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June 30 IMMOBILI VENDESI: IL COMUNE BATTE CASSA
Varato un piano dismissioni da 36 milioni di euro Immobili vendesi: il Comune batte cassa Inutili le proteste degli affittuari, obbligati ad acquistare la casa in cui vivono da 10 o 20 anni.
Messina. Con il bilancio perennemente in dissesto e le pressanti richieste della Regione – che già aveva avviato le pratiche per commissariare l’ente – per la presentazione in Consiglio comunale del Piano triennale per le opere pubbliche, Palazzo Zanca ha scelto la via più breve e sicura per fare cassa: vendere parte del proprio patrimonio immobiliare. Un’operazione, quella già avviata dal vicesindaco e assessore al Patrimonio Antonio Saitta e votata in sede di Consiglio comunale (nonostante le dure contestazioni dell’opposizione), che dovrebbe garantire al Comune di Messina delle entrate pari a 36 milioni di euro, una vera e propria boccata di ossigeno nonché l’unico modo per tenere sotto controllo il bilancio 2007. Aldilà della situazione contingente e delle misure sicuramente troppo veloci con le quali si è proceduto a votare una delibera così delicata come quella riguardante la dismissione del patrimonio comunale, la misura non può che essere condivisa: gli immobili comunali in affitto, infatti, drenano rilevanti risorse alle casse dell’ente per via della continua manutenzione, e non garantiscono delle entrate sufficienti per via di canoni d’affitto irrisori, spesso neanche riscossi. Uno spreco di denaro pubblico che, prima o poi, andava risolto. Così prende il via la prima tranche di dismissioni avviata da Palazzo Zanca. In vendita, un edificio storico per la città di Messina come il mercato Muricello (stimato 1 milione e 800 mila euro), l’autocentro di Via Salandra (3 milioni 560 mila euro, che dovrebbero essere versati da MessinAmbiente in un non molto chiaro giro di denaro tra enti appartenenti alla medesima matrice, e peraltro entrambi in dissesto finanziario), terreni edificabili sul Torrente Trapani e in prossimità dell’Ignatianum (valore stimato 800 mila euro ciascuno), le scuole di Acqualadrone, Cumia Inferiore, Tono e Cola Camuglia. E poi nove negozi sul Viale San Martino, nell’isolato 88, dai quali il Comune intende ricavare una somma pari a 6 milioni 186 mila euro. Infine, vero pomo della discordia nonché parte economicamente più significativa di tutta la delibera, la tranche di dismissioni di alloggi comunali: 120 abitazioni e 94 tra box auto e cantine della cooperativa Zancle, a Tremonti (11 milioni di euro); l’intero complesso Città Nuova, sul Torrente Trapani (9 milioni 800 mila euro); 8 villette Sicim a Curcuraci (quasi 1 milione di euro). La messa in vendita degli alloggi comunali, però, ha creato una vera e propria bagarre in sede di Consiglio comunale, con l’amministrazione costretta a difendere a denti stretti la delibera contro l’opposizione dei rappresentanti politici della Casa della Libertà ma soprattutto dei legittimi affittuari degli appartamenti in oggetto. Nonostante sia stato concesso, infatti, il diritto di prelazione agli attuali abitanti per la vendita degli alloggi, molti di loro dichiarano di non essere al momento in grado di acquistare gli immobili, e soprattutto ritengono molto alto il prezzo fissato dalla Giunta, pari a 1.000 euro al metro quadro. Un prezzo effettivamente eccessivo, tenendo conto dei piani di dismissione avviati dalle precedenti amministrazioni nel corso degli anni, ma perfettamente in linea con i canoni regionali, che rispecchiano parametri oggettivamente difficilmente criticabili. Così, cavalcando l’onda populistica della difesa dei diritti delle famiglie interessate alla vendita degli immobili (che, ricordiamo, sono state messe in condizione di acquistare a prezzo agevolato rispetto al mercato le case in cui vivono, e ciò dovrebbe essere motivo di soddisfazione e orgoglio, se non fosse per le gravi condizioni economiche in cui alcune di queste famiglie dichiarano di versare), i gruppi consiliari della CdL hanno lanciato un duro affondo alla “insensibile” giunta Genovese, poi formalizzatosi tramite un emendamento a firma Trischitta, Pergolizzi (An), Burrascano e Sparso (FI), e sottoscritto anche da alcuni esponenti della maggioranza, con il quale si è richiesto di considerare facoltativo l’acquisto degli alloggi da parte delle famiglie occupanti e di garantire il mantenimento delle condizioni di affitto qualora essi decidessero di non avviare le pratiche per il riscatto della casa, con il conseguente divieto del Comune di vendere gli appartamenti a terzi. Un emendamento che la maggioranza ha naturalmente respinto, tra gli insulti del consigliere Trischitta (scene deprecabili a cui l’esponente di Alleanza Nazionale, troppo spesso al centro di diverbi che ledono la rispettabilità dell’istituzione che rappresenta, evidentemente non sa o non intende rinunciare) rivolti all’area di maggioranza, ma forse involontariamente anche ai propri alleati, dato che il piano di dismissione è alla fine stato votato con 20 voti favorevoli e soltanto 3 contrari (Trischitta appunto, Sparso e Pergolizzi). Il superamento della questione politica, però, non può fare passare in secondo piano le concrete difficoltà di alcune famiglie che, senza preavviso, si sono trovate nelle condizioni di dover decidere se dare l’avvio ad un mutuo (agevolato ma pur sempre esoso) o rinunciare agli alloggi. Per ovviare parzialmente a questo problema, il centrosinistra ha votato un altro emendamento, che garantisce agli abitanti che non decideranno di acquistare gli immobili di non perdere il proprio status giuridico e di poter accedere ad altri alloggi di edilizia economica e popolare a canone sociale, ma la perdita della casa in cui si vive da uno o due decenni è un dolore che mal si sopporta, soprattutto se si pensa che questo è il prezzo che la società messinese deve pagare anche e soprattutto per mantenere una classe politica che non è capace di dare risposte e i cui inutili e altissimi costi sono sotto gli occhi di tutti.
Francesco Torre June 10 ANCHE LA RAI CONTRO IL PIANO REGOLATORE
L’ennesima discutibile vicenda in campo edilizio a Messina Anche la Rai contro il Piano Regolatore Nuove costruzioni indeboliscono il segnale. Senza che sia stato chiesto il nulla osta alla società concessionaria dell’area
Messina. Come se non bastasse. Come se non ci fosse già stata la lunga e degradante bagarre sulle regole comunitarie in relazione alle Zone a Protezione Speciale. Come se non fosse mai successo lo scandalo di tangenti senza precedenti passato alla storia come “Oro Grigio”, che si è abbattuto come un terremoto sulla politica delle concessioni edilizie negli uffici tecnici di Palazzo Zanca. Ci mancava solo che anche la RAI (sì, proprio la tv di Stato) si ponesse contro il Piano Regolatore del Comune di Messina! Purtroppo non si tratta di uno scherzo, e lampante dimostrazione ne è la lettera che l’avvocato Enrico Alfonsi,dell’ufficio Affari Legali e societari di Rai Way (la società proprietaria delle rete di trasmissione e diffusione del segnale Rai), ha fatto recapitare nei giorni scorsi nelle scrivanie non solo delle Aree coordinamento, salvaguardia ambientale, sanità e tutela pubblica e privata incolumità del Comune, ma anche dei Dipartimenti regionale e provinciale dell’Arpa e, per conoscenza, della Procura di Messina e dell’Ispettorato territoriale Sicilia del Ministero delle Comunicazioni. Sotto accusa, stavolta, alcuni insediamenti immobiliari in costruzione nelle vicinanze di Forte Gonzaga, in zona Montepiselli, e proprio sotto una collinetta su cui svettano le antenne della RAI – Radio Televisione Italiana. «Rai Way intende sin d’ora contestare – scrive l’avvocato Alfonsi – la legittimità degli atti autorizzatori rilasciati a privati per la realizzazione degli immobili, adibiti ad uso abitativo, in corso di costruzione in prossimità dell’impianto. A tale riguardo, né la concessionaria pubblica RAI né Rai Way sono mai state informate dei procedimenti amministrativi avviati dai competenti uffici comunali, né tantomeno è stato mai loro chiesto il rilascio di un nulla osta alla realizzazione degli edifici in contestazione». Ma perché il Comune avrebbe dovuto avvisare la RAI della costruzione di questi edifici, o addirittura chiedere loro un nulla osta? Si dà il caso che la RAI, appunto, abbia in concessione l’area in cui si trovano gli impianti di trasmissione sin dal 1946, e per il loro corretto funzionamento essi necessitano di un’ampia zona di rispetto. La realizzazione degli edifici, pertanto, andrebbe fortemente a danneggiare la trasmissione del segnale, e conseguentemente tutti gli utenti finali che ne usufruiscono. Più semplicemente, al termine della costruzione degli edifici si avrebbero una cinquantina di abitazioni in più e migliaia di persone che non possono più vedere il TG1. Ed il rischio è concreto, dato che – in via cautelativa e provvisoria – il 12 aprile scorso Rai Way ha diminuito le potenze degli impianti di trasmissione, e se la faccenda non dovesse rientrare promette di dare battaglia al Comune. «Si invitano le amministrazioni competenti – fa sapere Alfonsi – a disporre l’interruzione dei lavori di costruzione degli immobili, annullare o revocare in via di autotutela i permessi rilasciati, indire nuove misurazioni per verificare lo stato delle emissioni e dell’area di servizio. Rai Way – conclude l’avvocato – si riserva di tutelare i propri diritti e i propri interessi». Quale sarà la risposta da Palazzo Zanca è difficile da pronosticare. Fermare i lavori, così come richiesto da Rai Way, non sembra possibile, a meno di non pagare una forte multa alla ditta vincitrice dell’appalto. D’altra parte, andare avanti significherebbe con tutta probabilità finire in tribunale contro un colosso nazionale come la RAI, e rischiare di pagare multe o risarcimenti per forzati lavori di adeguamento degli impianti per cifre forse anche molto più salate. Non c’è che dire, l’assessore all’Urbanistica Catalioto sin dall’inizio del suo mandato non ha mai avuto un pizzico di fortuna. Eppure non era difficile pronosticare un periodo di forti contrasti e turbamenti nell’amministrazione di una gestione della politica del mattone che, a Messina, è stata sempre vissuta – e adesso sappiamo che non si trattava di demagogia – come una spartizione di denaro, regalie, fondata spesso sul fatto che chiudere un occhio (o tutti e due) non è mai stato un problema irrisolvibile in certi casi: quando per esempio dei terreni non erano edificabili e venivano resi tali con un colpo di bacchetta, oppure quando si trattava di esibire dei documenti tecnici sull’impatto ambientale di nuove costruzioni e cosi via.
F. T. June 07 LA CASTA MESSINESE E GLI SPRECHI DELLA POLITICA
Pubblicati i compensi dei Cda delle Società partecipate di cui è socio il Comune La Casta messinese e gli sprechi della politica Tra le società inspiegabilmente più costose, l’Amam e l’Ato3
Messina. Grazie alle normative nazionali, anche in riva allo Stretto comincia a diffondersi la cultura della trasparenza sui costi della politica. Il sindaco Francantonio Genovese, infatti, dopo le insistenti sollecitazioni di numerosi consiglieri comunali che chiedevano di conoscere le situazioni economiche delle società partecipate di cui è socio il Comune di Messina, ha deciso di rendere noti gli incarichi e i relativi compensi di presidenti e membri del consiglio di amministrazione di Ato 3, MessinAmbiente, Amam, Atm, Stu e Istituzione per i servizi sociali. Secondo quanto previsto dall’art. 1, comma 735, della legge 27/12/2006 n. 296 “Legge Finanziaria 2007”, inoltre, Palazzo Zanca ha fatto affiggere la tabella relativa a incarichi e compensi anche all’Albo Pretorio del Comune. Una scelta forzata, nata dalla necessità di placare le molte polemiche seguite all’interrogazione presentata al sindaco e all’assessore regionale agli Enti Locali dal consigliere della Margherita Francesco Curcio. L’ex rappresentante dei Ds, infatti, proprio nei giorni scorsi aveva denunciato un enorme spreco di denaro pubblico legato ai compensi (pardon, onorari) dei revisori dei conti dell’Azienda Meridionale Acque di Messina. I componenti del collegio sindacale dell’Amam, di fatto, secondo quanto riportato da Curcio, non solo guadagnerebbero molto di più di tutti i propri omologhi che effettuano lo stesso servizio su scala nazionale presso aziende di primo livello nel settore pubblico e privato, ma inspiegabilmente percepirebbero più del Presidente e dell’Amministratore delegato della stessa società. Benchè l’Amam abbia presto deciso di correggere le cifre rivelate da Curcio (198.518,64 euro riconosciuti dall’azienda per il 2006 per 3 revisori dei conti, comunque cifre al di sopra di ogni standard retributivo, a fronte dei 370 mila indicati dal consigliere comunale) rimane un fortissimo punto interrogativo sul perché di questa disparità di compensi tra il collegio sindacale e la direzione dell’azienda. Presto detto, ciò è stato reso possibile tramite una modifica apportata allo Statuto della società, con la quale si è stabilito che i revisori debbano essere pagati secondo le tariffe professionali, per cui 675 euro l’ora a testa. In pratica, una riunione di 3 ore con i revisori dei conti costa tuttora all’Amam più di 6000 euro! Inevitabilmente, la notizia ha provocato l’indignazione non solo dei cittadini, ma anche di tutta la classe politica locale, la cui rabbia ha trasudato un malcelato senso di invidia per i 3 revisori dell’Amam. Alcuni consiglieri comunali, tra cui lo stesso Curcio, hanno persino evocato lo spettro di una multa di 10.000 euro che il Prefetto avrebbe potuto infliggere al Comune qualora si fosse ancora rifiutato di pubblicare gli incarichi di amministratore delle società conferiti dai soci pubblici e i relativi compensi, come stabilito appunto dalla Legge Finanziaria 2007. Con questi presupposti, il Comune non ha potuto fare altro che cedere, mettendo in bella mostra le liste dei consigli di amministrazione delle società partecipate e svelandone i relativi emolumenti. Si scopre così che i dirigenti che percepiscono uno stipendio più alto sono i presidenti del C.d.a. di MessinAmbiente (Antonino Dalmazio), Amam (Domenico Battaglia) e Ato3 (Francesco Barresi), con un compenso annuo lordo di 57.602,76 euro. La stessa cifra viene inoltre pagata a Salvatore La Macchia, Amministratore delegato dell’Ato 3. Dietro di loro, il Presidente dell’Atm Franco Providenti, il cui compenso si aggira intorno ai 49.920 euro l’anno, e il Presidente dell’Istituzione per i servizi sociali Elio Sauta, con 39.943,20 euro annui. Fanalino di coda, Gaetano Caliò, che percepisce solo 8.000 euro lordi l’anno come compenso per la presidenza del Consiglio di Amministrazione della Società di trasformazione per il recupero del Tirone (STU). Analizzando i compensi dei membri dei diversi C.d.a., la situazione non cambia. Si passa infatti dai 25.600,80 euro annui per MessinAmbiente (cifra da moltiplicare per 4 consiglieri), Amam (8 consiglieri) e Ato3 (3 consiglieri), ai 20.480,04 euro dei 4 componenti del C.d.a. dell’Istituzione per i servizi sociali, per finire con i 19.968,96 euro per i 6 consiglieri dell’Atm e l’unico componente del C.d.a. della STU con 2.400 euro annui. Cifre piuttosto ragguardevoli, che danno la misura di quanto queste poltrone possano essere ambite tra i politici locali. Cifre spesso immeritate, soprattutto andando a considerare l’andamento fallimentare di alcune tra queste società (basta considerare gli enormi debiti dell’Atm). Cifre spropositate, considerando l’inutile numero dei membri del C.d.a. di alcune tra queste aziende. E’ legittimo, infatti, chiedersi se davvero l’Amam abbia bisogno necessariamente di 8 consiglieri. Sarebbe interessante sapere come impiegano il loro tempo e in che mansioni sono coinvolti, così come i 6 componenti del C.d.a. dell’Atm. Ma cosa ancora più importante: tutto questo quanto costa al Palazzo? Facendo un rapido calcolo, senza considerare l’infinita pletora di altri dirigenti e funzionari che sovraccaricano le strutture burocratiche delle succitate società, il totale delle spese dei Consigli di Amministrazione delle società partecipate del Comune assume dimensioni abnormi, raggiungendo una cifra record di 944 mila 580 euro. Quasi un milione di euro! A questo punto, ogni commento risulterebbe superfluo. Parafrasando il best-seller del momento, cioè l’inchiesta sui costi e gli sprechi della politica di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, si potrebbe dire che questi numeri svelano come anche Messina abbia la propria “Casta” di politici (meglio, politicanti) superpagati, viziati e intoccabili. Lo dimostra il fatto che nonostante gli esempi tutt’altro che virtuosi di queste società, piuttosto che adottare una politica di risparmio il Comune si è appena dotato di un’altra costosissima società, la Entrate Zancle Spa. Ad maiora!
F. T. |
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