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April 28 UNO SVILUPPO POSSIBILE, MA SOLO AD ALCUNE CONDIZIONI
Il rapporto stilato dalla Fondazione Censis su incarico della Confindustria messinese Uno sviluppo possibile, ma solo ad alcune condizioni «Messina deve perdere l’ineffabile carattere di città conchiusa»
Messina. «Nella dimensione emporiale - cioè nel suo essere area di interscambio e di attraversamento - Messina ha costruito negli anni la propria identità, senza tuttavia riuscire a rompere il guscio di un processo di crescita economica assai lento e senza mutare la struttura produttiva, eccessivamente incentrata su un terziario di matrice pubblica a contenuto valore aggiunto». Con queste parole inizia il rapporto formulato dagli studiosi della Fondazione Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) su incarico della Confindustria messinese. Un rapporto dal titolo esplicativo “Governare la crescita: progetti e scenari di sviluppo per la città di Messina”, risultato di un’indagine condotta tra il 2005 e il 2006 volta, oltre che a monitorare la situazione economica e sociale presente della città dello Stretto, anche ad offrire nuove possibili idee di sviluppo. Lo scenario tracciato dai ricercatori del Censis non è certo positivo. Nonostante le molte aree produttive, alcune già presenti altre ancora soltanto potenziali, Messina risulterebbe infatti una realtà troppo disgregata. «La pratica di lanciare idee e progetti, senza riuscire a darvi seguito, avviluppa la provincia nella paradossale situazione di possedere una varietà di settori e comparti produttivi tali da costruire un futuro nuovo, ma non sufficientemente aggregati da costituire una massa critica idonea ad affrontare le nuove forze competitive del mercato». Il sistema turistico, il settore commerciale, la cantieristica, la logistica portuale, i centri di eccellenza nel campo della ricerca scientifica e tecnologica, i cluster produttivi di nuova e graduale formazione: questi sono, per la Fondazione Censis, i punti da cui Messina deve assolutamente partire per avviare il suo sviluppo futuro. «Occorre trasformare queste limitate e ancora nebulose opportunità di sviluppo in progetti concreti, in interventi di sostegno alla diffusione della cultura di impresa e all’imprenditorialità, in un piano organico di riqualificazione del tessuto produttivo e di alcune componenti del territorio realizzabile in breve tempo». Tale sviluppo economico e sociale, viene sostenuto ancora nella relazione, non può non prescindere dalla realizzazione di alcuni obiettivi strategici, interventi articolati in grado di ridefinire l’identità e le funzioni del territorio nel suo complesso: un piano organico di completamento delle molte opere di infrastrutturazione del territorio da tempo progettate, spesso ammesse a finanziamento pubblico e non portate a compimento; un piano di valorizzazione della funzione portuale della città capoluogo; una serie di interventi che facciano di Messina un nuovo attrattore turistico tale da consentire di farne un più rilevante terminal crociere; aree che fungano da incubatori e acceleratori della crescita delle imprese e della forza lavoro del comparto della nautica da diporto; strumenti di sostegno per i cantieri della navalmeccanica di media e piccola dimensione; interventi che permettano il costante aumento della qualità dei servizi connessi al sistema dell’accoglienza turistica; sistemi amministrativi pubblici locali rapidi nelle proprie decisioni, capaci di contribuire alla creazione di un habitat nel quale l’impresa e l’imprenditorialità siano finalmente percepite e concepite come ricchezza del territorio e parte integrante della sua cultura e non come elemento ad esso estraneo. Corredato da dati e tabelle che illustrano in maniera esemplare il territorio e la geocomunità, il sistema delle imprese e la progettualità per uno sviluppo di crescita, il rapporto del Censis concede a Messina una chiara prospettiva di crescita sociale ed economica nel medio e lungo periodo, ma solo a una condizione: « Messina deve perdere l’ineffabile carattere di città conchiusa, avviluppata da anni in progetti, i più disparati, che non trovano - salvo casi sporadici - compimento e frustrata dalla innegabile cesura tra il sistema della Pubblica Amministrazione e il sistema delle imprese».
F. T. April 25 Saglimbeni denuncia sprechi, Providenti apre il vaso di Pandora
Atm al centro delle polemiche Saglimbeni denuncia sprechi, Providenti apre il vaso di Pandora Una vicenda dai contorni inquietanti, pessimo esempio di gestione di risorse pubbliche
Messina. E’ stato finalmente indetto un bando di concorso per autisti e sono in arrivo 27 nuovi autobus ma il clima che si respira all’Azienda Trasporti di Messina è tutt’altro che sereno. Tra scioperi effettuati e altri annunciati, corse che saltano e ritardi quotidiani, denunce di degrado dentro i tram e nel parcheggio di Cavallotti, il Presidente della società, l’ex sindaco Franco Providenti, non può certo stare allegro. Risulta infatti pesante la situazione di arretratezza di una struttura pubblica che dovrebbe garantire uno dei servizi principali, quello della mobilità urbana, e che non riesce a soddisfare la domanda cittadina. Per non dire degli enormi buchi di bilancio, superati parzialmente soltanto grazie alle entrate garantite dai parcheggi a pagamento nelle Zone a Transito Limitato (che a transito limitato sono solo formalmente perché in effetti circola qualsiasi tipo di mezzo ad ogni ora del giorno e della notte) e delle carenze organizzative. Se a questo aggiungiamo anche gli sperperi di denaro pubblico denunciati tramite un’interrogazione dal consigliere comunale della Margherita Paolo Saglimbeni, capiamo bene quanto la gestione del trasporto pubblico a Messina sia in piena crisi. L’affondo dell’esponente del centrosinistra cittadino riguarda una delibera, la n. 3 del 9 febbraio scorso, con la quale si concede a circa 60 unità di personale una qualifica superiore sulla base di un ricorso gerarchico. In sostanza si tratterebbe di un avanzamento di grado, con conseguente aumento di stipendio, che però nella delibera non viene quantificato, né tantomeno viene indicata la copertura finanziaria dell’operazione. E tutto prima che venga stilato il bilancio previdenziale 2007, cioè prima di conoscere le reali possibilità di spesa della società, che se non dovesse avere i fondi necessari dovrebbe richiedere l’ennesimo trasferimento di denaro pubblico al Comune. «Nessuno sperpero – commenta Providenti in una replica scritta al consigliere Saglimbeni – solo giustizia retributiva. La delibera in questione ha peraltro consentito la chiusura di molte controversie, evitando semmai ulteriori sprechi». Il Presidente dell’Atm, infatti, giustificherebbe il contenuto della delibera con una storia – per noi alquanto inquietante – che ha inizio nel lontano 1994. Dal 1994 al 2000 – chiarisce Providenti – si sarebbero infatti registrate numerose controversie con alcuni dipendenti che chiedevano il riconoscimento di lavoro svolto con qualifica superiore e relativi vantaggi economici. Da allora molte cause sono state perse, molti risarcimenti elargiti giustamente, e le casse dell’Atm si sono ulteriormente prosciugate. Ma perché si richiedeva ai dipendenti di svolgere mansioni superiori rispetto a quelle per i quali erano stati assunti? Si cercava forse di risparmiare sul costo del lavoro? Sarebbe una novità per un’azienda pubblica, lì dove cioè siamo abituati piuttosto a denunciare gli sprechi. Niente di tutto questo, infatti. La ragione è di altra natura e dà il senso di quanto la gestione delle aziende pubbliche messinesi venga nella maggior parte dei casi affidata al caso. «A quel tempo – continua il Presidente – l’azienda non possedeva una tabella organica capace di determinare con esattezza il fabbisogno di lavoro». In pratica, non si sapeva, cioè, quanti uffici c’erano, quanto personale veniva impiegato nei vari settori, quale era il fabbisogno reale per garantire i servizi minimi di trasporto. In una situazione del genere, quindi, per coprire le necessità quotidiane di servizio spesso veniva chiesto ai dipendenti di effettuare straordinari, e addirittura di svolgere le più diverse mansioni. Un contesto da Repubblica delle Banane, insomma, che è stato superato pagando a caro prezzo un consulente esterno per redigere un nuovo piano organico. E decidendo, infine, di accontentare anche i lavoratori con cui ancora si era in causa civile, non solo per questioni di merito ma anche per evitare di pagare a carissimo prezzo ulteriori risarcimenti. Un racconto, questo, che sinceramente suscita rabbia e indignazione, sia per il modo in cui sono state gestite le risorse pubbliche che per il trattamento subito dai dipendenti, e che ci dà la misura del dilettantismo e dell’incompetenza con i quali vengono gestite le aziende pubbliche a Messina. E sebbene si possa riconoscere legittimità nel provvedimento adottato nel cda dell’Atm e contestato da Saglimbeni, pure rimangono delle zone d’ombra relative alla mancanza d’indicazione della copertura finanziaria, un dettaglio non di poco conto trattandosi di un’azienda a titolarità comunale. E non vanno dimenticate, infine, altri grave inadempienze come quelle denunciate da un altro consigliere comunale, Salvatore Ticonosco di Alleanza Nazionale, che riguardano la mancanza dei minimi livelli di sicurezza (impianto antincendio e videosorveglianza fuori uso) in un’area centrale e di massimo sfruttamento come il Parcheggio Cavallotti e che meriterebbero un discorso a parte. In un periodo in cui a Messina proliferano le Società per azioni nel settore pubblico (l’ultima nata, la Entrate Zancle, in un settore peraltro tradizionalmente gestito internamente dai comuni), non si comprende come ancora non si sia pensato alla trasformazione dell’ente deputato alla gestione del trasporto pubblico in una società a capitale misto. Una scelta probabilmente obbligata, considerando anche che in quasi tutte le realtà italiane (Roma, Milano, Bologna, Firenze, Palermo etc.) questa soluzione abbia portato enormi benefici sia dal punto di vista economico – bilanci in attivo, nuove assunzioni – che sotto il profilo sociale, con la garanzia di un servizio quanto meno dignitoso. E’ chiedere troppo?
F.T.
April 23 Presentazione del volume "Messina nella sua Avventura"Giovedì 26 Aprile
ore 10.30
Palazzo Zanca - Salone delle Bandiere
Presentazione del volume "Messina nella sua Avventura"
Nell'ambito di una serie di iniziative dedicate a Michelangelo Antonioni e al suo film "L'Avventura", girato parzialmente a Messina, verrà presentato un volume curato dal Prof. Genovese e su cui potrete leggere anche un mio saggio, dal titolo "L'Aleph - L'Avventura e il paesaggio come personaggio".
Siete pertanto tutti invitati all'appuntamento. Non mancate!
Ok scherzavo! Lo so che non verrete, quindi vi regalo "in anteprima" il mio intervento. Buona lettura
L’AlephL’Avventura e il paesaggio come personaggio
«In questo film il paesaggio è una componente non solo indispensabile, ma quasi preminente»[1] Michelangelo Antonioni
È opinione condivisa pressoché unanimemente che il paesaggio, nella poetica antonioniana, non funga da semplice sfondo ma condizioni tutti gli elementi filmici. Nel film L’avventura, addirittura, l’ambiente naturale merita di essere considerato a tutti gli effetti un reale protagonista, un personaggio con una propria presenza fisica. La conferma di questo statuto del paesaggio, come entità autonoma e presenza narrativa, la offre d’altra parte lo stesso Antonioni, regalando all’isola di Lisca Bianca uno sguardo, o addirittura forse più sguardi: si tratta di quelle che la critica antonioniana ha definito «soggettive senza soggetto», ovvero sguardi ciechi, interstizi di decostruzione del senso che rappresentano il vero tema, dal punto di vista semantico, di questa ancora oggi modernissima opera cinematografica. L’assenza di una lineare progressione drammatica, così come la mancanza di una struttura omogenea, sono infatti alla base di una vera e propria rappresentazione del nulla (configurato come il «rifiuto di un senso che rinvii ad altro»[2]), in cui le immagini acquistano un valore autonomo, il cui senso è affidato al caos procurato dall’azione multidirezionale dei protagonisti nello spazio. Inutile dire come il paesaggio, in questa dimensione, assuma un ruolo fondamentale, perché è ciò che più profondamente simbolizza il vuoto strutturale, l’impossibilità dell’esplorazione della realtà, il vitalistico ma inutile movimento senza centro. Ed è proprio qui, probabilmente, la vera intuizione de L’avventura, la novità che lo rende un film unico e moderno: la perdita del centro.
Che tale rivelazione (e rivoluzione) linguistica abbia a che vedere con il paesaggio siciliano non è certo un caso, e ciò è confermato dai continui ritorni cinematografici del regista in Sicilia. Il paesaggio attraversato da Sandro e Claudia, quello stesso paesaggio che ha inghiottito Anna senza lasciare alcuna traccia, rappresenta infatti senza alcun dubbio uno dei luoghi simbolo della ricerca estetica di Antonioni, emblema di quell’essenza irraggiungibile e mai rappresentabile con cui il regista farà qualche anno dopo i conti tramite gli ingrandimenti di Blow-up. Abbiamo già detto di come il risultato dello scontro mortale tra uomo e natura ne L’avventura sia inevitabilmente la perdita di uno sguardo centrale, antropocentrico. Il kosmos, quel mondo armonioso che trova una definizione proprio tramite lo sguardo dell’uomo, si trasformerebbe in questo modo in kaos, un’imprevedibile e policentrica serie di eventi. Eppure nella prospettiva antonioniana il kosmos si rivela in quanto finzione, ed assume un valore negativo, mentre il kaos viene vissuto come una forza naturale ed eversiva, quasi cosmogonica, del tutto positiva. La natura ormai rivelata è ostile, arcaica, terribile, “dionisiaca”, ma permette che l’esperienza vissuta dai protagonisti del film assuma un significato molto profondo: usando le parole di Sandro Bernardi, tra i massimi esegeti della poetica antonioniana, essa diventerebbe «uno spingersi alle soglie dell’ignoto»[3], un viaggio alle origini dell’uomo. Ed è proprio qui, nella terra del mito, che si consuma lo scontro Natura – Cultura, che si risolverà in favore del primo elemento. La materializzazione della sconfitta è la perdita di uno sguardo oggettivo, univoco, e – di conseguenza – la fuoriuscita del kaos. Ciò è dimostrato dalla «soggettiva senza soggetto» che apre l’episodio di Lisca Bianca. Da quel momento, infatti, gli sguardi del/dal/sull’isola si moltiplicano, si autonomizzano e prevalgono. Ciò è confermato dalle false soggettive dell’episodio di Noto, tra le stradine deserte in cui si ha costantemente l’impressione di essere spiati o di spiare. Ed è infine provato ancora una volta dal campo lunghissimo del finale di Taormina, con l’inquadratura divisa perfettamente a metà: da un lato l’Etna imbiancato di neve e dall’altro un semplice muro, elementi diseguali e disarmonici ai quali il regista consegna il destino dei due protagonisti e insieme il senso di un enigma mai svelato.
Cosa rappresenta dunque il paesaggio siciliano nell’opera di Antonioni? Sicuramente il luogo di un’epifania, di una rivelazione improvvisa che ha cambiato per sempre la poetica del regista, votata da quel momento in poi alla ricerca dell’insondabile, di quell’immagine che si nasconde dietro un’altra immagine, che a sua volta ne cela un’altra, in un circolo infinito che si conclude soltanto quando si arriva all’immagine primigenia, che nessuno è destinato né a vedere né a rappresentare: l’Aleph. Prima lettera dell’alfabeto ebraico, l’Aleph è il microcosmo dei cabalisti e degli alchimisti, il punto dello spazio che contiene tutti i punti. Già lo scrittore Vincenzo Consolo in passato ha voluto utilizzare questo termine per descrivere l’elemento magico, metafisico, trascendente che è intrinseco nel territorio siciliano, e le sue parole risultano illuminanti se accostate a quanto detto precedentemente a proposito de L’Avventura e della poetica antonioniana: <>.[4] Alla luce di questo concetto, potremmo a ragione tentare di ridefinire gli estremi di quel “discorso dello sguardo” che è stato sin dagli anni ’60 un caposaldo del ragionamento critico intorno all’opera antonioniana, e intendere l’ossessione costante del regista ferrarese per l’immagine rivelata come la ricerca dell’Aleph. La Sicilia, allora, si confermerebbe come l’approdo naturale di questa esperienza esistenziale prima che cinematografica, il luogo fisico e mentale di un’epifania che il regista saprà e vorrà rievocare fino al termine della sua avventura artistica. Al fine di rendere più tangibili queste affermazioni, è possibile soffermarsi su alcuni aspetti figurativi che il film mette in evidenza, e che rendono il paesaggio siciliano una figura quasi dinamica, misteriosamente informe ma profondamente viva. Il contrasto Natura – Cultura viene infatti formalmente rappresentato mantenendo costantemente in campo l’elemento naturale, sia esso la nuda roccia, l’orizzonte infinito oppure un’isola all’orizzonte. I personaggi del film sembrano così prigionieri di un mistero impenetrabile, accerchiati e vittime di un “disegno” misterioso, quasi sempre schiacciati da ammassi di rocce vulcaniche antropomorfe o da sconfinati orizzonti. Più volte, inoltre, la Natura sembra ostentare di fronte ai personaggi la propria simbolica enigmaticità: ricordiamo almeno gli esempi di Corrado, il quale si sofferma a contemplare dei cocci appartenenti, forse, ad antiche civiltà, e quello ancora più emblematico di Claudia, che posa il proprio sguardo disperato su due ramoscelli, uno ancora diritto, l’altro piegato dal vento e dal progredire delle stagioni, osservandoli come se contenessero un messaggio segreto, come se rappresentassero qualcosa. E se è vero che il kosmos, mondo equilibrato e reso armonioso dall’uomo (ma crediamo di non essere in errore quando sosteniamo che in Antonioni, almeno da Il Grido in poi, il kosmos non sia mai rappresentato) si trasforma inspiegabilmente in kaos, con il conseguente liberarsi degli eventi naturali e la perdita del centro, non è, invece, vero che lo sguardo “politropo” del paesaggio non ci dà dei puntuali riferimenti a proposito del presunto “mistero” che avvolge, per esempio, la sparizione di Anna sullo scoglio di Lisca Bianca. Anzi, crediamo che proprio nel procedimento tipicamente antonioniano di tracciare delle linee ottiche indipendentemente dai movimenti dei personaggi, dando così assoluta autonomia alla libera funzione dello sguardo, si annidi la volontà di creare dei misteriosi ma simbolici sentieri grafici nello spazio piatto dell’isola. In conclusione, se ammettiamo che L’Avventura faccia del paesaggio e della scoperta del visibile il suo stesso tema, dobbiamo conseguentemente ammettere che il vero protagonista del film di Antonioni sia proprio la Sicilia (non a caso il titolo pensato inizialmente dal regista per il film era proprio L’isola, anche se quasi certamente con particolare riferimento a Lisca Bianca), qui rappresentata da alcuni dei suoi luoghi maggiormente pieni di fascino: le Isole Eolie, con le sua figure demoniache disegnate dai profili antropomorfici delle rocce, come esseri mitologici a protezione di un segreto custodito nelle profondità della terra; Noto, che con la sua sfrontata bellezza rievoca nostalgicamente i sogni infranti dell’architetto mancato Sandro; Taormina, con il suo lusso e il panorama sull’Etna, sicuramente il luogo dove si fa più stridente il contrasto tra Natura e Cultura e i protagonisti vengono schiacciati da un’ansia vitalistica soppiantata alla fine da una sostanziale quanto enigmatica inerzia; Messina, infine, che in contrapposizione allo scoglio di Lisca Bianca rappresenta il luogo in cui si manifesta in tutta la sua sfolgorante volgarità la Cultura intesa come evoluzione (o involuzione, se adottiamo lo sguardo decadente e autodistruttivo mostrato da Antonioni nei successivi La Notte e L’Eclisse) della società di massa e dei suoi costumi, costituendo in questo senso – pur nella sua brevità – anche un estemporaneo quanto probabilmente involontario documento storico di inestimabile valore. Francesco Torre Bibliografia:
- Michelangelo Antonioni, L’Avventura, Bologna, Cappelli Editore, 1960.
- François Morin, in Humanitè dimanche, 25 Settembre 1960.
- Lorenzo Cuccu, La visione come problema, Roma, Bulzoni Editore,1973.
- Giorgio Tinazzi, Michelangelo Antonioni, Firenze, Il Castoro Cinema, 1974.
- Carlo Di Carlo, Michelangelo Antonioni, volume 1, 1942-1965, Ministero del Turismo e dello Spettacolo.
- Giorgio Tinazzi (a cura di), Michelangelo Antonioni. Identificazione di un autore, Parma, Pratiche Editrice,1985.
- Joelle Mayet Giaume, Michelangelo Antonioni, le fil interieur, Crisnée, Editions Yellow Now, 1990.
- Aldo Tassone, I film di Michelangelo Antonioni, Roma, Gremese Editore, 1990.
- Vincenzo Consolo, in Viaggio in Sicilia, Palermo, Assessorato Beni Culturali Regione Sicilia, 1990.
- Michelangelo Antonioni, Fare un film è per me vivere, Venezia, Marsilio, 1994.
- William Arrowsmith, Antonioni. The poet of images, Oxford, Oxford University Press, 1995.
- Lorenzo Cuccu, Antonioni. Il discorso dello sguardo e altri saggi, Pisa, Edizioni ETS, 1997.
- Céline Scemama-Heard, Antonioni: le désert figuré, Paris, L’Harmattan, 1998.
- David Riannetti, Invito al cinema di Antonioni, Milano, Mursia, 1999.
- Vittorio Giacci (a cura di), L’Avventura ovvero l’Isola che c’è, Lipari, Edizioni del Centro Studi, 2000.
- Sandro Bernardi, Il paesaggio nel cinema italiano, Venezia, Marsilio, 2002.
- Carlo di Carlo, (a cura di), Il cinema di Michelangelo Antonioni, Il Castoro, 2002. [1] Michelangelo Antonioni, Fare un film per me è vivere, cit., p. 76 [2] Gian Piero Brunetta, Cent’anni di cinema italiano – 2. Dal 1945 ai giorni nostri, Bari, Editori Laterza, 1991, p. 275
[3] Sandro Bernardi, Il paesaggio nel cinema italiano, Venezia, Marsilio, 2002, p. 161
[4] Vincenzo Consolo, in Viaggio in Sicilia, Palermo, Assessorato Beni Culturali Regione Sicilia, 1990 April 14 PETIZIONE-APPELLO PER SALVARE IL CINEFORUM DON ORIONEPetizione - Appello per salvare il Cineforum Don Orione
Il Cineforum «Don Orione» di Messina, il più antico di Messina e uno dei più antichi d’Italia, dopo ben 45 anni di attività ininterrotta, rischia di chiudere definitivamente o – comunque – di cessare ogni attività a partire dal prossimo mese di ottobre! Infatti, - nonostante la presenza di un buon numero di soci (circa 500); - nonostante il lavoro dei componenti del Comitato Direttivo assolutamente disinteressato e gratuito, all’insegna del più puro “volontariato”; - nonostante la garanzia bancaria a titolo personale ottenuta da un paio di membri del Direttivo; tuttavia, le ingenti spese di gestione e l’esiguità dei finanziamenti pubblici NON consentono a questa storica Associazione di essere autosufficiente e di proseguire nella programmazione della sua attività ultra-quarantennale! Eppure, il ruolo culturale del Cineforum «Don Orione» nella nostra città è ben noto e indiscutibile! In esso, nel corso del tempo, si sono formate ed hanno trovato un prezioso punto di riferimento diverse generazioni di giovani, che hanno imparato ad amare il cinema di qualità e ad accostarvisi con spirito critico ed autonomia di giudizio. Inoltre, il Cineforum «Don Orione» – aderente al Cinit nazionale – non si limita solo alle proposte di film di qualità di prima visione, che altrimenti non si sarebbero potuti vedere (scelti accuratamente e presentati con i giusti supporti critici e – quando è stato possibile – anche attraverso l’incontro con l’autore), ma spazia pure in altri settori: rassegna di cortometraggi, film in lingua originale, rappresentazioni teatrali, laboratori sulla didattica della comunicazione, il Concorso Trupiano per inviare gratuitamente alla Mostra del Cinema di Venezia studenti delle Scuole Medie Superiori di Messina e Provincia, ecc. Pertanto, - convinti del ruolo culturale che il Cineforum «Don Orione» ha sempre espletato; - consapevoli che la sua chiusura rappresenterebbe un ulteriore depauperamento del tessuto socio-culturale di Messina e Provincia; - nella speranza di poter contribuire in qualsiasi modo ad evitare che ciò avvenga;
i seguenti firmatari della presente petizione
CHIEDONO
innanzitutto agli Enti pubblici istituzionali locali (Comune e Provincia), ma anche alla Regione Sicilia e a tutti coloro che sono sensibili nei confronti della cultura e vogliano dimostrarlo concretamente (Università, Fondazioni, Imprenditori, Ditte e Società private, ecc.), di intervenire immediatamente (e, in ogni caso, entro il 10 maggio) con adeguati supporti economici: - affinché ciascuno si assuma le sue responsabilità e un domani nessuno si arroghi il diritto di affermare di non aver fatto nulla e di non essere intervenuto soltanto perché non era a conoscenza dell’effettiva, reale situazione critica in cui versa il Cineforum; - affinché questa Associazione – con la sua attività (non solo) cinematografica – possa continuare a esistere e a costituire – come ha fatto da 45 anni ad oggi – un prezioso punto di riferimento culturale nell’ambito del nostro territorio. Firmate e fate firmare la petione online al sito internet:
oppure stampate lo schema in allegato e fateci pervenire le firme il Giovedì alla Sala Visconti. (Naturalmente vi invitiamo a non firmare sia la petizione online che quella cartacea).
E' IMPORTANTE!
Grazie. |
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