancati soccorsi, sui vergognosi ritardi e sulle responsabilità politiche – tutti argomenti che lasciamo ai dibattiti storiografici – ha una convinzione incrollabile: «Si è trattato di un terremoto molto raro, ma l’entità dei suoi effetti è stata aumentata grandemente dallo spaventoso grado di impreparazione del tessuto urbanistico e sociale del tempo».

    Un’affermazione che, alla luce dello scempio edilizio che ha investito il territorio in questione dal secondo dopoguerra ad oggi, ci pone inevitabilmente un inquietante interrogativo: se oggi dovesse verificarsi un terremoto di uguale portata farebbe lo stesso numero di vittime, oppure le due città di Messina e Reggio sono molto più attrezzate a livello di prevenzione antisismica e struttura degli edifici? «Oggi i centri storici probabilmente reggerebbero molto meglio l'impatto di un nuovo 1908 – ammette Valensise - ma non credo lo stesso si possa dire per le zone di sviluppo più recente e per le costruzioni abusive. Questo, unito al fatto che la popolazione è più che raddoppiata da allora, ci fa temere che un nuovo 1908 potrebbe avere di nuovo effetti disastrosi, e questo non è tollerabile. Il rispetto delle norme urbanistiche», conclude il sismologo, «dovrebbe essere uno dei pilastri delle società evolute». Già, dovrebbe.

    November 27

    Spiagge, scenario vergognoso tra rifiuti, incuria e abbandono

    12 - Dettaglio sui rifiuti di Torre Faro (ft)Messina. Sono passate diverse settimane dalla fine dell’estate. Degli stabilimenti balneari ormai non rimangono che gli scheletri, i litorali sono stati nuovamente presi d’assalto dai pendolari, da chi va e viene dai borghi marinari e dai villaggi perché non vuole privarsi neanche d’inverno della vista e dell’odore del mare, e sulle spiagge l’unica presenza umana è rappresentata da incrollabili pescatori e sparute coppiette di innamorati. Ma in una splendida mattinata come quella del 14 novembre, come sarebbe bello poter stare a pochi passi dalla riva a prendere il sole, abbandonare il caos della città e lasciarsi cullare dal ritmico suono delle onde. Già, sarebbe. Perché basta solo avvicinarsi alle piazzole di sosta dislocate in diversi punti del litorale nord che da Contemplazione giunge a Torre Faro per capire che rispetto a quanto abbiamo rilevato e fotografato circa 10 mesi fa (“Litorali nel degrado – Continua lo scempio dei rifiuti”, Qds del 25 gennaio 2008) non è cambiato assolutamente nulla, e che le spiagge cittadine continuano ad essere utilizzate per 9 mesi all’anno come delle vere e proprie discariche all’aperto, dove è possibile trovare di tutto.

    06 - A Sant'Agata rifiuti di ogni genere a pochi passi dalla battigia (ft) “I turisti vengono pieni di curiosità, facciamoli tornare pieni di entusiasmo”. Così recita uno dei 4 slogan della nuova campagna pubblicitaria a favore del turismo lanciata dalla Regione Siciliana, costata la bellezza di 800 mila euro. Una campagna rivolta direttamente ai cittadini siciliani, evidentemente considerati da chi li governa bifolchi, incivili e senza alcuno spirito di ospitalità, come dimostrano gli altri slogan, tra cui si segnala “Gentilezza, simpatia, accoglienza. I migliori investimenti sul turismo”. Beh, sul merito di questa affermazione qualcosa da obiettare effettivamente ci sarebbe. Se anche i messinesi si prendessero la briga di accompagnare mano nella mano i tanti croceristi che approdano in riva allo Stretto lungo il magnifico litorale della riviera nord, davanti ai cumuli di immondizia di Sant’Agata o all’orribile puzzo di liquami di Torre Faro, nel lungomare che conduce al borgo, basterebbe un sorriso e una pacca sulla schiena per farli ritornare, come suggerisce lo slogan citato in precedenza, “pieni di entusiasmo”?

    01 - Argini crollati nella piazzola di sosta di Contemplazione (ft) CONTEMPLAZIONE. A onor del vero, molti i lavori effettuati da parte degli enti locali nell’ultimo periodo per cambiare il volto della Riviera Nord, come la realizzazione di una lunga pista ciclabile e di piazzole di sosta. Il nostro itinerario fotografico parte proprio da una di queste aree verdi,03 - ...e rifiuti pericolosi (ft) e da una triste constatazione. Non dovevano essere esattamente dei geni quel progettista e quel direttore dei lavori che hanno posto gli argini della piazzola di Contemplazione direttamente sulla base sabbiosa della riva.  Non era difficile, infatti, pronosticare che di lì a poco, come dimostrano le foto, quell’argine sarebbe franato, precipitando sull’arenile, dove peraltro troviamo rifiuti di ogni genere e anche una bella tavoletta di legno da cui sporgono tanti chiodi arrugginiti. Chissà se, con la giusta accoglienza, anche questi dettagli potrebbero riempire di entusiasmo i turisti.

    05 - L'incredibile deposito di masserizie a Sant'Agata (ft) SANT’AGATA. Che la spiaggia a ridosso della Piscina e dei cantieri navali di Sant’Agata fosse da sempre un immondezzaio lo sapevamo da tempo. 07 - Una piccola fogna a cielo aperto a Sant'Agata (ft)Qui è stato e continua ad essere consentito a rom e viandanti di passaggio di sostare con i propri camper, depositare nei paraggi tutti i rifiuti prodotti, compresi quelli organici, e andare via indisturbati. Per cui non ci sorprende vedere cataste di rifiuti nel piccolo parcheggio antistante la spiaggia.  Ci disturba maggiormente, perché non aspettato, l’orribile puzzo che proviene dai liquami giunti fino alla riva dal torrente sovrastante. Liquami che hanno finito per scavare una strada sulla sabbia e si riversano indistrubati a mare. Raccomandazione per i cittadini: nel comunicare ai turisti che a breve in quella porzione di spiaggia ci sarà divieto di balneazione cercate di essere “accoglienti”, magari predisponendo delle mascherine per evitare di venire sommersi dal terribile olezzo.

    10 - ...spaventoso sotto (ft) TORRE FARO. Qui invece, anche volendo, credo che non 17 - Decine di migliaia di euro spesi per i canneti, ora trasformati in cassonetti (ft)basterà tutta la simpatia di questo mondo per coprire tanto orrore. Il nuovo lungomare è terminato, è vero, e la vista dello Stretto è davvero mozzafiato, ma basta affacciarsi dalla balaustra e guardare la riva per rimanere attoniti: non un centimetro di sabbia che non sia coperto da rifiuti, detriti, suppellettili, anche carcasse di elettrodomestici. E andando verso il Pilone la situazione certo non migliora.  Anzi. Migliaia e migliaia di euro sono quelli investiti dall’Unione Europea per realizzare la passeggiata tra le dune di Capo Peloro. Peccato che i canneti dove dovrebbero sorgere le dune siano stati scambiati per cassonetti dell’immondizia.

    Certo, qui parlare d’inciviltà si può e si deve. Ma quando i cestini sulla spiaggia straripano, come mostrano le foto, e i rifiuti non vengono raccolti, forse bisogna ripensare in termini di investimenti. Chissà che non sia il caso, infatti, di rinunciare a qualche sorriso e alle strette di mano e finanziare piuttosto dei piani di manutenzione ordinaria – e ribadiamo ordinaria – delle spiagge. Chissà.

     

    13 - Anche carcasse di elettrodomestici sul bagnasciuga (ft) Messina. Finora abbiamo preso di mira la campagna pubblicitaria lanciata dall’assessore regionale Bufardeci, ma è giusto chiarire, a scanso di equivoci, che la competenza specifica sulle spiagge pubbliche ricade unicamente sui Comuni. Nel caso specifico, una manutenzione ordinaria delle spiagge, a Palazzo Zanca, contrariamente ad ogni logica turistica ma anche ambientalista, non è mai stata prevista, e la pulizia delle stesse, delegata a MessinAmbiente o all’Ato3, viene così svolta una tantum, perlopiù in prossimità della bella stagione, tramite finanziamenti straordinari.

     

    16 - Sotto il Pilone, cestini stracolmi e non raccolti (ft) «E’ vero, attualmente c’è un vuoto sia sul piano dei regolamenti, in quanto manca un Piano Spiagge, sia su quello della fattibilità degli interventi, perché non abbiamo una squadra che pulisce i litorali», conferma l’assessore comunale alle Politiche del Mare Pippò Isgrò. «Stiamo però già lavorando all’elaborazione di un Piano che riguardi la gestione, la valorizzazione e la manutenzione delle spiagge – continua l’assessore - un Piano redatto di concerto con i Quartieri, già sensibilizzati sull’argomento tramite una nota del nostro consulente esterno ing. Di Sarcina, e con i gestori dei lidi balneari, che dovrebbero curare le spiagge in concessione 365 giorni l’anno e non solo durante il periodo estivo. Non sarà facile sbrogliare la matassa – conclude Isgrò - anche perché sulle spiagge convergono le competenze di molti enti pubblici, ma penso entro breve di riuscire concretamente a trovare una soluzione anche con le poche risorse disponibili a Palazzo Zanca».

    11 - Un'interminabile distesa di rifiuti a Torre Faro rovina uno scenario unico al mondo (ft) Da parte nostra, non possiamo che valutare positivamente quest’apertura, e sperare che il Comune finalmente si decida ad intervenire perché scempi come quelli mostrati dalle foto a corredo di questo articolo non possano presentarsi mai più né agli occhi dei turisti né tantomeno a quelli dei cittadini. Perché difendere le spiagge non significa soltanto salvaguardare un bene pubblico, ma conservare nel tempo la memoria storica della città e dei suoi cittadini, e contestualmente mantenere intatto un immaginario comune, che appartiene anche a chi vede Messina per la prima volta, perché ne conservi sempre nel cuore e negli occhi un ricordo che sia all’altezza di uno scenario naturale unico al mondo.

    Francesco Torre

    November 16

    ECCO A VOI… IL PALACULTURA!

    In esclusiva, le prime foto della ex “regina delle incompiute”

    Evoluzione del PalaCultura lato Viale Boccetta, da gennaio ad ottobre 2008 (ft) Messina. 33 anni dal primo progetto, due appalti, 48 miliardi delle vecchie lire erogati. Sono numeri che pesano quelli impressi nella memoria storica della città alla voce “PalaCultura”, l’immensa struttura di 3.500 metri quadri di ampiezza per 6 piani (più uno interrato) di altezza che si affaccia da un lato sulla Via XXIV Maggio e dall’altro sul Viale Boccetta, giusto di fronte alla duecentesca Chiesa di San Francesco all’Immacolata.

    Evoluzione del PalaCultura lato Via XXIV Maggio, da ottobre 2007 ad ottobre 2008 (ft) In città l’avevano ribattezzata “la Regina delle incompiute”, innanzitutto per una questione anagrafica, dato che il primo progetto risale addirittura al 1975, ma soprattutto per la lunga serie di varianti e procedure d’appalto che negli anni avevano reso la sua costruzione più una leggenda che una speranza.

     

    Una saletta da 140 posti per le associazioni culturali (ft) Eppure adesso il PalaCultura è lì, sotto gli occhi di tutti. Negli ultimi anni l’abbiamo visto erigersi, mattone su mattone, e ne abbiamo potuto seguire tutte le fasi di sviluppo. Ci siamo trovati a storcere il naso quando abbiamo visto il colore della facciata, o la rigidità dell’intera struttura, e poi a sorprenderci quando i piani inferiori venivano rivestiti interamente da pareti a vetri, e su Via XXIV Maggio – l’antica Via dei Monasteri - delle colorate scale mobili davano una più moderna connotazione al paesaggio urbano dell’intero quartiere.

     

    Parte dell'ingresso (ft) Insomma, la “Regina delle incompiute messinesi” si sta miracolosamente trasformando in realtà, e questo – bisogna darne atto – è merito della serietà della ditta vincitrice dell’ultimo appalto, l’impresa Cosedil di Santa Venerina, capofila dell’Ati Consorzio Infrastrutture, impegnata in questi mesi nell’ultimazione dei lavori interni, dall’impiantistica alla pavimentazione, dagli arredi all’illuminazione. A quando la consegna definitiva dei lavori? Entro l’anno, questa la promessa dell’ing Aldo D’Amore, coprogettista e direttore dei lavori, che assieme agli ingegneri Francesco Celeste (collaboratore dei progettisti e della direzione dei lavori per il sistema impiantistico) e Salvatore Sciacca (collaboratore dei progettisti e della direzione dei lavori per le opere civili e architettoniche), e con il supporto tecnico dell’ing. Serafino Di Fazio dell’impresa Cosedil, ci ha accompagnato all’interno della struttura per effettuare in esclusiva un reportage fotografico e mostrare finalmente alla città come sarà il PalaCultura “visto da dentro”.

    L'Auditorium da 830 posti (ft) Così, una volta entrati nel cantiere, visitiamo subito la grande hall che si affaccia su Viale Boccetta, spaziosa e luminosa, che presto accoglierà la biglietteria e che conduce all’Auditorium da 830 posti, vero pezzo forte dell’intera struttura, atteso da anni da molteplici soggetti pubblici e privati vista la carenza di strutture polivalenti di queste dimensioni in città. Polivalente, però, stando a quanto ci dice l’ing. D’Amore, l’Auditorium del PalaCultura purtroppo lo sarà solo fino a un certo punto: «allo stato attuale delle cose», confessa infatti il Direttore dei lavori, «la sala ha bisogno di alcune migliorie a livello di acustica per l’utilizzo a fini concertistici, mentre bisogna escludere – per motivi strutturali – che esso possa essere utilizzato come sala cinematografica». Una brutta batosta per quelle associazioni messinesi, di cultura musicale e cinematografica, che tanto aspettavano la struttura per poter abbassare i costi di gestione ed investire in termini di programmazione e sviluppo culturale, ma soprattutto una scelta di progettazione onestamente quantomeno discutibile.

    Sala lettura al primo piano (ft) Nell’Auditorium, comunque, i lavori allo stato attuale sono altro che completati, con i ponteggi ancora montati e gli operai su tutta l’area, così concludiamo il giro del piano terra con la visita ad una saletta da 70 posti, che nelle intenzioni del progettista dovrebbe essere dedicata all’attività delle associazioni culturali, così come la sala gemella, ma di grandezza doppia (140 posti) al primo piano. Primo piano che, comunque, ospiterà in tutta la sua grandezza la Biblioteca Comunale. Qui è già possibile notare il montacarichi per i libri e le belle e ampie sale di lettura che si affacciano sul Viale Boccetta. E proprio da questa posizione ci inerpichiamo fino al secondo piano, che contiene un’altra area espositiva di grandi dimensioni, per poi giungere alla terrazza di 1.500 metri quadri, spazio enorme per relax e attività all’aperto, con un’arena da 400 posti. Il colpo d’occhio è Veduta della Chiesa all'Immacolata dalla sala lettura (ft)notevole anche se è impossibile non prevedere una difficile utilizzazione dell’area a fini culturali. Ma questa sarà una questione gestionale che competerà al Comune. Comune il quale, furbescamente, si è  tenuto per sé i 3 piani più alti della struttura, per realizzare quegli uffici che permetterebbero di operare quell’azione di risparmio sugli affitti delle sedi decentrate che oggi più che mai – per le asfittiche casse di Palazzo Zanca – si rivela di importanza fondamentale. Visitiamo gli uffici, grandi, comodi, “a elle”, e dalle finestre ci godiamo il panorama della città. Una vista formidabile, con lo Stretto e la Falce a fare da sfondo, che ci ricorda la bellezza di un paesaggio naturale unico al mondo. Peccato che per godere di questo panorama si è dovuto attendere 33 anni. Quanto tempo passerà invece per l’inaugurazione?

    ANCORA IMPOSSIBILE PREVEDERE UNA DATA D’INAUGURAZIONE

    Il Comune attivi sin da subito le procedure per le autorizzazioni e rediga un regolamento per la gestione

    La grande arena all'aperto (ft) Messina. «La data dell’inaugurazione è un’incognita». Non vuole sbilanciarsi l’ing. Aldo D’Amore, e d’altra parte come potrebbe farlo? Una volta consegnata l’opera, infatti, il Comune dovrà provvedere a chiedere tutte le autorizzazioni necessarie e ad arredare tutti gli interni, e forse per questo sarà obbligato ad avviare una nuova procedura d’appalto pubblico, con i tempi burocratici che tutti conosciamo. E poi si dovrà trasferire la biblioteca, il materiale degli uffici comunali, gli archivi, insomma i 33 anni di gestazione potrebbero trasformarsi facilmente in 34, o 35, ma anche di più se l’amministrazione non si darà una mossa.

    Gradinata all'aperto da 400 posti (ft) Eppure quanto tempo occorrerebbe in un contesto sano per costruire un’opera del genere? D’Amore non ha dubbi: «Non più di 4 anni», che poi è più o meno il tempo servito alla Cosedil per realizzare il secondo e definitivo lotto di lavori, cominciati tra il 2003 ed il 2004. Di chi dunque le responsabilità di tutti questi ritardi, del pubblico che non ha gestito come doveva gli appalti o del privato che ha tentato di speculare alle spalle dei contribuenti? «Del “sistema Italia”», risponde il Direttore dei lavori, lasciando intendere che tra pubblico e privato, nel caso in questione ma un po’ in tutte le procedure che riguardano la costruzione di grandi opere pubbliche, le responsabilità siano congiunte e spesso indistinguibili.

    Uffici comunali ai piani alti del PalaCultura (ft) A proposito di responsabilità comunali: che senso ha a questo punto, con l’opera già finita, attendere ancora prima di procedere alla gara d’appalto per gli arredi e alla redazione di un regolamento per la gestione della struttura? «Il nostro lavoro finisce nel momento in cui consegneremo il Palazzo al Comune», conclude candidamente D’Amore, «per il resto da cittadini messinesi possiamo solo augurarci che non si perda tempo e soprattutto che la struttura venga gestita al meglio, secondo quelle che sono le proprie potenzialità».

     

     

    Francesco Torre

    TERREMOTO: ANCORA ALTISSIMO IL RISCHIO SISMICO IN CITTA’

    Tutti d’accordo: Messina inadeguata alla gestione di una nuova emergenza

    Messina. A cento anni dal terremoto del 28 dicembre del 1908 che causò 120 mila vittime il rischio sismico nella città dello Stretto rimane altissimo. E' quanto emerso da una relazione dell'Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra) presentato al convegno dal titolo “Cento anni dopo il terremoto del 1908. Gli effetti allora e il rischio ambientale oggi nell’area dello Stretto”, svoltosi mercoledì 12 novembre scorso alla sede della Provincia Regionale di Messina.

    L’appuntamento, che rientrava tra gli eventi dedicati all’Anno internazionale del pianeta Terra, iniziativa promossa dall’ONU e patrocinata dall’UNESCO e dall’Unione Internazionale di Scienze Geologiche, è stato estremamente utile per ricordare – mentre i sindaci di Messina e Reggio si incontrano per organizzare fiaccolate e strombazzamenti nel giorno della memoria – che il centenario dalla catastrofe del 1908 dovrebbe innanzitutto diventare un momento di riflessione sulle criticità geologiche di tutta l’area dello Stretto, ieri come oggi, e sulle modalità concrete per abbassare, perché non sarà mai possibile eliminare del tutto, il rischio di una nuova tragedia.

    Secondo quanto riportato dal commissario dell’Ispra Vincenzo Grimaldi, infatti, Messina resta ancora una città ad «altissimo rischio sismico per l'intenso sviluppo urbano che si concentra nelle aree costiere», che negli anni «ha reso concreta la possibilità che una nuova calamità naturale possa essere ancora più disastrosa di quella di cento anni fa».

    Dello stesso parere, però, ad onor del vero, non è Giuseppe Giunta, docente di Geologia dell’Università di Palermo, anch’egli relatore al convegno, il quale pur ammettendo che il rischio rimane a tutt’oggi alto, ha affermato che «rispetto al 1908, ci sono tentativi di protezione civile molto avanzati e quindi si può tentare di prevenire».

    La prevenzione, ecco l’azione a cui punta in sostanza l’azione dell’Ispra: «Il nostro obiettivo – ha spiegato Grimaldi – è proprio quello di trarre vantaggio dall’insieme di studi scientifici e dai metodi d’indagine più moderni per individuare con chiarezza le aree maggiormente vulnerabili del territorio dove è urgente adottare misure di prevenzione».

    Particolarmente preoccupato sullo stesso versante è anche l’Ing. Capo del Genio Civile di Messina Gaetano Sciacca, secondo cui la città «non è sicuramente preparata ad un nuovo evento di tale portata, prova ne sia che anche eventi meteorologici modesti mettono in crisi sia la popolazione che gli addetti alla protezione civile. Nonostante vengano organizzate spesso esercitazioni di protezione civile – evidenzia ancora l’Ing. Capo del Genio Civile - siamo ben lontani dal ritenerci preparati alla gestione dell’emergenza».

    IL QUADRO NORMATIVO DI RIFERIMENTO

    MESSINA. Le norme che disciplinano le costruzioni in zona sismica sono la L. 2/2/74 n° 64 e relativi decreti attuativi. Le opere con struttura intelaiata in cemento armato, cemento armato precompresso o metallica sono inoltre soggette alle prescrizioni di cui alla L. 5/11/1971 n° 1086, mentre si fa riferimento al D.M. 20/11/1987 per quelle in muratura.

    L’autorizzazione all’inizio dei lavori è rilasciata dall’Ufficio del Genio Civile a norma dell’art. 18 della L. 64/74. Va comunque precisato che l’esecuzione dei lavori, ai sensi dell’art. 32 della L.R. 19/05/2003 n. 7, può comunque essere avviata a seguito di attestazione di avvenuta presentazione del progetto rilasciata dallo stesso Ufficio del Genio Civile.

    Per quanto attiene la vigilanza per l’osservanza delle norme tecniche di edilizia antisismica, l’art. 29 della medesima L. 64/74, individua in tutti gli Ufficiali di Polizia Giudiziaria i soggetti tenuti ad accertare il rispetto delle suddette norme. Successivamente gli stessi Ufficiali di P.G., accertata l’eventuale violazione, inviano il processo verbale all’Ufficio del Genio Civile, che trasmette le proprie deduzioni alla Procura della Repubblica competente, cui viene demandata la definizione del procedimento.

    Francesco Torre

    MESSINA PERDE 18 POSIZIONI NELLA CLASSIFICA DI LEGAMBIENTE

    74° posto in Italia. Meno di mezzo metro quadro di verde per cittadino.

    Sprazzi di verde a Villa Mazzini (ft)Messina. La città dello Stretto, come il gambero, fa un passo indietro, anzi 18 passi indietro, scendendo dal 56° al 74° posto. La classifica annuale di Le gambiente sulla qualità ambientale dei comuni capoluogo di provincia italiani non lascia scampo ad interpretazioni, ed avvia un profondo dibattito.

    Ecosistema Urbano. L’annuale ricerca di Legambiente e dell’Istituto di Ricerche Ambiente Italia, giunta quest’anno alla sua quindicesima edizione, raccoglie sia con questionari e interviste dirette ai 103 comuni capoluogo di provincia, sia sulla base di altre fonti statistiche, informazioni su 125 parametri ambientali per un corpus totale di oltre 125mila dati. I numeri dell’ultima edizione del rapporto fanno quindi prevalentemente riferimento all’anno 2007. Belluno conferma la propria leadeship, seguita da Siena, Trento, Verbania e Parma. Fanalino di coda Frosinone, preceduta da Ragusa, Catania, Benevento, Trapani e Palermo.

    Il lassismo di Palazzo Zanca. Prima tra le città siciliane, con una percentuale di sostenibilità del 47,91%, Messina si allontana però dalla media nazionale (51,96%), risultando carente in moltissimi degli indicatori del rapporto sull’ambiente.

    A pesare sul dato negativo globale, però, è soprattutto il lassismo del Comune, che si rivela penultimo in Italia per capacità di risposta. In pratica, su 100 richieste di Legambiente, i funzionari di Palazzo Zanca hanno risposto soltanto a 36 di esse, occultando i dati reali e finendo per falsare il risultato finale.

    Gli indicatori. Nello specifico ambientale, comunque, Messina presenta il dato intollerabile di meno di mezzo metro quadro di verde urbano per ogni singolo cittadino. Una realtà che gli abitanti della città possono vedere con i propri occhi, non soltanto per via della sempre più esigua presenza di parchi pubblici, ma anche a causa dello sventramento delle montagne e della cementificazione selvaggia. Altra evidente nota dolente risulta quella della bassissima percentuale di raccolta differenziata. Ed è proprio su questo argomento che nei prossimi giorni in città si aprirà un ampio dibattito.

    Termovalorizzatori. Mentre il Presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, nella sua introduzione al rapporto, consiglia vivamente ai sindaci di evitare la costruzione di termovalorizzatori, optando piuttosto per mettere in moto tutta la filiera della raccolta differenziata, unico modo per assorbire quote rilevanti di CO2 e migliorare sensibilmente le condizioni atmosferiche dell’ambiente urbano, il sindaco Peppino Buzzanca pare invece incline ad accettare la proposta di alcuni consiglieri di maggioranza (Antonio Fazio, Giuseppe Melazzo e Nello Pergolizzi), e per giunta avallata poco coscienziosamente dal deputato nazionale Vincenzo Garofalo, relativa alla progettazione appunto di un termovalorizzatore per abbattere i costi della gestione dei rifiuti. Come se non si sapesse, invece, che gli altissimi costi sono dovuti principalmente a tre fattori: l’assenza di una discarica nelle vicinanze della città; eccesso di dirigenti e personale amministrativo e tecnico, dovuto alla presenza di due società, Ato3 e Mesinambiente, che si potrebbero benissimo accorpare; mancanza di condizioni sane di mercato, avendo il Comune un rapporto in esclusiva con Messinambiente e rinunciando ad affidare appalti tramite gare pubbliche. Se a ciò aggiungiamo l’incompetenza di una classe dirigente che non riesce a garantire nemmeno il 5% di raccolta differenziata, e fa di Messina la barzelletta di tutta Italia, completiamo degnamente il quadro. E, continuando di questo passo, la nostra città, che pure nell’anno precedente aveva guadagnato oltre 40 posizioni, precipiterà ancora più in basso nelle classifiche di sostenibilità ambientale.

    Francesco Torre

    October 24

    Torrenti, con indifferenza si aspetta la prossima tragedia

    Sciacca: “Non viene garantita la sicurezza”. Il Comune inadempiente.

    Il Torrente Trapani. Da oltre un anno si attende la nuova copertura (ft)Messina. «Fare presto (e bene) perché si muore». Così scriveva nel 1954 Danilo Dolci, uno dei tanti eroi dimenticati delle nostre terre, arrestato per aver guidato i braccianti e i pescatori di Trappeto e Partinico a scioperare per il ripristino di una trazzera, una strada di campagna. Altri tempi, si direbbe. Da allora, infatti, sono passati oltre 50 anni, braccianti e pescatori sono praticamente scomparsi, eppure quelle trazzere, quelle strade di collegamento, quelle opere pubbliche indispensabili per la vita sociale e commerciale dei piccoli borghi, per l’incolumità della gente delle comunità periferiche sono ancora da ripristinare, e in qualche caso addirittura da costruire di sana pianta.

    Badiazza, Annunziata, Giostra, Gazzi, Bordonaro, Santo Stefano. Sono passati 15 mesi da quando ci siamo occupati per la prima volta delle pericolosissime condizioni in cui versano i torrenti della città. 51 torrenti che un tempo erano una risorsa incredibile, e che adesso in molti casi non sono nient’altro che una terribile minaccia, come dimostrano le più eclatanti tappe di una storia fatta di cementificazione selvaggia, abusivismo, mancata tutela dell’ambiente e assoluta assenza di sorveglianza. Una storia che, dal luglio 2007, da quando cioè abbiamo effettuato la nostra prima inchiesta fotografica, si è pure arricchita di un nuovo agghiacciante episodio. Quello del 25 ottobre 2007, l’ incredibile alluvione che ha devastato totalmente la zona sud. 100 millimetri d’acqua all’ora per metro quadrato, da Giampilieri fino a Giardini Naxos una notte di terrore per tutti gli abitanti. Centri distrutti, case abbandonate, depositi pieni di merce da buttare. Se non si è registrata nessuna vittima, è stato solo per miracolo.

    Come possiamo facilmente notare, «Fare presto (e bene) Torrente Papardo tra rifiuti e liquami (ft)perché si muore» non era un eufemismo nel  1954 e non lo è sicuramente adesso. E questo è anche il parere dell’Ingegnere Capo del Genio Civile, Gaetano Sciacca, che già nel luglio 2007 aveva denunciato il pericolo, e che adesso continua ad alzare la voce perché qualcosa si muova per ripristinare condizioni di sicurezza. «Rispetto a un anno e mezzo fa – tuona l’Ingegnere Capo – permane la stessa identica situazione. Nessun lavoro è stato fatto per mettere in sicurezza i torrenti se non qualche piccola cosa fatta da noi dopo l’alluvione, grazie a 150 mila euro messi a disposizione dalla Regione. E’ inaccettabile se si pensa che tutto il territorio della nostra città è caratterizzato da un’elevata piovosità, e che le superfici collinari, massimamente disboscate per l’abbandono delle attività agricole ed a causa di incendi dolosi, si erodono facilmente con la conseguenza che il materiale inerte viene trasportato a valle. Questo cosa comporta? Che le acque – spiega Sciacca - acquisiscono una maggiore forza distruttiva sulle opere esistenti che insistono lungo il greto dei torrenti, ai margini dei quali negli anni si è verificato un vero e proprio proliferare di abitazioni, spesso abusive. In una situazione del genere, la tragedia è sempre dietro l’angolo».

    Torrente Pace, tra erbacce e masserizie (ft) Sulle responsabilità dello sfascio ambientale qui sopra descritto, non ci sono dubbi. Nonostante, infatti, le norme che attengono i corsi d’acqua riguardino una molteplicità di aspetti che vanno da quelli di natura ambientale e paesaggistica ad altri di carattere idraulico e forestale, in materia di discariche abusive e di opere di urbanizzazione primaria la competenza esclusiva del Comune è chiara. Nel primo caso, l’articolo 160 della L.R. n. 25 del 01.09.1993 demanda infatti «l’attività di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, fuori dall’area urbana, alla Provincia Regionale, ovvero ai Sindaci ai sensi dell’art. 14 del D.L. n. 22 del 05.02.1997. Per quanto riguarda il secondo punto, inoltre, si veda la L.R. n. 37 del 10 Agosto 1985, che obbliga i sindaci ad avviare la costruzione delle necessarie opere di urbanizzazione primaria e secondaria, per le quali – ricordiamolo – i cittadini pagano annualmente, inserito tra le altre tasse comunali, un onere di urbanizzazione. «Il Comune deve mettere al primo posto l’emergenza ambientale», conclude l’Ingegnere Capo Sciacca, «Strade e disciplina delle acque, non chiediamo la luna. Ma il minimo indispensabile per garantire la sopravvivenza in caso di pericolo».

    NEANCHE UN EURO STANZIATO PER L’EMERGENZA DELLA ZONA SUD

    Solo propaganda dopo gli eventi del 25 ottobre 2007 da parte di Stato e Regione.

    Vigili del Fuoco al lavoro durante l'alluvione del 25 ottobre 2007 (ft) Messina. Milioni di euro sono quelli andati in fumo in poche ore, il 25 ottobre scorso, nei villaggi della zona Sud di Messina: Giampilieri, Briga, Scaletta, Alì. Un danno economico e sociale talmente ingente da spingere l’allora commissario straordinario Gaspare Sinatra a chiedere alle autorità nazionali lo stato di calamità naturale. Ma era tutto già scritto. Non si poteva prevedere altro, infatti, con un sistema di deflusso delle acque assolutamente insufficiente, i torrenti diventati delle discariche all’aperto, le montagne scavate a più non posso da un sacco edilizio che nessuno sembra poter bloccare. Dalle colonne del nostro giornale lo avevamo pronosticato con molto anticipo, ed è solo per un miracolo che non siamo stati costretti a dover registrare delle vittime.

    «La situazione è più grave di quello che mi aspettavo», disse pochi giorni dopo Raffaele Gentile, allora sottosegretario del Ministero dei Trasporti, in visita nella città dello stretto per organizzare un piano d’intervento. E di lì a qualche settimana il Governo Prodi annunciò lo “stato di emergenza”, quello regionale di Cuffaro lo “stato di calamità”. Furono promessi fondi per garantire la sicurezza, per prevenire altre tragedie di quella portata, per realizzare quelle opere di urbanizzazione ormai indispensabili. Ma non arrivò mai nemmeno un euro, né dai vecchi né dai nuovi governi nazionale e regionale.

    «A tutt’oggi niente è stato fatto, e permane la stessa situazione di pericolo», ci conferma l’Ingegnere L'alluvione del 25 ottobre 2007 ha causato mln di euro di danni (ft) Capo del Genio Civile Gaetano Sciacca, che da allora l’iter per la programmazione degli interventi di messa in sicurezza di torrenti e colline l’ha seguito personalmente. «Abbiamo fatto un lavoro enorme, perché abbiamo redatto una relazione tecnica con tutte le carenze del territorio, la segnalazione delle emergenze e il piano di intervento. Dovevamo evitare fenomeni speculativi da parte delle singole amministrazioni, e in poche settimane siamo arrivati a stilare un documento condiviso, che abbiamo trasmesso alla Prefettura nel mese di dicembre 2007. Da allora, il silenzio».

    Non è la prima volta che i politici nazionali effettuano le proprie passeggiate propagandistiche in riva allo Stretto alla caccia di consenso. Ricordiamo sempre Prodi a Fondo Fucile, promettendo lo sbaraccamento di un’area che ancora adesso continua a fare bella mostra di sé. Ma anche gli esponenti dell’attuale maggioranza a giustificare il più scandaloso scippo ai danni di Messina, quello dei fondi Ex-Fintecna, anche in quel caso promettendo nuovi fondi che ancora nessuno ha visto. Possiamo quantomeno manifestare il nostro sdegno nei confronti di una classe politica a tutti i livelli indifferente nei confronti dei problemi reali dei cittadini?

    Francesco Torre

    A Messina più assessori che a Roma - tutti i numeri della politica in Sicilia

    Un politico ogni 1.523 abitanti nei comuni capoluogo, uno ogni 11.385 abitanti nelle province. In tutto, 1.404 rappresentanti dei partiti, senza contare quelli presenti alla Regione e nei comuni minori. I numeri del potere politico in Sicilia, ben al di sopra di quelli della media nazionale (dove, a livello provinciale, abbiamo un amministratore ogni 14.496), mostrano chiaramente che quella che ormai socialmente viene definita “la casta” non solo garantisce per sé privilegi e stipendi d’altissimo profilo, ma nella nostra regione è formata da un numero ben al di sopra delle reali esigenze del territorio, sovraffollando consigli provinciali, comunali e circoscrizionali in qualche caso addirittura ben oltre le possibilità date dalla legge.

    A livello provinciale, la più alta concentrazione di politici si presenta ad Enna, dove si conta un rappresentante dei partiti ogni 5211 abitanti, un dato praticamente tre volte superiore a quello nazionale. Al contrario, la provincia meno affollata risulta essere Palermo, con 1 politico ogni 21.309 abitanti. Il primato assoluto nel numero di poltrone va invece a Messina, che tra consiglio e giunta ne somma addirittura 61.

    Se accendiamo i riflettori sui comuni capoluogo, però, il record di “densità politica” spetta a Siracusa, con 1 amministratore ogni 682 abitanti, anche se ben messe in graduatoria sono anche Enna (1 su 721) e Trapani (1 su 722). Bella figura – si fa per dire – continua a fare Palermo, con un politico ogni 3598 cittadini, ma è evidente come le città maggiori, proprio per le restrizioni imposte dalla legge, non possano forzare più di tanto i numeri dei componenti di consiglio e giunta, avendo peraltro numerosi “ammortizzatori” per piazzare tutte le poltrone di cui necessita la casta di riferimento (a partire dai consigli circoscrizionali fino ad arrivare alle società municipalizzate). Il Comune di Catania, comunque, può fregiarsi del titolo di amministrazione siciliana con il numero maggiore di politici, ben 205.

    C’è di peggio. Benché, infatti, il tetto massimo del numero dei politici nei vari consigli comunali, provinciali e circoscrizionali sia previsto nel Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali (D. Lgs n. 267 del 18 agosto 2000), pure in molti casi tali prescrizioni si rivelano lettera morta. Per esempio, la legge sopraccitata prevede che i consigli provinciali delle città con popolazione residente – sempre provinciale, s’intende – compresa tra 300 mila e 700 mila abitanti non possano superare il numero di 30 rappresentanti dei partiti. Come si spiega allora che alla Provincia di Messina (662.450 abitanti) i consiglieri provinciali siano addirittura 45, cioè quanto quelli di Catania e di Palermo, che pure al massimo – avendo una popolazione compresa tra 700 mila e 1 milione e 400 mila – potrebbero averne 36? Come possiamo notare, solo valutando questo esempio scopriamo che nelle tre maggiori provinciali ci sono 33 consiglieri in più di quanti ne prevede la legge. Consiglieri che prendono regolare stipendio, che hanno indennità di servizio, rimborsi spese e tutti gli altri benefit della casta. Che vivono, nell’illegalità, sulle spalle dei contribuenti.

    Sprechi, abusi, anomalie, situazioni al limite della decenza, per lo più occultate o considerate normali, che riguardano il numero dei politici nei comuni e nelle province capoluogo siciliani. Di questo ci occuperemo nel prosieguo di questa inchiesta, dove analizzeremo le amministrazioni della Sicilia orientale, e nel corso della prossima, che sarà pubblicata tra una settimana e che avrà come oggetto gli enti della parte occidentale della grande isola.

    A MESSINA IL RECORD DELLA GIUNTA (16 COMPONENTI CONTRO I 13 DI ROMA), A CATANIA QUELLO COMPLESSIVO DEI POLITICI, 262.

    Le giunte più affollate della Sicilia? A Messina, dove sia al Comune che alla Provincia i politici si riservano ben 16 poltrone ad ente. In pratica, nella città dello Stretto gli assessori possono formare due squadre di calcio comprese di panchina. Merito del sindaco Buzzanca e del Presidente Ricevuto, che per accontentare tutti i partiti della coalizione hanno fatto valere il motto “melius abundare, quam deficere”. Lo sappiamo, una delega non si nega a nessuno, sarebbe un gesto di scortesia, e poco importa che la capitale d’Italia, Roma, città con oltre un milione di abitanti, venga governata da giunte comunali e provinciali composte solo da 13 politici, siamo o no una regione a statuto speciale? E Messina è la città speciale nella regione speciale. Lo dicono i numeri. 227 politici, 166 al Comune con una percentuale di uno ogni 1.469 abitanti, 61 alla Provincia (uno ogni 10.859). Numeri solo recentemente ridotti grazie al provvedimento dell’ex commissario straordinario Sbordone, che nel 2005 – seppure avversato da tutto il consiglio comunale – ha approvato un netto taglio delle circoscrizioni, da 14 che erano alle 6 attuali. Della violazione del Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali in merito ai componenti del consiglio provinciale abbiamo già detto. Anche al Comune, però, si registra un’anomalia. Perché 42 consiglieri quando il decreto legge n. 267 del 18.08.2000 ne prevede, per una città con abitanti compresi tra 150 mila e 250 mila (e Messina né 243.997, rilevamento dicembre 2007), al massimo 40?

    E’ Catania, comunque, a detenere il record del numero dei politici. Tra Comune e Provincia, infatti, questi sono in tutto 262. 12 componenti di giunta e 45 consiglieri per ente, e in più 148 consiglieri di quartiere. In pratica, un politico ogni 1.458 abitanti al Comune, uno ogni 18.504 alla Provincia. Proporzioni che, comunque, se messe in confronto per esempio con quelle del Comune di Bari, per dimensione e numero di abitanti assimilabile all’ente etneo, non sfigurano poi nemmeno tanto. Anche nel capoluogo pugliese, infatti, i politici al comune sono in tutto 205, ma con una percentuale sensibilmente più virtuosa, uno ogni 1.1573 cittadini. Le due città sono gemellate anche dal punto di vista del numero dei consiglieri provinciali, 45 ciascuna. Con l’unica differenza che Bari, in quanto città con popolazione superiore a 1 milione 400 mila abitanti, è pienamente in regola con la normativa vigente, Catania (1 mln 54.778) assolutamente no.

    Francesco Torre

    Corte dei Conti condanna Leonardi al risarcimento di 129 mila euro

    Danno erariale al Comune a causa di una consulenza esterna dichiarata dalla Corte illegittima

    Salvatore LeonardiMessina. Un film già visto. Protagonista: Salvatore Leonardi, ex sindaco di Messina ed ex presidente della Provincia, decano della politica messinese. Antagonista: Corte dei Conti. Trama: il sindaco di una città senza regole approfitta della propria posizione per concedere ad un protetto un’inutile consulenza esterna da 129 mila euro, ma l’intrigo viene svelato da alcuni magistrati. Titolo: A che servono questi quattrini?

    Non c’è niente da fare, quella tra Turi Leonardi e la Corte dei Conti è proprio una sfida infinita. Solo nel corso del 2008, infatti, l’ex presidentissimo è stato chiamato in giudizio ben 4 volte, registrando peraltro una sconfitta molto dolorosa. Dopo il precedente affondo (sentenza 499/2008) con il quale la Corte condannava Leonardi a risarcire 75 mila euro alla Provincia, più interessi legali e rivalutazione monetaria, l’1 ottobre la sezione giurisdizionale d’appello depositava e pubblicava una nuova sentenza che sanciva un’ulteriore, e più gravosa, batosta.

    Naturalmente il tema è sempre quello, incarichi di consulenza esterna. Stavolta, però, cambiano luogo e protagonisti. «Il dott. Salvatore Leonardi, nella qualità di sindaco di Messina», apprendiamo dalla sentenza n. 284/A/2008, «con determinazione n. 45 del 17.2.1999 avviava il procedimento selettivo per il conferimento di un incarico ad un soggetto esterno all’amministrazione per la realizzazione di un progetto-obiettivo avente ad oggetto lo “studio di ipotesi e predisposizione iniziative propedeutiche alla costituzione di un organismo di partecipazione democratica dei giovani all’elaborazione della programmazione della politica giovanile nel Comune di Messina”. A conclusione di tale procedimento, conferiva all’avv. Francesco Gallo (poi anche assessore alla cultura in era Genovese, nda) l’incarico di cui sopra per la durata di anni uno rinnovabile, e per un compenso mensile pari al trattamento economico previsto per la seconda qualifica dirigenziale». Incarico che, grazie a ben 2 proroghe, è stato rinnovato da Leonardi fino al 18.12.2002, e il cui compenso complessivo è arrivato alla esorbitante cifra di 129 mila 63,65 euro.

    Ritenuto sin da subito illegittimo e inutile dal procuratore regionale, l’incarico conferito dal mitico Turi (che non smette mai di stupirci) finisce ben presto innanzi alla sezione giurisdizionale della Corte dei Conti. Qui l’ex sindaco viene accusato non solo di negligenza e leggerezza gestionale, ma anche di vero e proprio dolo, in quanto per legge (art. 51, comma 7, della legge nazionale n. 142 del 1990), l’incarico poteva e doveva essere svolto da professionisti interni all’amministrazione. Una posizione, però, che non condivisa dal giudice di primo grado, che con la sentenza n. 185 del 30.11.2007 dichiara Leonardi esente da responsabilità amministrative. Da qui alla sentenza d’appello il passo è breve. Il 16 luglio 2008, in camera di consiglio, il presidente della sezione giurisdizionale d’appello, dott. Antonino Sancetta, e gli altri consiglieri condannano l’allora sindaco «al pagamento in favore del Comune di Messina di € 129.093,65, oltre rivalutazione monetaria, calcolata dalle date delle quietanze apposte dall’avv. Francesco Gallo ai mandati di pagamento, e interessi legali». Condannano, inoltre, lo stesso «al pagamento delle spese processuali che liquida in complessivi 487,50 euro».

    L’AVVOCATO DI LEONARDI? ANCHE LUI E’ STATO CONSULENTE ESTERNO

    Raffaele Tommasini Messina. Che doccia fredda per Salvatore Leonardi e per il suo avvocato, Raffaele Tommasini. Vincere in primo grado, e subire una così cocente sconfitta in appello! Ma i due, immaginiamo, avranno preso la notizia con filosofia. D’altra parte ci sono cose più importanti nella vita, come l’amicizia. E amici devono esserlo sul serio l’ex sindaco ed il suo avvocato, se è vero nel 1999 anch’egli era stato beneficiato dal generoso Leonardi di una consulenza esterna al Comune di Messina, e che insieme avevano pure condiviso l’esperienza della dirigenza dello IACP (esperienza per la quale sempre la Corte dei Conti li aveva condannati con sentenza 3513 del 2004 per un’illecita liquidazione dell’indennità di risultato). Ma anche questo è un film già visto: “Amici Miei” (risarcimento secondo).

    Francesco Torre

    October 16

    UN FILM DA "LO SPASIMO DI PALERMO" DI VINCENZO CONSOLO

    “Lo Spasimo di Palermo” diventerà un film. Il romanzo di Vincenzo Consolo, dieci anni dopo la prima uscita nelle librerie, sarà ridotto per il cinema su iniziativa di una casa di produzione francese. Un importante debutto poiché mai prima d’ora le opere letterarie del grande autore siciliano avevano preso vita su grande schermo, nonostante la sua incredibile e mai sopita passione per quella che proprio nello “Spasimo” egli definisce, alla maniera di Jean Cocteau, la “deuxième muse”.

    «Uno scrittore che ha il coraggio di mettere a confronto lo splendore della forma e l’orrore della storia». Con questa felice sintesi il prof. Romano Luperini ha presentato, sabato 27 settembre alla Casa della Cultura di Rinella, Vincenzo Consolo nel momento della consegna del premio “Dal testo allo schermo”, cerimonia avvenuta nell’ambito del SalinaDocFest diretto da Giovanna Taviani. E non poteva esserci migliore cornice per dare in anteprima l’annuncio della futura trasposizione su grande schermo di uno dei romanzi più noti e importanti dello scrittore siciliano, “Lo Spasimo di Palermo” (Mondadori, 131 pagine, 7,80 euro). Un testo il cui intreccio si sviluppa proprio a partire da uno spunto cinematografico, la proiezione della copia restaurata della saga di “Judex” (11 episodi realizzati tra il 1916 e il 1918, in piena Guerra Mondiale), nobile giustiziere vestito di velluto nero, con cappello a larghe tese e cappa con fibbie d’argento, reso popolare al cinema da quel genio dei film seriali tratti dai fumetti d’inizio secolo che è stato Louis Feuillade, acclamato regista delle pellicole di “Fantômas”. Sarà proprio il ricordo dell’eroe mascherato “Judex”, infatti, a spingere il protagonista dello “Spasimo”, lo scrittore Gioacchino Martinez, a compiere un atipico viaggio “à rebours” al fine di recuperare la memoria del padre ucciso dai nazisti. Un viaggio mentale ma anche reale, tra Palermo, Milano e Parigi, che illustra magistralmente lo sgomento dell’autore di fronte all’orrore della storia e all’oscenità del potere, sentimento che l’autore assimila almeno visivamente con quello della Vergine di fronte al Cristo che crolla sotto la Croce, immagine emblematica tratta dal quadro di Raffaello noto come “Andata al Calvario”, dipinto per la Chiesa di Santa Maria dello Spasimo alla Kalsa (da cui il titolo del romanzo) e attualmente esposto al Museo del Prado di Madrid.

    Della versione cinematografica dello “Spasimo”, comunque, Consolo non ha voluto rivelare molto, solo che la produzione sarà francese e che ha già letto e approvato la sceneggiatura, molto bella, scritta da un’autrice e regista transalpina. Il riserbo dello scrittore di Sant’Agata di Militello è peraltro giustificato se pensiamo che si tratta della prima trasposizione cinematografica di un suo romanzo. «Dai miei libri non è mai stato tratto un film, sono sempre stato considerato un autore troppo difficile», ci confessa infatti molto candidamente Consolo, senza ironia, salvo poi rivelare che la presunta “difficoltà” dei suoi testi letterati non è stato l’unico ostacolo per il successo cinematografico delle sue opere. In passato, infatti, anche “Il sorriso dell’ignoto marinaio” avrebbe potuto diventare un film, e lo sarebbe stato se logiche del tutto estranee a questioni artistiche non ne avessero bloccato la produzione. Come ci racconta lo stesso autore, «era il 1978 e la Rai aveva commissionato a me e al regista Salvatore Maira una sceneggiatura tratta dal “Sorriso”, sceneggiatura di cui peraltro conservo ancora una copia a Milano. Poi però il progetto saltò perché allora per lavorare in Rai dovevi essere o democristiano o socialista ed io invece non possedevo alcuna tessera di partito».

    Altra storia, invece, è quella che riguarda “Il memoriale di Basilio Archita”, racconto di chiusura de “Le Pietre di Pantalica”, la cui idea di film è nata e morta addirittura senza che Consolo sapesse nulla. A svelare il segreto di questo tentativo, proprio mentre lo scrittore ritirava a Salina la targa dorata realizzata dall’artigiano orafo di Palermo Roberto Intorre, il regista Vittorio Taviani, componente del comitato d’onore del festival diretto dalla figlia Giovanna. Il maestro de “La Notte di San Lorenzo” e “Kaos”, che insieme con il fratello ha scritto alcune delle pagine più belle del cinema italiano, ha infatti ipnotizzato la platea raccontando i tragici eventi riportati da Consolo in quel testo – l’eccidio di cinque clandestini somali in una nave greca, ripugnante episodio di razzismo tratto dalle cronache di fine ’80, e riprodotto in forma letteraria su iniziativa di Eugenio Scalfari, allora direttore dell’Espresso - e le motivazioni che hanno spinto i due cineasti ad abbandonare l’impresa: «per quella forza scientifica, tecnica e misteriosa che è il cinema», ha svelato Vittorio Taviani, «quella sceneggiatura ci stava trasportando in una dimensione in cui la follia, l’atrocità contenuta in quel fatto di cronaca stavano oltrepassando i limiti della sopportazione». Una vera e propria lezione di etica cinematografica, quasi anacronistica se si pensa a quanto importante in senso commerciale sia diventato negli ultimi anni abbattere ogni limite della rappresentazione, rincorrere l’immagine più truce, il dettaglio più spietato, giungere all’esplicitazione visiva di ogni istinto più basso dell’uomo.

    Insomma, se “Lo Spasimo di Palermo” sarà il primo film tratto dai romanzi di Vincenzo Consolo, pure queste testimonianze ci danno conferma delle grandi e per molti versi inesplorate potenzialità e suggestioni visive dell’opera letteraria del maestro siciliano. Non a caso, è lo stesso autore a rivelarci di aver sempre avuto un forte legame con la settima arte, sin dagli anni della formazione, da quando in un Liceo di Barcellona Pozzo di Gotto un professore di filosofia, antesignano di quel mitico Henry Langlois che negli anni d’oro della Cinémathèque Française curò l’apprendistato dei futuri protagonisti della Nouvelle Vague, portava gli alunni al Cinema Maya (nome creato dallo stesso docente, in riferimento al “velo di Maya” schopenhaueriano che separa la finzione dalla realtà che il filosofo deve scoprire) a esplorare i tesori del neorealismo. «Ero un gran divoratore di film, e lo sono tuttora», ci dice Consolo, che non può che valutare positivamente il rinnovato interesse del cinema italiano contemporaneo nei confronti della realtà storica e sociale del nostro paese: «Ho amato “Gomorra”, credo sia un grande romanzo e un bellissimo film, e penso che il cinema italiano stia vivendo una svolta che non è solo artistica, perché rappresenta il segno di un sano senso di indignazione nei confronti dell’oscenità del potere, un’oscenità che è mondiale, ma di cui l’Italia con i suoi meccanismi sociali e politici di tipo “fascistico” porta oggi la bandiera».

    Francesco Torre

    September 28

    Il cinema della realtà a Salina dal 22 al 28 settembre

    SalinaDocFest Dopo aver esordito nel 2007 con ottimo successo di critica e di pubblico, il “SalinaDocFest” – festival del documentario narrativo diretto da Giovanna Taviani - tornerà dal 22 al 28 settembre 2008 a movimentare al ritmo di cinema quella che viene definita l’”isola verde” dell’arcipelago eoliano. In sette giorni di proiezioni, conferenze e dibattiti, scrittori, critici e registi tra i più rappresentativi del panorama cinematografico nazionale si confronteranno sul tema centrale del festival, individuato dal titolo scelto per il concorso internazionale di quest’anno: “fughe e approdi”.

    Tanti i documentari proposti in programma, tra cui i già blasonati Biutiful Cauntri di Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero (martedì 23 settembre, ore 21.30) e Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi (mercoledì 24 settembre, ore 21.30), entrambi in proiezione al porticciolo turistico di Santa Marina Salina alla presenza degli autori.

    Giovanna Taviani Molto atteso inoltre l’incontro dal titolo “Il nuovo cinema italiano: autori a confronto” (venerdì 26 settembre, Piazzetta di Lingua, ore 22), una riflessione sul cinema nazionale contemporaneo a cui parteciperanno tra gli altri i registi Mimmo Calopresti, Emanuele Crialese e Francesca Comencini, i critici Irene Bignardi e Alberto Crespi, l’attore Luigi Lo Cascio.

    Nume tutelare di questa seconda edizione del festival sarà lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo, che sabato 27 settembre, ore 18, alla Casa della Cultura di Rinella ritirerà il premio “Dal testo allo schermo”. L’autore ha anche voluto omaggiare gli organizzatori con un racconto autobiografico dal titolo “Fuga e approdi, dalla Sicilia a Milano a Lipari”, che sarà inserito nel catalogo della manifestazione.

    La scommessa del festival? Giovanna Taviani, direttore artistico di SalinaDocFest, non ha dubbi: «Far innamorare il pubblico di Salina del documentario, dimostrando che si può anche documentare la realtà raccontando una storia, con un linguaggio. La scorsa edizione il pubblico ha reagito con entusiasmo e passione. Oggi tutti sanno che un pubblico di documentari esiste e che la scommessa è stata vinta».

    Francesco Torre

    Comune senza regolamento per l'assegnazione dei beni confiscati alla mafia

    Su 31 immobili, solo 3 trasferiti e consegnati, a Palermo in proporzione più del triplo.

    Palazzo Zanca ancora privo di regolamento per i beni confiscati alla mafia (ft)Messina. L’assessore al Risanamento Pippo Rao, appena un paio di settimane fa, li voleva destinare alle famiglie in graduatoria da anni per un alloggio pubblico. Due consiglieri della V Circoscrizione, ancora più recentemente, hanno invocato addirittura il Trattato di Maastricht per permettere che vengano utilizzati a fini sociali. Pare proprio che in questo periodo tutti avanzino pretese sui beni confiscati alla mafia, ma evidentemente nessuno ha letto la legge nazionale n. 109 del 7 marzo 1996 (Disposizioni in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati o confiscati).

    Se l’assessore Rao avesse studiato quella legge, infatti, avrebbe scoperto innanzitutto che i beni immobili confiscati per attività illecita possono essere sì trasferiti al patrimonio del Comune ove l’immobile è sito, ma «per finalità istituzionali e sociali», il che significa che il Comune può «amministrare direttamente il bene o assegnarlo in concessione a titolo gratuito a comunità, ad enti, ad organizzazioni di volontariato, a cooperative sociali o a comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti». Nessuna menzione, dunque, all’utilizzo come residenza pubblica d’emergenza.

    Se i due consiglieri della V circoscrizione Raffaele Verso e Giuseppe Giubbrone avessero letto quella legge, anche loro avrebbero scoperto qualcosa di interessante, e cioè che non occorre appellarsi al principio di sussidiarietà di Maastricht per ottenere un immobile confiscato dallo Stato a fini sociali, ma bisogna semplicemente seguire un iter burocratico previsto dalle leggi. Un iter che a Messina è difficile da applicare in quanto Palazzo Zanca non si è ancora dotato di un regolamento comunale per i beni confiscati o sequestrati, come quello presente, per esempio, al Comune di Palermo.

    «E’ vero, attualmente non esiste nessun regolamento in proposito», ammette il segretario e direttore generale del Comune Filippo Ribaudo, che poi candidamente ci rivela di non conoscere approfonditamente la questione né la normativa di riferimento, e dunque di non sapere bene quale sia l’iter necessario per poter richiedere il trasferimento dei beni confiscati e successivamente destinarli a fini sociali. Un atteggiamento apprezzabile, soprattutto se messo a confronto con quello di chi, in questi giorni, dei beni immobili confiscati alla mafia ha parlato solo ed esclusivamente in termini propagandistici, non sappiamo se in buona o cattiva fede ma sicuramente senza cognizione di causa.

    Il regolamento comunale, ormai applicato in moltissimi comuni del Sud Italia, è uno strumento indispensabile per garantire l’attribuzione di concessioni temporanee dei beni immobili secondo i principi di trasparenza e di evidenza pubblica. Come prevede la legge sopra menzionata, infatti, i soggetti interessati all’acquisizione temporanea devono prima essere censiti ed inseriti in albi comunali (così come previsto, per le organizzazioni di volontariato, dalla legge n. 226 del 21 agosto 1991, per le cooperative sociali dalla legge n. 381 dell’8 novembre 1991, per le comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti dalla legge n. 309.11 del 9 ottobre 1991), e solo successivamente concorrere all’assegnazione dei beni immobili in questione attestando di avere tutti i requisiti necessari. Il regolamento, in questo senso, accorpa in un unico documento una normativa che come abbiamo visto è molto complessa (tanto da avere indotto la Presidenza del Consiglio a nominare un Commissario straordinario per la gestione e la destinazione dei beni confiscati ad organizzazioni criminali), e allo stesso tempo tramite l’evidenza pubblica e la presenza di scadenze annuali per le richieste dei beni, dà al Comune la possibilità di richiedere in tempo al Demanio un numero appropriato di beni in proporzione alle necessità.

    Seguendo questo iter, a Palermo, solo per fare qualche esempio, un immobile confiscato al boss Giovanni Bontate è stato assegnato all’Associazione Italiana Donatori Organi, e un locale di Vito Ciancimino è stato sequestrato e poi riutilizzato a favore dell’Associazione Genitori Soggetti Autistici Siciliani. Per andare su un piano più generale, al Comune di Palermo, secondo i dati della Presidenza del Consiglio, su 1563 beni confiscati 385 sono già stati trasferiti al Comune e consegnati e 140 sono stati già destinati ma non consegnati (insieme fanno il 33,5 % del totale). Al Comune di Messina, invece, su 31 beni confiscati solo 3 sono stati trasferiti al Comune e consegnati (neanche il 10€), e 28 sono rimasti in gestione al Demanio. Quindi basta con i proclami, basta con la propaganda, i problemi vanno studiati e risolti secondo quanto prevede la legge, non in altro modo. Possiamo pretendere almeno questo dalla nostra classe politica?

    Francesco Torre

    Comune senza qualità. Mai richiesta la Certificazione UE

    Il direttore Ribaudo: “Prospettiva ancora molto lontana”

    Palazzo Zanca privo di certificazione Ue (ft)Messina. Alzi la mano chi non ha mai detto almeno una volta nella vita dopo un’esperienza all’interno di uno dei nostri enti pubblici: “Questa organizzazione è pessima”. Dipartimenti labirintici, burocrazia a mai finire, incapacità gestionali e ritardi oltre l’umana pazienza, gli enti pubblici di casa nostra obbligano i cittadini a compiere delle vere e proprie avventure kafkiane di cui si conosce l’inizio ma non si può mai prevedere la fine. Ma come dovrebbero essere gestiti gli enti pubblici per essere compiutamente efficienti? Esiste un modo per adeguarsi a degli standard nazionali o internazionali di qualità?

    La certificazione di qualità Ue negli enti pubblici è un modo semplice e garantito per comprovare la qualità dell’organizzazione e quindi il buon funzionamento di una pubblica amministrazione. Questa si basa su alcuni sistemi di verifica della qualità dei prodotti e dei servizi offerti che garantiscono la presenza di quei requisiti che soddisfano le aspettative dei clienti. Uno dei modelli più diffusi e stimati per la gestione della qualità è la famiglia delle norme ISO 9000, riconosciuta a livello internazionale e applicabile a qualsiasi azienda sia nel settore pubblico che privato. Uno strumento del genere, per intenderci, ha la funzione di un “bollino di qualità”, il cui ottenimento è il primo e indispensabile passo per il rilascio della certificazione di qualità Ue, che avviene solo ed esclusivamente tramite organismi accreditati dall’Unione Europea, in Italia il Sincert e il Sinal.

    Insomma, come abbiamo visto, un sistema per poter capire se i servizi offerti dalle nostre amministrazioni siano o meno omologati agli standard qualitativi internazionali esiste. E i nostri enti pubblici? Possiedono la certificazione di qualità Ue? «No, assolutamente no», ci rivela il dott. Filippo Ribaudo, segretario e direttore generale del Comune di Messina, che ci spiega come Palazzo Zanca sia ancora molto lontano dall’ottenere questo “bollino”: «In questo momento la prospettiva della certificazione di qualità è lontanissima per noi. Proprio in questi ultimi giorni stiamo partendo con una nuova organizzazione dell’ente, che prevede per esempio la riduzione delle aree e l’accorpamento di alcuni servizi. Tali azioni – lamenta Ribaudo – si sono rivelate assolutamente necessarie per via dell’assenza di un numero adeguato di dirigenti e del mancato inserimento in questi ultimi anni di nuove figure professionali. Se non compiamo prima questo passo non potremo mai chiedere la certificazione di qualità Ue».

    Insomma, passerà ancora molto tempo prima che il Comune di Messina possa raggiungere dei livelli qualitativi standardizzati ai modelli di efficienza previsti dall’Unione Europea. Nel frattempo, sentiamoci dunque autorizzati, ogni qual volta saremo vittime di lungaggini burocratiche, di ritardi, di inadempienze e di lassismo da parte dei funzionari di Palazzo Zanca, di affermare a pieno titolo: “Che pessima organizzazione”.

    ACCREDITO E CERTIFICAZIONE: I PASSI PER LA QUALITA’

    Messina. L’accreditamento è il “procedimento con cui un organismo riconosciuto attesta formalmente la competenza di un organismo o persona a svolgere funzioni specifiche” . In Italia gli organismi di accreditamento sono il Sincert e Sinal. Il Sincert (Sistema Nazionale per l’Accreditamento degli Organismi di Certificazione) è l’ente che accredita, a livello nazionale, gli organismi di certificazione di sistemi qualità, prodotti, personale e sistemi di gestione ambientale e gli organismi di ispezione, impiegandosi inoltre, in ambito internazionale per la stipula di accordi di mutuo riconoscimento degli organismi accreditati. L’ottenimento dell’accreditamento tramite Sincert e Sinal è il primo passo per ogni ente pubblico in previsione del rilascio della certificazione Ue. Arriverà mai il Comune di Messina ad avere tale attestato di qualità?

    Francesco Torre

    Comune, 31 mln di euro di debiti fuori bilancio

    Un enorme buco finanziario che coinvolge tutti i settori. Miloro: “Ora risanamento”

    A Palazzo Zanca 31 mln di debiti fuori bilancio (ft)Messina. «Senza risanamento non ci può essere sviluppo». E’ perentorio il giudizio dell’assessore alle politiche finanziarie del Comune, Orazio Miloro, il giorno dopo la notizia choc che ha coperto d’imbarazzo tutti gli “abitanti” di Palazzo Zanca: la comunicazione, cioè, del buco di 31 mln di euro (debiti fuori bilancio) rilevato dall’area coordinamento economico e subito trasmesso alla commissione bilancio.

    Che i conti del Comune non fossero a posto lo sapevamo da tempo. Ricordiamo ancora la polemica sorta qualche mese fa intorno alla minaccia del commissario straordinario Gaspare Sinatra di dichiarare fallimento, in giorni di fuoco in cui soprattutto gli amministratori delle partecipate pretendevano dall’ente forti contribuzioni per pagare gli stipendi ai dipendenti in sciopero. Eppure, un debito di queste proporzioni non era nemmeno ipotizzabile, soprattutto se consideriamo non solo la quantità ma anche la qualità di tale passivo.

    Prima di addentrarci nel dettaglio di questo enorme “buco”, però, è giusto anticipare che le cifre in nostro possesso si riferiscono alla data del primo di luglio 2008, e pertanto ad oggi tale debito potrebbe anche essere aumentato. Detto questo, andiamo a capire quali sono i capitoli di bilancio maggiormente critici. A sorpresa, la voce più in rosso è quella relativa alle “Urbanizzazioni primarie e secondarie”, il cui dipartimento a Palazzo Zanca, ricordiamo, ha come competenze specifiche: la progettazione ed esecuzione di opere di urbanizzazione; studi ed indagini geognostiche–geotecniche ed attività di programmazione e espletamento iter tecnico-amministrativo dei concorsi di progettazione; programmazione, progettazione e manutenzione delle zone destinate al verde pubblico. Bene, il settore in questione ha collezionato debiti per oltre 11 milioni di euro. Seguono a ruota i 7,8 mln di euro di debito raggiunti dal settore “espropriazioni e contenzioso” (quanto costano i legali esterni di cui si avvale Palazzo Zanca!) e i quasi 5 mln alla voce “rapporti con le aziende e società partecipate”. Al contrario, sono pur sempre in passivo ma si distinguono per aver contenuto il debito le voci “Edilizia Scolastica” con circa 40 mila euro di “buco”, “Sport e tempo libero” con 50 mila euro e “Cultura e Turismo” con quasi 34 mila euro.

    Ma come si è arrivati a questo punto? «Stiamo completando il reale quadro dei debiti fuori bilancio – ha affermato Miloro di fronte alle commissioni congiunte prima e unidicesima (politiche finanziarie e società partecipate) di Palazzo Zanca – e presto saremo in grado di fare una riflessione complessiva sia sull’entità del debito sia su come esso si sia generato». A preoccupare l’assessore alle politiche finanziarie, seppure il dato che emerge darebbe il quadro di uno sfascio finanziario generale, sono soprattutto i rapporti del Comune con le società partecipate che, a detta di Miloro, «vanno approfonditi sia per i livelli dei servizi resi alla cittadinanza ma soprattutto per i costi da sopportare, ed anche per tutto ciò sarà opportuno verificare la rispondenza tra i bilanci preventivi e quelli consuntivi delle aziende».

    Tale polemica sulla gestione delle Spa comunali arriva in un momento molto delicato, quando cioè sono imminenti le nomine dei nuovi amministratori da parte del sindaco Peppino Buzzanca. A questo proposito, è già da qualche mese che alcuni esponenti di maggioranza cominciano a chiedere a gran voce al sindaco di dare un segno concreto a quel contenimento dei costi di funzionamento dell’ente di cui aveva parlato in campagna elettorale, innanzitutto con la soppressione di un incredibile carrozzone quale è Messinambiente, peraltro doppione dell’Ato3. Ma sarà in grado, Buzzanca, di compiere una scelta così impopolare e che nessuno prima di lui ha avuto il coraggio di fare? Se anche lo facesse, comunque, non risolverebbe per intero il problema dei 31 mln di euro di debito fuori bilancio. Per quello ci vorranno anni, e sacrifici per tutti. Con la consapevolezza che nessuno se ne prenderà mai la responsabilità.

    Francesco Torre

    Incompiute: ancora ritardi al Palacultura

    L’opera pubblica doveva essere consegnata il 30 settembre, ma il Comune concede altri 3 mesi di proroga.

    Ancora 3 mesi di proroga per il Palacultura (ft)Messina. Più volte abbiamo definito la città dello Stretto il “paradiso dei costruttori”. Qui, infatti, negli ultimi decenni nel settore dell’edilizia abbiamo visto e sopportato di tutto: abusi di ogni tipo poi sanati, appalti truccati, ditte fallimentari, cantieri bloccati per decenni e tutto senza particolari conseguenze per i diretti responsabili, né sul piano legale né su quello economico. In questo senso, un fenomeno che meriterebbe ampi studi, sempre parlando di edilizia pubblica, è poi quello delle proroghe, che Palazzo Zanca ormai per tradizione concede alle ditte che hanno in gestione i cantieri senza mai far valere la tempistica prevista nei contratti, negandosi il diritto, per esempio, di obbligare i costruttori al rispetto dei termini pattuiti pena la richiesta di risarcimenti. Una situazione per certi versi paradossale, come se degli operai venissero in casa nostra con la prospettiva di restare un mese e finissero poi per installarsi per un anno. E noi sempre lì ad offrire il caffè.

    Una situazione del genere si sta verificando da tempo nel cantiere del Palacultura. Sia ben chiaro, si tratta pur sempre di una delle più longeve “incompiute” di Messina, il cui primo progetto risale addirittura agli anni ’70, e rispetto a quanto fatto dalle ditte precedenti il lavoro della Cosedil risulta quasi “miracoloso” agli occhi dei cittadini, ma non possiamo non notare come il primo termine entro il quale l’impresa di Santa Venerina, capofila dell’Ati Consorzio Infrastrutture, si era impegnata a consegnare la struttura fosse il 30 settembre 2007. Scadenza prorogata in prima battuta dal Comune, tramite il responsabile del procedimento ing. Carmelo Ricciardi, addirittura di un anno, in conseguenza di una variante in corso d’opera richiesta proprio da Palazzo Zanca.

    Nel momento in cui scriviamo, dunque, dovremmo essere in trepidante attesa della fine dei lavori, con le forbici in mano per il taglio del nastro e lo champagne nei calici. E invece, ecco spuntare un’altra proroga - l’ennesima - stavolta di 3 mesi, con consegna dei lavori alla fine dell’anno.

    L’opera pubblica, comunque, è lì, esternamente quasi terminata, lo vediamo, e di questo non sappiamo se esserne contenti o meno, dato che si impone come un colosso di cemento di colore e forma indefinibili proprio di fronte ad un altro colosso, questo in pietra, l’imponente e slanciato tempio duecentesco della Chiesa di San Francesco all’Immacolata, il cui profilo tra le altre cose può essere ammirato anche nel dipinto di Antonello “Pietà con tre angeli” adesso custodito al Museo Correr di Venezia. Il tutto per dire quanto stridente sul piano architettonico e paesaggistico possa essere il confronto tra le due opere.

    Aldilà della proroga, però, ciò che realmente preoccupa a proposito di quest’opera pubblica è che quando i lavori della Cosedil si concluderanno, si dovrà procedere con un altro appalto pubblico per gli arredi interni (il che significa trovare altri soldini), al termine del quale poi si dovrà effettuare il necessario collaudo e predisporre con procedure di evidenza pubblica il trasferimento all’interno del palazzo di soggetti pubblici e privati operanti nel settore della cultura che ne faranno richiesta. Trasferimento per il quale sembra già essere cominciata la bagarre. Vogliamo poi citare alcune carenze dal punto di vista tecnico dell’opera? Il progetto prevede la realizzazione dell’esiguo numero di 150 parcheggi quando solo l’auditorium interno può contenere fino a 800 persone.

    Con questa prospettiva, come si può guardare con ottimismo, come fa il Vicesindaco Ardizzone che ha proposto con orgoglio d’intitolare quello che è già uno dei più brutti palazzo della città ad Antonello da Messina, alla vicenda Palacultura? Ad essere realisti, questa incompiuta rimarrà tale nella migliore delle ipotesi ancora per un anno. Aspettando altre proroghe.

    Francesco Torre

    September 23

    Abusi edilizi sotto i ponti della Panoramica: a un punto morto le indagini

    Un bunker di lamiera, anch'esso abusivo (ft) ABUSI SOTTO I PONTI DELLA PANORAMICA: A UN PUNTO MORTO LE INDAGINI

    Comandante Carpita: «Riunione nelle prossime settimane»

    Messina. Rimarranno sicuramente delusi tutti i lettori che avevano seguito con interesse la nostra inchiesta su più puntate, iniziata nel mese di dicembre 2007, sul tema degli abusi edilizi sotto i viadotti della Strada Panoramica. Nell’ultimo aggiornamento, infatti, salutavamo con grande entusiasmo l’impegno profuso dalla Polizia provinciale e da quella Municipale, impegno che, a detta dei responsabili, stava portando a delle denunce e conseguentemente al sequestro degli immobili ritenuti abusivi. Dopo diverse settimane da allora, scopriamo però che tutti i villeggianti in possesso di una bella casetta illegittima sotto uno dei ponti della Panoramica, così come i proprietari dei box, dei garage, dei container che qua e là insozzano il paesaggio anche agli occhi dei pochi turisti che transitano sulla litoranea, non solo hanno passato un’estate serenissima, ma continuano, e continueranno chissà per quanto, a dormire placidamente sonni tranquilli senza la minima preoccupazione.

    «Prima dell’estate mi ero sentito con il tenente Bruzzano (Aldo Bruzzano, Polizia Municipale, sezione tutela del territorio, n.d.a.) – ci ha detto in proposito il dott. Pietro Carpita, Comandante della Polizia Provinciale – però poi l’incontro è saltato e ci dovremo aggiornare nelle prossime settimane. D’altra parte, la problematica non è di facile soluzione». Naturalmente non ha intenzione di sbottonarsi più di tanto, il Comandante Carpita, ma intuiamo che l’indagine sui presunti abusi edilizi non darà a breve i frutti che attendevamo, e questo anche in conseguenza di alcune “difficoltà” non meglio specificate. E poi giù con le giustificazioni di rito, peraltro tutte legittime, sull’organico ristretto del corpo da lui gestito: «Siamo sempre troppo pochi – lamenta infatti il Comandante – e gli impegni sono tanti, dall’attività venatoria al controllo delle strade, fino al quotidiano. E d’estate abbiamo dovuto gestire il programma delle ferie degli uomini del comando».

    Insomma, le indagini sono ancora ad un punto morto, o quasi. Ricordiamo che nel mese di giugno ci era stato riferito che alcune violazioni erano state accertate e avviato l’iter per le prime denunce. Da allora, però, niente è stato fatto. Eppure il palese divieto della normativa sulle fasce di rispetto stradale (D.l. n. 729 del 1961, art 9) è all’evidenza dell’intera cittadinanza. Da parte nostra, non possiamo che promettere di non dimenticare la vicenda e vigilare affinché anche le autorità competenti siano stimolate ad agire, ma sulla vicenda cominciamo ad avere l’idea che si stia costruendo un muro di gomma. Confidiamo pertanto sull’attivismo dei singoli – il Comandante Carpita, per esempio, sempre disponibile e ben intenzionato nei limiti delle proprie possibilità – per fare in modo che questo scempio abbia finalmente fine.

    GLI ABUSIVI PRETENDEVANO ANCHE LA MANUTENZIONE DELLE ABITAZIONI DA PARTE DELLA PROVINCIA

    Messina. L’abuso edilizio sotto i viadotti della Panoramica ha origini molto lontane, e per tanto tempo è stato altamente sottovalutato dai funzionari della Provincia, su cui pesa la competenza relativamente a quel tratto di strada. Con la conseguenza che tali abitanti abusivi, sentendosi ormai sicuri dentro le proprie villette, l’anno scorso si erano sentiti persino in diritto di recarsi a Palazzo dei Leoni per chiedere l’intervento dell’amministrazione per evitare che l’acqua dei canali di deflusso della strada provinciale potessero cadere sulle tettoie e dunque fin dentro le abitazioni. Richieste paradossali, che danno il senso di quanto ormai la cultura dell’abusivismo e dell’impunità sia radicata nella mentalità locale. Perché qui non si tratta di indigenti, di famiglie in attesa di un alloggio pubblico, ma di tenute residenziali alternative, di alloggi di servizio, di attività commerciali. La cui presenza è a tutti gli effetti intollerabile per tutti coloro a cui è rimasto un pizzico di senso della legalità. Quindi, a Messina, per pochissimi.

    Francesco Torre

    Fondo Fucile, risanamento sogno - Il progetto non è ancora stato presentato dal Comune

    Una veduta della favela di Fondo Fucile (ft) 

    Le responsabilità di Palazzo Zanca e della politica nella tragica vicenda del risanamento (mancato) di Messina

    Messina. «Entro sei mesi, il progetto esecutivo per la costruzione di 100 alloggi nell’area di Fondo Fucile sarà pronto». Questo ci aveva detto, nel mese di febbraio, l’allora dirigente dell’Ufficio Risanamento del Comune, l’ing. Giovanni Caminiti, all’indomani dalle veementi proteste delle quasi 150 famiglie baraccate che avevano costretto il commissario straordinario Gaspare Sinatra a firmare una variante al Piano Particolareggiato di risanamento di Fondo Fucile, decisiva per lo sbaraccamento e la successiva ricostruzione della zona.

    Da allora, di mesi ne sono passati sette, ma ancora il progetto esecutivo non risulta pronto in via definitiva. Con la logica conseguenza che il Comune non è ancora in grado di poter richiedere i finanziamenti alla Regione Siciliana. «Da diversi mesi non mi occupo più dell’Ufficio Risanamento – commenta l’ing Giovanni Caminiti, adesso alla Direzione dello Staff Grandi Opere ed infrastrutture strategiche – ma so che il progetto è a buon punto. Si sta solo aspettando l’esito di alcune indagini geognostiche che abbiamo voluto ordinare per avere la certezza del possibile futuro sfruttamento di quella porzione di territorio». Le indagini geognostiche, in realtà, le avevamo chieste anche noi durante la nostra precedente inchiesta fotografica sull’argomento (“A Fondo Fucile 150 famiglie vivono ancora nelle baracche”, QdS del 20 febbraio scorso), in quanto sotto l’area in questione ci passerebbe la Galleria sotterranea dei Peloritani, e dunque un intervento di queste proporzioni risulterebbe quantomeno azzardato. Ma non è questo il punto.

    Senza la definizione di un progetto esecutivo, come abbiamo già sopra anticipato, è impossibile recuperare dalla Regione Siciliana le somme necessarie allo sbaraccamento dell’area e alla ricostruzione, ed è inutile e propagandistico – come sta facendo in queste settimane l’assessore al Risanamento Pippo Rao – lamentarsi della mancanza dei fondi statali e regionali o inventarsi soluzioni estemporane, per giunta impraticabili, come l’utilizzazione dei beni confiscati alla mafia per tamponare e consegnare alla città anche il minimo risultato dopo anni di vana attesa. «Dobbiamo dare la possibilità al Comune di appaltare i lavori, non dico sostituendo, ma quanto meno affiancando l’IACP», ha dichiarato qualche giorno fa l’assessore proponendo una modifica alla legge 10 del 1990. Una legge regionale con la quale sono stati già finanziati diversi interventi di edilizia residenziale pubblica in città e che ha permesso ad interi comuni della provincia e ad altre realtà siciliane di cancellare in via definitiva il fenomeno delle baracche. Parole al vento, dichiarazioni strumentali se si pensa che il progetto di Fondo Fucile, che secondo la normativa avrebbe dovuto legittimamente essere affidato allo IACP, è stato redatto dal Comune, realizzando concretamente quella sostituzione che l’assessore Rao auspica come panacea di tutti i mali. E con quali risultati? Che siamo ancora qui ad aspettare, che non è cambiata una virgola rispetto a sette mesi fa, che gli abitanti di Fondo Fucile sono tornati ad occupare gli uffici del Comune in segno di protesta, stanchi di dover continuare a vivere nel più totale degrado, senza igiene, senza servizi, circondati da amianto.

    Siamo onesti, tutti sappiamo dove stanno le responsabilità di questo scempio che porta quotidianamente Messina sulle prime pagine di sempre maggiori testate giornalistiche nazionali e internazionali. Ai nostri politici ha sempre fatto comodo conservare intaccate queste sacche di degrado, di povertà, di indigenza, di ignoranza (quanta dispersione scolastica nelle periferie della nostra città!) che si trasformano, quando servono, in incredibili riserve di voti, voti che costano poco, che si accaparrano aizzando il vessillo della speranza e promettendo la realizzazione del sogno più grande, la casa. Un sogno che, per molti, rimarrà tale per sempre.

    Francesco Torre

    Dipendenti fannulloni? Macchè! Accumulano incarichi a valanga

    DIPENDENTI COMUNE E PROVINCIA, UNA MAREA DI INCARICHI ESTERNI

    Tutti i dati sul sito della Funzione Pubblica del Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione

    Messina. Non chiamateli fannulloni. Anzi, denominateli stakanovisti. Stiamo parlando dei dipendenti del Comune e della Provincia di Messina, molti dei quali, stando a quanto pubblicato sul sito della funzione pubblica del Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione, farebbero di tutto per arrotondare il proprio stipendio raccattando qua e là incarichi di vario tipo. Gli elenchi, resi noti per volontà del ministro Brunetta, ormai odiatissimo dai lavoratori del settore pubblico, si riferiscono all’anno 2006 e mostrano un sottobosco prima d’ora occultato, fatto di occasioni professionali e di consulenze esterne, i cui protagonisti stavolta non sono i soliti politici ma i semplici dipendenti, più o meno altolocati nelle gerarchie di palazzo, dei nostri enti pubblici. Qualche esempio?

    Alla Provincia di Messina nell’anno 2006 (dati comunicati dalle amministrazioni pubbliche all'Anagrafe delle Prestazioni ai sensi dell'art.53 del Dlgs.165/01 e aggiornati al 24 luglio 2008), particolarmente attivi nell’ambito degli incarichi esterni si sono rivelati gli uomini e le donne del Dipartimento “Sistemi informativi”, a cominciare dal dirigente ing. Armando Cappadonia, che per un lavoro non ben definito (alla voce categoria è presente la dicitura “altre tipologie”) della durata di qualche mese, sempre all’interno di Palazzo dei Leoni, ha percepito un compenso di 3000 euro, lavoro di cui a cascata hanno beneficiato anche i dipendenti Filippo Andaloro (500 €), Roberto Caracciolo (5000 €), Luciano Cosenza (500 €), Domenico Puglisi (3000 €) e Tomasa Salvo (3000 €). Tra gli altri incarichi, si segnalano inoltre quello della dott.ssa Anna Chiofalo, che da luglio a settembre 2006 è stata impegnata nella direzione e coordinamento dei lavori di collaudo e manutenzione presso il condominio “Il Parnaso” (2000 € il compenso), e soprattutto quello del dott. Agostino Bernava, che con i suoi 17.873 € come membro del Consiglio di Amministrazione dell’AMAM ha superato tutti i colleghi, anche il Segretario Generale dott. Giuseppe Spadaro, che di incarichi ne ha collezionati ben 2: il primo all’Ente Teatro di Messina (2324 €, classificato “altre tipologie”) e il secondo alla Commissione Tributaria Provinciale di Messina (8199 €).

    Il ruolo di Segretario Generale, evidentemente, permette di crearsi un’ottima rete di contatti, se è vero che l’omologo di Spadaro a Palazzo Zanca, cioè il dott. Filippo Ribaudo, nel 2006 è riuscito ad ottenere ben 5 incarichi esterni (dallo stesso Municipio alla Camera di Commercio, dalla Regione Siciliana all’Università di Reggio Calabria fino al sempre presente Ente Teatro), un vero e proprio exploit per un totale di 24.589 euro. Un buon modo per arrotondare lo stipendio, vero? In qualità di revisori dei conti, nello stesso anno si sono comunque molto dati da fare anche il Ragioniere Generale dott. Ferdinando Coglitore (5 incarichi anche per lui per un totale di 9.999 euro), il suo collaboratore dott. Stefano Magnisi (ben 6 incarichi dal valore di 7072 €) e l’allora Direttore del settore amministrativo dell’Istituzione per i servizi sociali Sebastiano Ravì (3 incarichi da 4910 €). E i numeri più eclatanti non sono certo questi. Il dipendente della Ragioneria comunale dott. Antonino Torrisi, per esempio, ha svolto una consulenza esterna presso il Comune di S. Giovanni La Punta (CT) di 12.500, per non dire di Domenico Battaglia e Antonino Bertuccelli, transitati all’AMAM il primo come presidente (con un incarico triennale di 172.808 euro), il secondo come componente del consiglio di amministrazione (3 anni pagati 76.802 euro). E abbiamo taciuto di moltissimi altri casi.

    Chi va con lo zoppo impara a zoppicare, dice un noto proverbio. E’ quello che deve essere successo a questi dirigenti e semplici dipendenti, i quali frequentando le stanze della politica evidentemente hanno finito per apprendere il metodo per riuscire a cavare il maggior guadagno possibile dal “sistema”. Niente di male, ovviamente, finché si rimane nel territorio del lecito. Ma è bene che i cittadini sappiano, e per questo facciamo un plauso a chi questi dati li ha resi trasparenti.

    Francesco Torre

    6,2 mln di euro per i CdA delle partecipate comunali e provinciali

    6,2 MILIONI DI EURO PER I CDA DELLE PARTECIPATE COMUNALI E PROVINCIALI

    L’intricato meccanismo dei gettoni di presenza per dare ulteriori bonus ai politici

    195 aziende, 506 componenti dei Consigli di Amministrazione, compensi per 6 milioni 187 mila 173,53 euro. Questi i numeri da capogiro che gravitano attorno al fenomeno delle società partecipate dai comuni capoluogo e dalle province siciliane. Dati parziali, che andrebbero aggiornati in eccesso se solo i Comuni di Ragusa, Catania e Agrigento e la Provincia di Ragusa pubblicassero le cifre di loro competenza, come peraltro li obbligherebbe a fare la legge Finanziaria 2007 (296/2006, recepita a livello regionale dalla legge 2/2007, art. 16), legge mai fatta applicare a dovere dai Prefetti i quali, a fronte di tante violazioni, colpevolmente non hanno mai impartito una multa. Numeri, inoltre, fortemente indeboliti dall’odiosa pratica dei gettoni di presenza, un labirinto di prebende che rende il dato reale – già inarrivabile in quanto parzialmente occultato dagli Enti – ancora più oscuro e incerto, e che mette a disposizione dei sindaci e dei presidenti di provincia un numero incredibilmente alto di piccoli bonus da gestire a proprio assoluto piacimento.

    Facciamo subito qualche esempio. Come riportato sul sito internet del Comune di Caltanissetta, all’Ato Idrico 6 l’arch. Stefano Alletto, direttamente nominato dall’Ente pubblico di riferimento, percepisce per ogni seduta di Consiglio di amministrazione un gettone di presenza pari a 154,94 €. Interpellando direttamente l’azienda, però, scopriamo che l’informazione offerta dal “servizio trasparenza” del Comune risulta essere parziale, in quanto nel CdA dell’Autorità d’Ambito Territoriale Ottimale di Caltanissetta c’è sì un consigliere nominato dal Comune, ma ce ne sono anche altri 9, oltre al Presidente ovviamente, che percepiscono gli stessi emolumenti. Come potrete vedere, quindi, ogni volta che il CdA dell’Ato 6 si riunisce, l’azienda in questione deve sborsare più di 1.500 €. E quante volte si riunisce in un anno? Quante, per esempio, nel 2007? Questo purtroppo non lo possiamo sapere, in quanto ci è stato detto che al momento l’informazione non era disponibile. Ciò che ci è dato sapere, però, è da chi è composto il CdA della società: Presidente Giuseppe Federico (presidente della Provincia di Caltanissetta); Consiglieri Luigi Casisi (sindaco di Butera), Giovanni Anzalone (consigliere comunale di San Cataldo), Giovanni Di Martino (sindaco di Niscemi), Salvatore Gattuso (sindaco di Sommartino), Luigi Mancuso (sindaco di Mussomeli), Giovanni Virnuccio (sindaco di Mazzarino), Enrico Vella (assessore del Comune di Gela), Eugenio Zoda (sindaco di Villalba) e il già citato Stefano Alletto, che altro non è se non un assessore del Comune di Caltanissetta. Ed «è in corso la nomina del decimo consigliere», leggiamo sul sito internet dell’azienda. Tutti politici, come possiamo vedere, e oltretutto tutti già stipendiati.

    Facciamo un altro esempio. Riferisce la Provincia di Catania che al Consorzio per le attività produttive Ducezio ci sono 3 consiglieri di amministrazione che ricevono un gettone di presenza di 50 € a seduta, una cifra ridicola per gli standard della politica. Anche in questo caso, però, come possiamo facilmente controllare sul sito internet della società partecipata, la situazione non sta esattamente in questi termini. Le tre persone nominate dalla Provincia di Catania, infatti, non sono esattamente componenti del Cda ma membri dell’assemblea, e come loro ce ne sono altri 20 (23 in tutto!). Il che significa che ogni volta che il Consorzio Ducezio indice un’assemblea, deve sborsare 1.150 €. Oltre, naturalmente, ai soldi che spende per il CdA, che è composto da un Presidente e da 8 consiglieri. E quante volte si tiene quest’assemblea di condominio? Massimo 4 volte l’anno, ci tengono a precisare dal Consorzio, ricordando che, da statuto, ogni ente che abbia una partecipazione nella società può nominare dai 2 ai 3 membri dell’assemblea.

    Casi analoghi li potremmo trovare, e li abbiamo trovati, andando a indagare all’interno di altre società partecipate che si avvalgono del magico “gettone”, come la Sogepat, partecipata dalla Provincia di Messina, i Consorzi Asi, il Teatro al Massimo e Palermo City Sightseeing, partecipati entrambi dal Comune di Palermo.

    Ciò non fa che confermare la nostra sensazione iniziale. I gettoni di presenza non sono altro che delle regalie, delle “paghette”, delle mance che rendono la classe politica sempre più simile ad una casta di privilegiati, talmente protetta e agiata da potersi permettersi di rinunciare a questi bonus per concederli ai propri sottoposti. E il meccanismo di tali concessioni risulta talmente occulto e intricato da dare seriamente la sensazione che ci si trovi all’interno di un labirinto inaccessibile e per giunta pericoloso, dentro il quale – se si cerca bene – sguazzano allegramente non uno ma tanti Minotauri, senza temere alcun Teseo che li possa smascherare o direttamente eliminare. Trovare il filo di Arianna risulta quasi impossibile. Noi almeno ci abbiamo provato.

    Francesco Torre

    SLOT MACHINE ALLA SICILIANA. AL GIOCO DEI “GETTONI” QUI SI VINCE SEMPRE

    Insert coin. Il fenomeno dei gettoni di presenza nelle società partecipate siciliane ci ricorda molto il gioco della slot machine, con un’unica differenza: qui chi partecipa vince sempre. Pensate, per esempio, all’ex presidente della Provincia di Siracusa Bruno Marziano. Per lui il magico gettone scattava (e probabilmente scatterà adesso per il suo successore Nicola Bono) per ben 5 società partecipate dell’ente da lui presieduto: G.A.L. Eloro, Consorzio per lo Sviluppo di Siracusa, Consorzio A.T.O. di Siracusa (no, scusate, qui non c’era un gettone ma un compenso di 16.800 euro), Società Aeroporto Catania e G.A.L. Hyblon Tukes. Insomma, ha praticamente sbancato la slot. Inseriamo allora un altro gettone.

    Insert coin. Il vice presidente “non operativo” (così si legge sul sito della Provincia di Messina) della società Innovabic Mario Centorrino percepisce 2000 euro per ogni seduta del CdA cui partecipa, e 1500 per ogni seduta del Comitato esecutivo. Menomale che non è operativo, altrimenti chissà quali sarebbero le cifre. Dalla società, comunque, ci assicurano che questi soldi non provengono da trasferimenti degli enti pubblici. Da parte nostra, non possiamo però non notare che il suddetto Centorrino è stato nominato vice presidente di Innovabic il giorno dopo del suo allontanamento (spontaneo o meno non è dato saperlo) dall’assessorato al Bilancio del Comune di Messina. Che coincidenza! Qui si rischia che la slot venga definitivamente svuotata. Andiamo allora a mettere un altro gettone.

    Insert coin. La Provincia di Enna è la patria del gettone di presenza. Qui si usa a Sicilia Ambiente (200 € per seduta), alla Società Multiservizi (155 € per seduta), alla Rocca di Cerere G.A.L. Consortile (100 € a seduta) e alla Terra del Sole Società Consortile (100 € a seduta), quest’ultima priva peraltro anche di un proprio sito internet. Chiamando la Rocca di Cerere veniamo subito tranquillizzati: «qui non si fanno mai più di 10 sedute l’anno». A 100 euro a seduta, considerando 9 consiglieri, sono pur sempre 9000 euro l’anno. Un bel numero di monetine che scivolano via anch’esse dalla slot.

    Di questo passo potremo continuare all’infinito, inserendo altre monetine, considerando altre società partecipate, verificando la consistenza politica dei beneficiari, dei fortunati giocatori. Con lo stesso risultato: al gioco dei gettoni di presenza si vince sempre. E c’è di più. La slot machine degli enti pubblici siciliani, magicamente, non si svuota mai, non c’è il rischio che inserendo una moneta compaia la scritta “game over”. Come mai? Andate a guardare dietro la macchinetta, lì dove non guarda mai nessuno. Li vedete questi milioni di uomini e donne in fila con il loro gettone? Pensate che vogliano giocare anche loro? No, sono i contribuenti, servono solo a caricare la slot. A giocare coi loro soldi ci pensano i politici.

    Francesco Torre

    La Camera approva il rifinanziamento delle opere pubbliche

    LA CAMERA APPROVA IL RIFINANZIAMENTO DELLE OPERE PUBBLICHE

    Sarebbe un risarcimento dopo lo scippo di 240 milioni per pagare il taglio dell’Ici

    Messina. C’erano una volta 1 miliardo e 400 milioni di euro. Erano stati stanziati dal Governo Prodi per finanziare le infrastrutture in Sicilia e in Calabria. Erano denominati “fondi ex Fintecna”, e la loro prima destinazione era relativa alla costruzione del Ponte sullo Stretto. La fetta di questi soldi che sarebbe dovuta toccare a Messina era davvero cospicua: 240 milioni di euro, che avrebbero garantito la realizzazione di quelle opere pubbliche indispensabili per fronteggiare l’emergenza ambientale determinatasi nel settore del traffico e della mobilità.

    C’erano una volta 1 miliardo e 400 milioni di euro, dicevamo, e adesso non ci sono più, perché il Governo Berlusconi, una volta insediatosi, ha deciso di impiegare quelle somme per pagarsi il taglio dell’Ici generalizzato sulla prima casa. Così, senza colpo ferire, si sono volatilizzati anche i 240 milioni di euro destinati a Messina, e insieme la speranza di realizzare quelle opere pubbliche che aspettano ormai da decenni di vedere la luce.

    Scusate se abbiamo raccontato nuovamente la favoletta dei fondi Ex Fintecna, ma la memoria collettiva nella città dello Stretto è davvero fragile e tende a dimenticare anche i fatti più importanti della storia recente della città. Senza questa dovuta premessa, infatti, l’Ordine del giorno approvato qualche settimana fa alla Camera su iniziativa dei deputati messinesi Enzo Garofalo, Antonino Germanà e Francesco Stagno d’Alcontres, con il quale il Parlamento sospinge il Governo a ripristinare le risorse per Messina, sarebbe stato letto come un successo da parte della delegazione messinese, e invece più onestamente si tratta di un atto dovuto, un risarcimento dopo lo scippo, un modo per gli onorevoli di maggioranza di farsi perdonare il servilismo e l’atteggiamento di sottomissione con il quale – senza dire la benché minima parola di protesta – hanno accettato qull’inaccettabile disposizione dall’alto, come abbiamo visto fortemente penalizzante per Messina come per tutta la Sicilia e la Calabria.

    Con il suddetto Ordine del giorno, i tre deputati hanno chiesto al Presidente del Consiglio dei ministri di adottare «ulteriori iniziative normative volte a ripristinare risorse finanziarie strettamente necessarie alla realizzazione degli interventi urgenti di protezione civile».

    Il pronunciamento della delegazione messinese alla Camera, però, di per sé conta poco. Attendiamo, pertanto, l’ok del Consiglio dei Ministri e, qualora questo avvenisse, l’importo dell’impegno finanziario del Governo. Solo allora sarà possibile dimenticare quello scippo di 240 milioni di euro fatto ai danni di Messina. Uno scippo che, purtroppo per noi messinesi, non è una favola ma una triste realtà.

    LE OPERE INDISPENSABILI E I POTERI SPECIALI

    Messina. Nell’Ordine del giorno approvato alla Camera sono state ricordate tutte le opere pubbliche resesi ormai indispensabili per Messina, tra cui in evidenza il completamento degli svincoli autostradali di Giostra e Annunziata; la progettazione e realizzazione della Metropolitana del Mare, tra la stazione marittima e Torre Faro; la piattaforma intermodale di Tremestieri con annesso scalo portuale; l’adeguamento del collegamento tra Viale Gazzi e il Molo Norimberga. Tali obiettivi si dovrebbero realizzare anche grazie ai poteri speciali concessi prima all’ex sindaco Francantonio Genovese e poi al Prefetto Francesco Alecci, peraltro però mai accompagnati da finanziamenti. Forse, allora, per poteri speciali si intendeva la capacità di realizzare opere pubbliche senza una lira, ma allora sarebbe stato meglio definirli poteri magici.

    Francesco Torre