Francesco's profileAleph - Cronache dal Pia...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
|
February 29 3° QUARTIERE: SI SPRECANO 50.000 EURO L'ANNO DI AFFITTO QUANDO CI SONO LOCALI VUOTI DI PROPRIETA' DEL COMUNE3° QUARTIERE: SI SPRECANO 50.000 EURO L’ANNO DI AFFITTO QUANDO CI SONO LOCALI VUOTI DI PROPRIETA’ DEL COMUNE La denuncia del consigliere Enrico Pistorino, che già nel 2006 aveva fatto richiesta di virtuoso trasloco al Dipartimento Patrimonio
Messina. «Mentre la città è alle prese con numerose vertenze che vedono numerosi lavoratori rivendicare il diritto allo stipendio, che non viene erogato per lo stato di crisi finanziaria che attraversano il Comune ed alcune Aziende municipalizzate, l’Amministrazione comunale si prende il lusso di sperperare il danaro pubblico in inutili spese di fitti passivi che potrebbero essere tranquillamente eliminate solo con maggiore accortezza». Con queste parole, il consigliere della terza Circoscrizione Enrico Pistorino avvia la denuncia di un grave spreco di denaro pubblico, e si rivolge direttamente al commissario regionale Gaspare Sinatra perché l’incredibile sperpero di risorse abbia finalmente fine. «Pochi sanno – continua Pistorino - che la Terza Municipalità possiede sul territorio ben tre sedi decentrate (ex 5°, 6° e 14° quartiere) situate a Provinciale, Bordonaro e Camaro. Di queste, due sono in affitto (Provinciale e Bordonaro) mentre solo la sede di Camaro risulta essere di proprietà comunale. È del dicembre 2006 una delibera (la n. 32 del 14/12/2006) adottata dal Consiglio della Terza Circoscrizione su proposta del sottoscritto, tendente a razionalizzare le spese ed a tagliare gli sprechi. Una delibera che, a costo zero potrebbe migliorare i servizi al cittadino e far risparmiare circa 50.000,00 euro all’anno al Comune. A tanto – denuncia l’esponente del Partito Democratico - ammontano infatti i fitti passivi che l’Amministrazione paga per l’utilizzo delle due sedi di proprietà di privati. Una cifra che può sembrare piccola, ma che piccola non è, se consideriamo che corrisponde allo stanziamento medio che il Comune eroga annualmente ad una Circoscrizione per la gestione di tutte le proprie competenze (politiche sociali, sport, cultura, didattica, scuola, ecc)». Il Comune, quindi, paga annualmente circa 50.000 euro all’anno di affitto per le sedi del III quartiere, cifra che potrebbe però essere risparmiata, sempre secondo Pistorino, in quanto esistono altrettante sedi di proprietà comunale oggi inutilizzate. «La prima è quella di Via Bonino (ex uffici della Viabilità oggi trasferiti nel palazzo ATM) che da due anni prendono polvere senza un utilizzo appropriato alle potenzialità della struttura, che sarebbe utilizzata come sede centrale, peraltro in posizione strategica in quanto servita dal tram. La seconda – continua Pistorino - è invece la “ex scuola elementare di Bordonaro” oggi utilizzata solo in parte, dove allocare semplicemente un Centro Servizi da adibire a sportello informativo e per il rilascio dei comuni certificati, così da non lasciare totalmente sguarnita tutta la parte a monte della Circoscrizione». Insomma, dal giorno in cui Pistorino ha fatto partire la prima richiesta ad oggi, nulla è stato fatto. E pensare che sarebbe bastato apporre solamente una firma ad un provvedimento totalmente a costo zero, che anzi comporterebbe per l’ente pubblico un risparmio netto di 50.000 euro (ricordiamo: soldi dei contribuenti!) All’ex sindaco Genovese, evidentemente, era finito l’inchiostro. Vediamo se Sinatra avrà una mano più veloce e sicura.
Francesco Torre
SCHIERA: «I LOCALI CI SONO. CHIEDERO’ AL COMMISSARIO»
Messina. «E’ vero, i locali liberi per il III° quartiere ci sono, ci sono sempre stati», replica il dirigente del Dipartimento Patrimonio del Comune di Messina, l’arch. Vincenzo Schiera, che così si giustifica: «la richiesta di Pistorino però ai tempi non era stata accolta perché sull’autoparco esisteva un progetto che ne prevedeva la demolizione. Oggi tale progetto – continua Schiera - sembra essere rientrato, dunque chiederò al più presto un incontro con il commissario per vedere di risolvere una volta per tutte la questione». Le difficoltà, adesso, sembrano risiedere esclusivamente nella volontà del dirigente dell’autoparco, l’arch. Salvatore Spanò, che dovrebbe mettere a disposizione gli spazi. «Basterebbero quattro stanze – conclude il dirigente del Patrimonio – per dar fine a questo inaccettabile spreco di risorse». Come sempre in questi casi, ognuno si mostra desideroso di intervenire per il bene pubblico. Alle parole, però, adesso devono seguire i fatti.
Francesco Torre RISARCIMENTI IN VISTA PER L'ISTITUZIONE SERVIZI SOCIALI
RISARCIMENTI IN VISTA PER L’ISTITUZIONE SERVIZI SOCIALI Persa l’ennesima battaglia legale. Appalto contestato, come 3 anni fa
Messina. Non c’è pace per l’Istituzione per i Servizi Sociali del comune di Messina. Come se non fossero bastate in questi mesi ad alimentare il fuoco nemico le polemiche seguite al taglio del consiglio di amministrazione operato dal commissario Sinatra, il furto dei computer, la richiesta interna – fatta da 27 dipendenti dell’ente – di rientrare nei ranghi dell’assessorato comunale, adesso si mette pure il Cga a turbare la quiete dell’azienda speciale di Via Felice Bisazza. Una spiacevole vicenda giudiziaria, infatti, è alla base di una sentenza che penalizza l’Istituzione con il pagamento di un risarcimento ad una cooperativa privata. Tanto più spiacevole in quanto si tratta di un deja-vu, ossia di una replica in fotocopia di una vicenda del 2005, protagonisti proprio lo stesso ente e le stesse cooperative. Ma andiamo ai fatti. A inizio 2007 l’Istituzione Servizi Sociali aveva affidato in appalto il servizio di trasporto ai centri occupazionali e riabilitativi di 145 portatori di handicap alla Cooperativa Sociale Futura. L’esito della gara, però, era stato contestato da un’altra cooperativa, la Comunità e Servizio Srl, per una questione di cui i vertici dell’Istituzione erano già a conoscenza: il rappresentante legale della Futura, infatti, era stato precedentemente condannato, con sentenza passata in giudicato, per reati che incidono sulla moralità professionale (praticamente aveva fatto figurare spese private nel bilancio della cooperativa), e per questo la Futura – sulla base dell’art. 12 del dl 157/95 – non avrebbe potuto partecipare alla gara d’appalto. E invece non solo ha partecipato, ma ha pure vinto. Dopo aver presentato una richiesta di sospensiva al Tar, però rigettata, i legali della Cooperativa Comunità e Servizio Srl si sono così rivolti al Cga, che ha dato loro ragione consegnando nelle mani della suddetta cooperativa l’appalto in oggetto. Ma il servizio ormai è già stato effettuato per tutto il 2007, e allora come fare? Con un bel risarcimento. Soldi sprecati che si potevano assolutamente risparmiare, se solo fosse stata imparata la lezione del 2005. Già, perché pochi anni fa era successa una vicenda analoga, con le stesse cooperative e la stessa sentenza di risarcimento. Allora l’Istituzione ci rimise 80.000 €, oggi è ancora presto per dirlo. Certo, la responsabilità di quanto accaduto non è certo da imputare al nuovo commissario, il dott. Salvatore Vernaci, né dei suoi due collaboratori, anch’essi nominati recentemente dal commissario Sinatra, Giovanna Cucinotta e Giovanni Calarco, ma almeno ci sarebbe piaciuto poter rivolgere loro qualche domanda in merito. Questo, infatti, non è stato possibile. L’attuale CdA dell’Istituzione in questi giorni sembra infatti chiuso a riccio e non replica alle richieste della stampa. Forse in attesa di nuovi sviluppi?
Francesco Torre
DOVE E’ FINITO IL SITO INTERNET DELL’ISTITUZIONE?
Messina. Che per l’Istituzione per i Servizi Sociali sia giunto il tempo di chiudere i battenti ne sono straordinari indicatori i fatti degli ultimi mesi, ma come commentare la chiusura del sito internet dell’azienda speciale del Comune? Cliccando all’indirizzo www.issme.it, infatti, chiunque può osservare come il dominio sia scaduto (una cosa che l’Istituzione condivide da giorni con l’Ato3, il cui sito internet è ormai da dare per disperso). Un fatto certamente molto grave sotto il profilo della trasparenza, ma ancor di più nelle logiche del servizio offerto. Come è possibile conoscere i servizi erogati, partecipare alle iniziative, alle gare d’appalto, scaricare i documenti necessari se il sito non è funzionante? Che il bilancio dell’Istituzione sia talmente alla frutta da non avere neanche quel centinaio di euro scarsi per rinnovare il dominio internet? Probabile. E allora perché mantenere in piedi l’inutile carrozzone?
Francesco Torre SAN RAINERI: SOTTO LA SABBIA ANCHE OLI TOSSICI E ORDIGNI BELLICI
SAN RAINERI: SOTTO LA SABBIA ANCHE OLI TOSSICI E ORDIGNI BELLICI Gli scavi seguiti alla scoperta delle divise della Marina hanno portato alla scoperta di un cimitero degli orrori
Messina. La spiaggia di San Raineri non finisce mai di stupire. Dopo i recenti ritrovamenti di divise militari appartenenti alla Marina Militare e ai materassi dell’Esercito, infatti, adesso le ruspe hanno tirato fuori dalla sabbia anche del materiale tossico – 9 fusti di oli, alcuni chiusi e altri aperti, che cioè già avevano rilasciato delle sostanze nocive – e due ordigni bellici della seconda guerra mondiale. Questi ultimi sono già stati prelevati e fatti brillare dai Carabinieri, ma gli scavi continuano e chissà quanto altro materiale verrà ancora a galla. Perché in questi ultimi anni, anzi decenni, mentre la città sonnecchiava e si compiva il sacco edilizio, nella Zona Falcata tutto è stato lecito (lo prova il caso della Ex Smeb), con la complicità dei privati ma anche di enti ed istituzioni pubbliche. Qualche giorno fa, subito dopo il ritrovamento delle divise, una squadra della Polizia Giudiziaria della Capitaneria di Porto, capitanata dal maresciallo di prima classe Tommaso Biluci, aveva apposto i sigilli all’intera area, e allo stesso tempo erano iniziate le indagini, coordinate dal comandante Nino Samiani in collaborazione con la Procura e Marisicilia, che per volere dell’ammiraglio Toscano ha pure istituito una commissione d’indagine per verificare le responsabilità. La posta in gioco? L’onorabilità delle forze dell’ordine, ma non solo. I nuovi ritrovamenti, infatti, gettano oggi una nuova luce sull’accaduto, e mettono in primo piano la gestione politica ed economica della Zona Falcata negli ultimi anni, le responsabilità di chi doveva vigilare, controllare, bonificare, progettare su quell’area tanto contesa e infine per tanto tempo lasciata nel totale abbandono. Di conseguenza, si amplia anche il ventaglio dei reati ipotizzabili, fino a questo momento due: occupazione di suolo pubblico e smaltimento abusivo di rifiuti. Ma le analisi di laboratorio che saranno effettuate sui fusti potranno accertare dei gravi rischi ambientali, e quindi profilare ulteriori responsabilità penali per i colpevoli. Già, ma chi sono i colpevoli? Difficile dirlo in questo momento. Le piste dell’inchiesta sulle divise della Marina portavano ad una ditta operante nell’area nel campo della demolizione delle navi e commercio di materiale usato, e che proprio all’interno della Real Cittadella aveva messo in piedi un capannone dove teneva tutto ciò che dalle Forze Armate e da altri enti pubblici veniva loro consegnato. Aldilà dell’abuso costituito dall’operare senza autorizzazione in area demaniale, alla ditta in questione – il cui nome è attualmente coperto per via dell’inchiesta in corso – è addebitabile un’altra “stranezza”, e cioè la totale sparizione di tutto il materiale custodito nel capannone al momento dell’avvenuta bonifica della zona. Altra questione i fusti contenenti oli nocivi. Bisognerà accertarne la provenienza e la tossicità, ed è molto probabile che in tempi brevissimi il comandante della Capitaneria di Porto firmerà un’ordinanza di interdizione assoluta su tutta l’area.
INDAGINI IN CORSO MENTRE SI DECIDE IL FUTURO DELLA ZONA FALCATA
Messina. Proseguono le indagini congiunte dalla Marina Militare e dalla Guardia Costiera per accertare le responsabilità della scandalosa sepoltura di divise, materassi e altro materiale appartenente alle forze dell’ordine. Negli ultimi giorni è stato interrogato il titolare dell’impresa, impegnata nel settore della demolizione delle navi, che aveva preso in consegna – nel lontano 2000 – con tanto di bolla di accompagnamento il carico di divise per effettuarne lo smaltimento. I verbali sono stati consegnati dalla Capitaneria di Porto al procuratore aggiunto Pino Siciliano, che si sta occupando personalmente di coadiuvare le indagini. Tutto ciò si verifica mentre in città infuria la polemica attorno al destino della Zona Falcata, legato indissolubilmente all’approvazione del Piano Regolatore del Porto, documento osteggiato soprattutto dalle organizzazioni sindacali che rappresentano i lavoratori del settore della cantieristica. Un documento che potrebbe cambiare per sempre il futuro di un’area così degradata, diventata adesso anche il “cimitero degli orrori”.
Francesco Torre OTTENERE RIMBORSI DALLA TELECOM
OTTENERE RIMBORSI DALLA TELECOM. ADOC E UIL: SI PUO’ FARE
Messina. Non solo il candidato premier del Pd Walter Veltroni sembra essersi impadronito dello slogan di Barack Obama “Yes, we can”. Anche nel piccolo di una sezione provinciale di sindacato, infatti, il fascino del grido di speranza lanciato dal leader democratico americano sembra esser diventato monito di coraggio e fiducia nel futuro: «Si può fare», dichiara il segretario messinese della Uil Costantino Amato, «Insieme si possono affrontare e vincere numerose battaglie». L’affermazione, che naturalmente niente ha a che vedere con la politica, giunge dalla sede provinciale della Uil Messina, dove il 14 febbraio 2008 il segretario Amato, insieme con il presidente dell’Adoc Messina Francesco Sabatino e con un pool di avvocati, ha presentato nel corso di una conferenza stampa il risultato di una battaglia legale condotta con successo nei confronti di Telecom Italia al fine del recupero di alcune spese indebitamente richieste agli utenti dalla società di telefonia. Si tratta delle spese di spedizione della fattura, che vengono automaticamente addebitate al cliente per una cifra irrisoria (pari a 0,43 centesimi di euro a bolletta, più iva al 20%), ma che rappresentano una violazione alla normativa sull’Iva (art. 21 comma 8 del Dpr 663/72). Ebbene, come alcune sentenze in precedenza avevano chiarito e come ribadito recentemente anche dal Tribunale di Messina con sentenza di secondo grado, gli utenti hanno tutto il diritto di reclamare un rimborso e di recuperare così le spese indebitamente richieste dalla compagnia telefonica. Come afferma l’avv. Valentino Gullino, coordinatore dello staff legale dell’Adoc, infatti «la sentenza del giudice di pace confermata in secondo grado dal giudice Iannello mette in luce tre punti fondamentali dell’azione legale. In primo luogo – spiega Gullino – essa sancisce in modo inequivocabile il fatto che la fattura si considera emessa con la ricezione da parte del destinatario e quindi le spese devono essere a carico della società emittente, in questo caso Telecom. Secondariamente – continua l’avvocato dell’Adoc – non essendo in funzione il Corecom Sicilia, ed essendo comunque il tentativo di conciliazione presso la camera di commercio facoltativo, non è necessario alcun tentativo di conciliazione tra le parti prima dell’azione legale. Infine – conclude Gullino – in base al codice del consumo, per questo tipo di azioni risulta competente il tribunale del luogo di domicilio dell’utente». Come si traduce questa sentenza? Che un centinaio di azioni legali contro Telecom avviate tramite l’Adoc in tutta la provincia sono andate a buon fine e gli utenti avranno modo di vedersi rimborsare le somme pagate illegittimamente. Nonostante le numerose sentenze, però, è un dato di fatto che Telecom ancora oggi continua ad addebitare in fattura le spese di spedizione. A tal proposito, lo staff legale dell’Adoc si dice pronto ad avviare un’azione inibitoria a livello provinciale. Non solo. A Luglio, infatti, ci sarà l’attivazione della cosiddetta class action, e l’Adoc è già pronta a dare il via ad un’azione collettiva per un rimborso di massa. Il presidente dell’Adoc Sabatino e il segretario della Uil Amato invitano tutti i messinesi ad aderire a questa battaglia di civiltà, per combattere i soprusi dei grandi “colossi” e ottenere delle piccole ma significative rivincite. Si può fare. Yes, we can.
Francesco Torre
UN CASO NON ISOLATO. ALTRE SOCIETA’ NEL MIRINO DELL’ADOC
Messina. Telecom Italia non è certo l’unico colosso economico italiano a pretendere illegittimamente le spese di spedizione delle fatture. Nel bersaglio dell’Adoc, infatti, ci sono anche altre compagnie telefoniche, come Wind Infostrada e Vodafone, ma anche delle società locali, per esempio l’Amam. E sebbene i singoli utenti difficilmente riescono a comprendere la portata di un’ingiustizia che, tutto sommato, a loro personalmente costa pochissimo (da 0,20 a 0,50 centesimi in media per fattura), questa voce di entrata per le suddetti società non è per nulla irrisoria. Per quanto riguarda la Telecom, infatti, uno studio di settore dell’Adoc prevede un introito annuale di oltre 25 milioni di euro, per Wind Infostrada di 7,5 milioni di euro. Una voce di bilancio importante, dunque, che per le società locali può rischia re di diventare decisiva. E’ il caso dell’Amam, che nel 2004, come racconta Francesco Sabatino dell’Adoc, aveva stimato un’entrata data dalle spese di spedizione pari a circa 200 milioni di vecchie lire. «Quando in quel periodo abbiamo contattato l’allora presidente Filippo Livio per un tentativo di conciliazione extra giudiziaria – afferma Sabatino, non nuovo a queste iniziative – in prima battuta non abbiamo ottenuto risposta. Poi, ancora più grave, Livio ha minacciato di aumentare le tariffe dell’acqua, qualora obbligato a rinunciare a quella illegittima tassa». E’ questa la concertazione auspicata dalla politica?
Francesco Torre PIAZZA DUOMO: ITINERARIO TURISTICO TRA PALUDI E DEGRADOPIAZZA DUOMO: ITINERARIO TURISTICO TRA PALUDI E DEGRADO Da mesi Largo San Giacomo abbandonato a se stesso. E in città si parla di sviluppo turistico della Zona Falcata.
Messina. Le recenti polemiche sulla Zona Falcata hanno dimostrato come nella città dello Stretto esistano due scuole di pensiero: da un lato c’è chi pensa che Messina - e il suo porto – abbiano una vocazione commerciale e industriale (vuoi per la strategica posizione naturale, vuoi per la grande storia passata legata alla cantieristica); dall’altro chi vede l’unica possibilità di rinascita economica e sociale della città nella realizzazione di strutture, reti stradali, avveniristiche opere architettoniche al fine di agevolare ed incrementare l’attività turistica. Probabilmente su queste due posizioni si giocherà la prossima campagna elettorale, e i destini della città nei prossimi anni, come se l’unica preoccupazione dei cittadini sia quella di realizzare il Piano Regolatore Portuale e costruire gli alberghi nella Zona Falcata. Intendiamoci, la svolta in chiave turistica è auspicabile, forse anche indispensabile, ma di certo non si può pensare di progettare un luminoso futuro quando poi non ci si cura di quello che natura, storia e cultura hanno lasciato alla città nel presente. Piazza Duomo, punto nodale di qualsiasi escursione dei croceristi. Incantati, a mezzogiorno si fermano ad ammirare lo straordinario meccanismo dell’orologio, unico al mondo. Altrettanto incantati (nel senso di vittime di un terribile incantesimo), al ritorno alle navi si fermano ad ammirare il vergognoso spettacolo offerto loro davanti l’abside della Cattedrale, e nell’aiuola di fronte. Uno scenario degradante, una vera e propria palude a cielo aperto contraddistingue infatti il panorama di Largo San Giacomo. La prima palude ristagna proprio dietro l’abside: l’acqua piovana lì ha quasi coperto tutta l’area, e nei giorni di sole, quando evapora, si può notare come la pavimentazione abbia perso i propri colori originari. La seconda palude proprio di fronte, all’interno di uno scavo archeologico lasciato in completo abbandono, dove una vera e propria giungla sta coprendo i resti della Messina che fu, peraltro sommersi dall’acqua e dai rifiuti. All’esterno non è stato previsto nemmeno un pannello esplicativo che dia informazioni sugli scavi. E cosa avrebbero dovuto scrivere: “rovine storiche con spazzatura contemporanea”, un nuovo genere artistico? Avevamo segnalato già qualche mese fa questo indecente spettacolo, ma il Comune non ha ancora provveduto ad istituire un servizio di pulizia, magari anche solo di sorveglianza dell’area. Già, perché Largo San Giacomo è pure isola pedonale, ma le auto – soprattutto di notte – qui la fanno da padrone. E poi si parla della Zona Falcata. Chi non sa difendere, gestire e valorizzare una piazza, come può farlo con un affaccio a mare di quelle dimensioni? Un giornale locale cita da giorni le opere architettoniche realizzate a Bilbao, a Saragozza, a Valencia, che hanno segnato la rinascita in chiave turistica, e di conseguenza economica, di queste città. Ma forse, prima delle opere, avremmo bisogno del trasferimento della classe politica di quelle città nella nostra povera Messina, preda di corruzione e incompetenza.
Francesco Torre
SINATRA: «DIVIETO ASSOLUTO DI ESTERNALIZZAZIONI»
Messina. «L’ingegnere non intende rilasciare dichiarazioni». E’ questo che ci rispondono al Dipartimento Viabilità e Arredo Urbano quando chiediamo di parlare con il direttore, l’ing. Antonio Amato. Tale presa di posizione, però, non è da intendersi come un atto polemico nei confronti della stampa, ma solo come un’applicazione alla lettera della scellerata disposizione di servizio giunta a tutti i dipartimenti del Comune a firma del commissario regionale Gaspare Sinatra: «A tutti i dirigenti dell’amministrazione comunale. Si ritiene utile ricordare che questo comune è dotato di un ufficio stampa che è l’unico abilitato a fornire informazioni all’esterno. In considerazione di quanto sopra, si dispone il divieto assoluto di esternalizzazioni al di fuori del canale ufficiale a ciò preposto. Ogni inadempienza alla presente disposizione comporterà l’adozione di provvedimenti disciplinari». Questo è il modo di intendere la trasparenza negli atti pubblici al Comune di Messina. Complimenti.
Francesco Torre February 27 FONDO FUCILE: SI VIVE NELLE BARACCHE IN CONDIZIONI "NON UMANE"
FONDO FUCILE: SI VIVE NELLE BARACCHE IN CONDIZIONI “NON UMANE” Tutti i dubbi sul nuovo progetto del Comune per i risanamento dell’area
Messina. Basta dare uno sguardo dall’alto, osservare dalle colline tutta la parte alta di Gazzi, quella immediatamente sotto al Villaggio Santo, per accorgersi dell’agglomerato di baracche, costruite una sull’altra, senza tubature, senza luce né gas, senza condotte fognarie. Un vero e proprio labirinto di vicoli di cui si perdono via via le tracce, incolore, senz'anima, si direbbe quasi privo di vita. Eppure la vita scorre, eccome, all’interno di queste piccole abitazioni che facciamo fatica a chiamare case. Ce ne accorgiamo dalla presenza delle parabole, tantissime, che si ergono dai tetti di eternit come tanti occhi aperti sul mondo. E le auto, come formiche prima chiuse nel proprio nascondiglio, che si dirigono verso l’uscita. E un pallone, che si alza sopra i tetti e poi ritorna giù, e poi di nuovo, su e giù, su e giù. E’ Fondo Fucile, quella che chiamano la vergogna di Messina. A Fondo Fucile abitano quasi 150 famiglie. Alcune di esse sono qui da anni, da decenni, altre solo da poco, e magari hanno pagato pure qualche migliaio di euro per ottenere uno spazio nel piccolo rione. E tutti aspettano un alloggio popolare, una casa. L’estate scorsa la protesta. Veemente, senza sosta. Affrontata con tatto e personalità dal prefetto appena insediato, Francesco Alecci. Si temeva per la creazione di nuovi focolari, la tensione era alle stelle, e furono avviate delle indagini per monitorare il fenomeno: Genio Civile, Ausl 5, Vigili Urbani, ciascun ente ha potuto così effettuare il proprio sopralluogo, la propria passeggiata tra le baracche, ognuno per il proprio settore di appartenenza, e presentare la propria relazione al Prefetto. Condizioni non umane, ecco le parole più ricorrenti. Nel frattempo il patatrac del Comune, Genovese a casa, Sinatra alla poltrona più importante di Palazzo Zanca, e di nuovo il rinvigorirsi delle polemiche. Minacce venivano prima di Natale dalla comunità di Fondo Fucile, promesse arrivavano in risposta dal Comune. Ma a queste dovevano seguire dei fatti. E così, qualche giorno fa, il commissario Sinatra ha firmato una variante al Piano Particolareggiato di risanamento di Fondo Fucile, variante che consente in teoria di poter distruggere le baracche e progettare la costruzione di almeno 100 alloggi (oltre 200 considerando i vicini interventi di edilizia nell’area di Mangialupi) che dovrebbero così compensare l’emergenza abitativa in questione. Esultanza? No, molti nodi rimangono ancora da sciogliere. «Innanzitutto abbiamo sempre saputo che quest’area non era edificabile per via della presenza della Galleria sotterranea dei Peloritani che ci passa sotto», afferma il consigliere del III quartiere Enrico Pistorino, da anni in prima linea per il risanamento di Fondo Fucile, «e che sarebbe dovuta diventare un parco urbano. Non si capisce dunque su che basi il Comune abbia concesso questa variante, dato che non sono state effettuate le dovute indagini geognostiche». Ma si tratta solo di un primo rilievo. «Una seconda questione – continua Pistorino – riguarda il problema dei finanziamenti. L’ing. Caminiti (Dirigente dell’Ufficio Risanamento del Comune, ndr) ha affermato che entro un anno si comincerà a costruire. Ma questo sarà impossibile se prima non verrà redatto un progetto esecutivo, che al momento non c’è e non si sa chi tra IACP e Comune lo dovrà fare, e se questo non verrà finanziato dalla Regione. Ma la questione centrale resta un’altra», si chiede il consigliere di quartiere: «Se per costruire è obbligatorio sbaraccare il quartiere, che fine faranno le oltre 140 famiglie che attualmente ci vivono? Dove saranno sistemate dal Comune dal momento che non ci sono gli alloggi disponibili?». Domande legittime, soprattutto da parte di chi ha ascoltato nel corso degli anni tante altre promesse disattese. E così è naturale veder crescere la cultura del sospetto: «La gente di Fondo Fucile ha paura – conclude Pistorino – che sull’argomento ci sia una speculazione di tipo politico, soprattutto in considerazione della vicina tornata elettorale, per far credere che le case ci siano subito quando non è vero». Adesso sarà compito dell’azione congiunta di Comune e IACP smentire tutti i sospetti. «Porsi il problema di dove verranno sistemati gli attuali residenti di Fondo Fucile quando verranno demolite le baracche è oggi prematuro – risponde l’ing. Giovanni Caminiti, dirigente del Dipartimento Politiche della Casa, Risanamento, Edilizia Residenziale Pubblica del Comune di Messina - e comunque è certo che il Comune dovrà trovare degli alloggi temporanei idonei, anche acquistandone di nuovi se è il caso. Per quanto riguarda il progetto, invece», continua Caminiti, «passeranno non meno di 6 mesi e pare che lo farà lo IACP. Il vero problema è che non si sa se alla Regione ci sono i soldi per il finanziamento».
Francesco Torre
PISTORINO: «SI SVILUPPA IL MERCATO NERO DELLE BARACCHE» La legge sul risanamento prende in esame solo il parametro della residenza, e così acquistare la baracca diventa un investimento
Messina. Il problema del risanamento messinese ha origini antichissime ed è un fenomeno estremamente complesso. Lo sa bene l’ex assessore Angela Bottari, che con vigore aveva cercato di dare una risposta alle tante emergenze abitative, circa 3000 famiglie (stima dell’amministrazione Genovese) in attesa di un alloggio popolare. Non sono solo i mancati finanziamenti e i ritardi di Comune e IACP ad aver causato una situazione del genere. Innanzitutto, bisogna ricordare che l’ultima graduatoria comunale per l’assegnazione degli alloggi popolari risale al 1990, mentre l’ultimo censimento al 1995. Da allora, numerosi altri nuclei familiari si sono creati, moltissime altre emergenze si sono rivelate anche in conseguenza al particolare momento socio-economico dell’ultimo decennio: realtà che, per l’Ufficio Risanamento del Comune, semplicemente non esistono in quanto non sono state censite. E poi l’iter per l’assegnazione previsto dalla legge: «la legge sul risanamento – spiega ancora il consigliere Pistorino – non è legata a dei parametri oggettivi di reale emergenza (figli, reddito, altre situazioni di disagio) ma esclusivamente alla residenza. Questo crea due problemi: in primis alimenta il cosiddetto “mercato nero delle baracche”, in quanto comprare una baracca in una zona a rischio è diventato un investimento per il futuro; in secondo luogo, crea fenomeni di ingiustizia sociale». Una questione che, dal piano generale, si ripresenta in tutta la sua problematicità su quello particolare. A Fondo Fucile, infatti, vivono numerosi gruppi familiari (circa 40) senza i requisiti necessari per avere l’alloggio. Eppure anch’essi condividono lo stesso disagio dei vicini, le stesse disumane condizioni di vita: la mancanza dei più elementari requisiti igienico-sanitari; la presenza delle tettoie in eternit in stato di deterioramento, amianto che fa decisamente male ai polmoni; scarichi che vengono convogliati dentro approssimative canalette di raccolta, spesso all’aperto. Non hanno anche loro diritto alla casa? Certo, e l’assenza di una graduatoria che possa oggettivamente consegnare le priorità non fa altro che alimentare una triste guerra dei poveri.
Francesco Torre PALAZZO ZANCA ANCORA PRIVO DEL PROTOCOLLO INFORMATICO E DELLA POSTA CERTIFICATAPALAZZO ZANCA ANCORA PRIVO DEL PROTOCOLLO INFORMATICO E DELLA POSTA CERTIFICATA La violazione della legge 445/2000 risale al 2004. La trasparenza ancora un optional
Messina. Palazzo Zanca non si è ancora adeguato all’introduzione del protocollo informatico. Questo è ciò che – molto facilmente – chiunque può verificare cliccando sul sito internet www.indicepa.gov.it, sito che rappresenta in sostanza la vetrina tramite la quale ogni amministrazione espone la struttura dei propri uffici e l’elenco dei servizi offerti, con le informazioni per il loro utilizzo e gli indirizzi di posta elettronica da impiegare per comunicazione e per lo scambio di documenti e informazioni, anche ufficiali e a valore legale. L’avevamo già denunciato qualche mese fa (“Protocollo informatico e la Pec – il Comune non applica la legge”, QdS n. 195 del 23 ottobre 2007), ma evidentemente al Comune di Messina in questi mesi di commissariamento non è cambiato nulla nella gestione delle procedure amministrative. Così, come dicevamo, Palazzo Zanca non ha ancora provveduto alla costituzione di un protocollo informatico, con ciò violando una normativa del 2000 (Decreto del Presidente della Repubblica n. 445 del 28/12/2000 dal titolo “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamenti in materia di documentazione amministrativa”), che prevedeva l’introduzione obbligatoria di tale strumento in tutte le Pubbliche Amministrazioni entro il 1° gennaio 2004. Strumento, peraltro, attivato in molte altre amministrazioni della città, tra cui la Provincia Regionale e i suoi vari uffici - che informano riguardo alle loro sedi, al responsabile del protocollo e riguardo al modo di contattare la struttura – così come la Camera di Commercio, il Tribunale, l’INPS, l’INAIL, la Prefettura Persino il Liceo Classico “La Farina” è inserito nell’elenco presente sul sito internet succitato, ma il Comune no. E poco importa che l’amministrazione comunale sia in buona compagnia – non sono stati costituiti, infatti, nemmeno i protocolli informatici dei comuni di Milano, Roma, Napoli, Palermo, Catania, mentre sono presenti tra gli altri quelli di Bologna, Venezia, Ancona, Ragusa, Caltanissetta – perché la violazione della normativa è evidente e dà la misura sia di quanto poca sia la trasparenza negli uffici pubblici comunali, sia di quanti pochi siano gli strumenti a disposizione del cittadino per dialogare in maniera diretta e semplice con le pubbliche amministrazioni (un’ulteriore prova di ciò è l’elenco telefonico presente sul sito internet del Comune di Messina, pieno zeppo di numeri di telefono desueti che non esistono più o non corrispondono agli uffici collegati). Eppure nasceva proprio con questo proposito, annullare l’inutile burocrazia e avvicinare i cittadini alle pubbliche amministrazioni, il cosiddetto decreto Bassanini, che prevedeva come obiettivi l’interoperabilità, la trasparenza ed il controllo dell’azione amministrativa. Ed è con lo stesso proposito che è nato l’Indice delle Pubbliche Amministrazioni, nel quale dovrebbe essere descritta la struttura organizzativa di ciascuna amministrazione così come dovrebbero venire forniti ai cittadini gli indirizzi delle cosiddette caselle di Posta Elettronica Certificata (P.E.C.) attive e di eventuali servizi applicativi resi disponibili on-line. Servizi che, nonostante la presenza delle leggi, a Messina non sono ancora disponibili.
Francesco Torre
DOTT.SSA CASTIGLIA, RESPONSABILE DEL PROCEDIMENTO: «NON SIAMO RIUSCITI A FARE UN PROTOCOLLO»
Messina. «In questi mesi non abbiamo fatto dei passaggi in avanti significativi. Non siamo riusciti a fare un protocollo», afferma la responsabile del procedimento, figura prevista dal Testo Unico delle disposizioni in materia di documentazione amministrativa (DPR 445 del 28 dicembre 2000), la dott.ssa Provvidenza Castiglia. La dirigente del protocollo generale del Comune, infatti, come qualche mese fa, continua a lamentare una condizione logistica terribile nel suo complesso, con gravi carenze strutturali che impediscono di mettere in cantiere i percorsi necessari per l’adeguamento alla normativa sul protocollo informatico e la posta certificata. Ma è davvero così complicato tale procedimento? Dal sito internet succitato apprendiamo che i passaggi necessari sono semplicemente 3: accreditamento (tramite fax), pubblicazione sull’indice PA delle informazioni sulla struttura organizzativa, e creazione di una e-mail di posta certificata. E il sito registra anche i passaggi parziali, cioè senza tutte le informazioni richieste. Al Comune di Messina, però, evidentemente non hanno nemmeno il tempo di inviare un fax.
Francesco Torre MESSINA ANCORA ULTIMA IN ITALIA PER LA RACCOLTA DIFFERENZIATAMESSINA ANCORA ULTIMA IN ITALIA PER LA RACCOLTA DIFFERENZIATA La raccolta dell’Ato 3 è ferma all’1,9%,
Messina. Anche nel 2007 la città di Messina mantiene il tristissimo primato di essere l’ultima città d’Italia per quanto riguarda la raccolta differenziata. Lo rivela l’APAT (Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici) nel “Rapporto Rifiuti 2007”, presentato alla stampa lo scorso 6 febbraio alla Camera dei Deputati. L’edizione fornisce un’analisi sulla produzione e la gestione dei rifiuti urbani e speciali, sul sistema di produzione degli imballaggi e di gestione dei rifiuti di imballaggio. Mentre però il dato nazionale risulta tutto sommato confortante, con un incremento della raccolta differenziata dal 24,2% del 2005 al 25,8 del 2006 (cifre comunque molto lontane dalla soglia del 40% introdotta dalla legge 27 dicembre 2006, n. 296, e da raggiungere entro la data già scaduta del 31 dicembre 2007), la “prestazione” messinese è del tutto fallimentare: 1,9%, fanalino di coda d’Italia. Certo, non brilla nemmeno il dato complessivo del Sud Italia (10,2% contro il 39,9% del Nord e il 20% del Centro), né quello regionale che vede la Sicilia al penultimo posto con il 6,6% (prima del Molise, 5%, e dopo la Basilicata, 7,8%), ma in entrambi i casi l’APAT ha segnalato un lieve incremento oscillante tra l’1 ed il 2 per cento. Nel caso messinese, invece, il dato 2006 conferma al ribasso quello 2005, (dal 2,1% all’1,9%), mostrando un trend sempre più negativo. Eppure l’Amministratore Delegato dell’Ato3, Salvatore Lamacchia, nell’ottobre scorso ci aveva detto – nel corso di un’intervista rilasciata al QdS (“Ato3 Spa: fatturato da 42 mln di euro ma la differenziata ferma al 5%” apparsa sul n. 197 del 25 ottobre 2007) – che la raccolta differenziata era ferma al 5%, che è un dato bassissimo ma sempre meno vergognoso del misero 1,9% riportato nel Rapporto Rifiuti 2007 dell’Apat. «Sinceramente non so dove abbiamo preso queste cifre», fa sapere l’Amministratore Delegato Lamacchia, «La percentuale da noi comunicata è stata quella del 6,3 % (pari a quella di Catania, penultima nella classifica dell’APAT, ndr), c’è una bella differenza rispetto al 1,9%». Il mistero sulle cifre, comunque, non toglie i dubbi sulla gestione finora fallimentare della raccolta differenziata nel territorio di Messina. E sebbene l’Ato 3 continui da un anno a questa parte a dichiarare di voler iniziare una politica di “porta a porta” e mettere in cantiere la costruzione di nuovi impianti, pure tuttora i cittadini di queste novità non hanno visto ancora nulla. Anzi, negli ultimi mesi sono stati vittime di una serie di scioperi che hanno letteralmente sommerso la città di rifiuti di ogni genere. Insomma, i messinesi non hanno bisogno di percentuali e di classifiche per capire di vivere nell’”ultima città d’Italia”, è una certezza alla quale ormai si sono sommessamente abituati (loro malgrado).
Francesco Torre
I DATI PIU’ SIGNIFICATIVI DEL RAPPORTO RIFIUTI 2007
Messina. Novità e conferme dal Rapporto Rifiuti APAT 2007, che traccia il quadro della situazione italiana, balzata agli onori della cronaca mondiale dopo quanto successo in questi ultimi mesi in Campania. I dati più significativi della relazione sono questi: nel 2006 è cresciuta la produzione generale dei rifiuti (circa 860 mila tonnellate in più) ma anche la percentuale di raccolta differenziata, il cui primato spetta al Trentino Alto Adige come regione (49,1%), a Novara come provincia (68%), a Reggio Emilia come città metropolitana (46,8%). La Sardegna è invece la regione che ha registrato il miglior salto di qualità, ben 9,9% in più rispetto all’anno precedente. Delicato e preoccupante rimane il tema dei rifiuti speciali, la cui produzione risulta essere in crescita, soprattutto a causa dell’incipiente sviluppo industriale. I dati mostrati nel rapporto mostrano una produzione di 55,6 milioni di tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi, 5,9 milioni pericolosi e 46 milioni derivanti da attività di costruzione e demolizione, per un totale di oltre 107 milioni.
Francesco Torre NON ENTRATE NELLA STAZIONE CENTRALE DI MESSINA!NON ENTRATE NELLA STAZIONE CENTRALE DI MESSINA! Quando l’attesa di un treno rivela disservizi e un grave ritardo di civiltà
Messina. Giovedì 13 dicembre 2007. Una notte da dimenticare per tutti coloro che, davanti al tabellone delle partenze della Stazione Ferroviaria Centrale di Messina, stavano aspettando al freddo e al gelo il treno n. 1934 (forse la data di produzione del convoglio?) denominato “Il Gattopardo”, delle ore 22.00. Destinazione: Roma Termini. Origine: Palermo. Il nostro racconto comincia alle 21.30 quando, giunti con ben 30 minuti di anticipo per accompagnare alcuni amici romani venuti a Messina perché invitati ad un matrimonio, parcheggiamo nel grande piazzale della stazione. Un uomo dallo sguardo spento ci dà il suo benvenuto, ma non è un gesto di pura accoglienza, come pensano i nostri ignari amici della Capitale, bensì il classico segnale del parcheggiatore abusivo che pretende almeno 1 euro (se dai di meno rischi il linciaggio) per “guardarti” la macchina. Non siamo sorpresi di vederlo, sappiamo della sua “attività lavorativa” da sempre, così come lo sanno i Vigili Urbani che stazionano nell’ufficio adiacente la piazza e preferiscono lasciare correre. Pagato il pizzo, ci dirigiamo nella hall della stazione, e veniamo accolti da una notizia scontata: il treno è in ritardo di 40 minuti. I romani sono stupiti: un ritardo del genere per una tratta così breve come la Palermo-Messina? Li consoliamo: almeno avremo il tempo per un caffè. Così entriamo nell’unica caffetteria della stazione, ma solo per un istante e senza consumare perché l’inserviente ci comunica che il locale sta per chiudere. Alle 21.30, non alle 4 di mattina. Questa sembra anche a noi messinesi un’assurdità, ma dando un’occhiata agli altri locali della stazione ci accorgiamo d’un tratto di essere in uno stato di completo abbandono: ufficio informazioni chiuso; biglietteria sbarrata; deposito bagagli tetramente in funzione, illuminato, con dei bagagli dentro, ma con la porta chiusa a chiave e nessun dipendente all’interno. La situazione da paradossale si trasforma subito in un horror di natura metafisica quando apprendiamo, dai due monitor posti accanto alla biglietteria, di vivere in un tempo sospeso, nel più completo relativismo: il primo monitor indica le 21.45, il secondo le 21.25. Ma non abbiamo nemmeno il tempo di stupirci che veniamo travolti dalle urla di protesta di una trentina di astanti in attesa del treno. Il motivo? Il tabellone luminoso aveva appena indicato il nuovo ritardo del “Gattopardo”: 1 ora e 40 minuti. I nostri amici romani sorridono, ma sappiamo che con quel ritardo l’indomani mattina non faranno in tempo ad arrivare puntuali al lavoro. Non lo danno a vedere ma stanno covando un forte disprezzo, e in cuor nostro sappiamo che hanno ragione, ci sentiamo in colpa e ci vergogniamo di essere siciliani. Anche perché quando ci rechiamo in Direzione (l’unico ufficio rimasto aperto) a chiedere spiegazioni, ci rispondono piccati che non è loro compito dare informazioni sui treni, e solo quando gli facciamo notare che l’ufficio preposto è chiuso ci rispondono, molto sbrigativamente, che il treno in questione è rimasto fermo a Palermo per molto tempo per via di non meglio specificati “problemi di sicurezza”. Rimaniamo in attesa, come novelli Vladirimo e Estragone, e notiamo con soddisfazione che in stazione ci sono i cestini per la raccolta differenziata. Finalmente qualcosa di positivo, di cui poterci vantare anche con i nostri amici della Capitale, i quali però sono subito pronti a farci notare l’inghippo: i cestini sono di differenti colori, ma contengono lo stesso tipo di rifiuti, per lo più cartacce, lattine e coppette di gelato. Altri che raccolta differenziata! Che disdetta. Il nostro umore continua a scendere, fino a sprofondare quando vediamo il parcheggiatore abusivo di cui sopra impegnato nella sua seconda “attività lavorativa”, quella di spacciatore, proprio a due passi dall’entrata della stazione. E’ mezzanotte e ancora il treno non arriva. Lo speaker annuncia un altro convoglio, il “Bellini”, sempre con destinazione Roma. I nostri amici preferiscono perdere i soldi della prenotazione e della cuccetta (costo complessivo del biglietto: € 60,80 a testa) pur di arrivare il prima possibile sul posto di lavoro. Come non comprenderli? E quando il “Bellini” parte, la beffa: sul binario accanto, ecco arrivare il “Gattopardo”, con oltre 2 ore di ritardo. Ma quando ci allontaniamo dalla stazione, salutati dal parcheggiatore/spacciatore, sentiamo che il ritardo della nostra stazione, della nostra città, del nostro livello di civiltà, è molto ma molto più grave.
Francesco Torre
CENTOSTAZIONI S.p.A.: «VERIFICHEREMO LE RESPONSABILITA’»
Messina. “Centostazioni” è il nome della società per azioni impegnata, dall'aprile 2002, nella valorizzazione e gestione delle stazioni ferroviarie «secondo un nuovo concept di modernità e funzionalità orientato alla soddisfazione del cliente». La stazione di Messina, con i suo 2 milioni e 700 mila passeggeri/frequentatori l’anno (fonte: Trenitalia), rientra in questo piano, eppure come dimostra il nostro racconto e le foto gli obiettivi societari sembrano ancora lontanissimi: sicurezza (spaccio all’interno e all’esterno della hall); funzionalità (deposito bagagli senza dipendenti, impossibilità di reperire informazioni); comfort e modernità (monitor impazziti, cestini raccolta differenziata inutili); ristorazione e shopping (chiusura del bar già alle 21.30). «Per quanto riguarda la sicurezza è allo studio un piano generale sulle frequentazioni dei senza fissa dimora e di altre categorie sociali definite “a rischio”», ci dice la dott.ssa Mirella Battista, responsabile della comunicazione esterna di Centostazioni Spa, «E’ un problema complesso perché interessa anche i Comuni, che hanno competenza per le aree limitrofe alle stazioni. Per quanto riguarda le altre segnalazioni verificheremo al più presto le responsabilità».
Francesco Torre DIREZIONE NAZIONALE ANTIMAFIA: A MESSINA SITUAZIONE CRIMINALE FLUIDADIREZIONE NAZIONALE ANTIMAFIA: «A MESSINA SITUAZIONE CRIMINALE FLUIDA» La relazione annuale fa il punto della situazione sullo stato di salute delle cosche mafiose della provincia messinese
Messina. «La Provincia di Messina appare oggi contraddistinta da una situazione criminale fluida, che determina instabilità degli equilibri ed una maggiore operatività di organizzazioni di più alto profilo». Con questa sintesi si potrebbe riassumere quanto scritto nella relazione annuale presentata nei giorni scorsi dalla Direzione Nazionale Antimafia, guidata da Piero Grasso, a proposito della presenza sul territorio messinese di gruppi mafiosi radicati nel territorio. Come si può infatti apprendere già dalle poche righe sopraccitate, infatti, la criminalità organizzata locale ha sì subito dei gravissimi colpi negli ultimi anni, con azioni di polizia che hanno contribuito ad incarcerare i maggiori boss della generazione dei quarantenni, ma questo non ha indebolito – se non in maniera strutturale e per certi versi marginale – l’azione dei gruppi mafiosi, che continuano ad essere presenti nelle zone più vitali dell’economia provinciale e mantengono il totale controllo della gestione della droga e delle estorsioni. Ma si tratta di una provincia frammentata, come spiega Giusto Sciacchittano, sostituto procuratore della DNA e curatore della relazione per la parte riguardante Messina: «Nella fascia Ionica, il territorio risulta essere sotto l’influenza di Cosa Nostra catanese. Una diversa situazione si riscontra nella fascia tirrenica e nella zona dei Nebrodi, territori caratterizzati dalla presenza di tradizionali e ben radicate aggregazioni mafiose e nei quali hanno sede le due “formali” articolazioni di Cosa Nostra in provincia di Messina, vale a dire le famiglie di Barcellona e di Mistretta». Per quanto riguarda la città di Messina, la relazione dà invece conto di una ristrutturazione ancora in atto, di una situazione di evoluzione dovuta in gran parte ai processi degli ultimi anni, alla difficile definizione delle aree e delle famiglie che si dividono i proventi, soprattutto, del traffico degli stupefacenti. Un segno di continuità con il passato, quello rappresentato dallo spaccio di droga, ma non il solo. Un capitolo molto interessante della relazione della Direzione Antimafia, infatti, riguarda la presenza costante delle organizzazioni mafiose negli appalti locali: «L’interesse della criminalità in questo settore è ormai da lungo tempo accertato – scrive sempre Sciacchitano – e se ne registra sempre una concreta attuazione. Le modalità di intervento variano a seconda della dimensione dell’appalto e delle peculiarità dei sodalizi mafiosi, la cui azione può dispiegarsi su livelli distinti e non necessariamente alternativi attraverso: la richiesta di una somma di denaro predefinita una tantum, soprattutto per gli appalti di modesta entità; l’inserimento di imprese contigue all’organizzazione criminale nel ciclo produttivo dell’opera pubblica. Nei casi di modesto importo l’assoggettamento delle imprese interessate è pressoché assoluto e si risolve nell’imposizione di tangenti, manodopera o fornitura». A dimostrazione di quanto detto, il sostituto procuratore cita l’indagine “Montagna” per gli appalti pubblici nell’area dei Nebrodi e il caso di Carmelo Bisognano, arrestato per estorsione alle ditte che lavoravano per la costruzione del raddoppio ferroviario sulla Messina – Palermo.
Francesco Torre
NEL TRAFFICO DI DROGA I PROVENTI DI MAGGIORE ENTITA’
Messina. Le operazioni di Polizia degli ultimi anni, secondo la Relazione annuale della Direzione Antimafia, non sono riuscite ad indebolire la criminalità organizzata, soprattutto nel settore “stupefacenti”: «Il traffico di droga – possiamo leggere – è ormai la principale attività dei vari gruppi criminali messinesi, quella nella quale vengono riversati gran parte dei proventi delle estorsioni e dell’usura. I collegamenti nazionali dei trafficanti di droga si esplicano soprattutto con la Calabria non solo per la vicinanza territoriale, ma soprattutto per il collegamento con la ‘ndrangheta calabrese che permea tutta l’attività criminosa dei vari gruppi che operano a Messina. Questo canale, nonostante le molteplici indagini e il costante sforzo di monitoraggio operato dalle forze di polizia e dalla Dda, è continuamente in grado di rigenerarsi, e si espande in tutto il distretto, dalla città alla provincia con particolari punte nelle zone turistiche».
Francesco Torre DEGRADO A SAN RAINERI: COINVOLTA LA MARINA MILITAREDEGRADO A SAN RAINERI: COINVOLTA LA MARINA MILITARE Ritrovate divise e altro materiale sepolto nella spiaggia. Aperta un’inchiesta.
Messina. Spiagge cittadine. Proprio di recente c’eravamo occupati delle pessime condizioni di pulizia in cui versava tutta la costa messinese (“Litorali nel degrado. Continua lo scempio dei rifiuti”, QdS n. 16 del 25 gennaio 2008) ormai trasformata in una vera e propria discarica all’aperto. Evidentemente, però, nel nostro giro fotografico tra la spiagge della città, abbiamo commesso un errore fatale: non abbiamo preso in considerazione, cioè, la spiaggia di San Raineri. Se fossimo andati anche nella cosiddetta “falce”, infatti, avremmo svelato in anticipo ciò che la Capitaneria di Porto ha potuto scoprire solo qualche giorno fa, e cioè la presenza di numerosi sacchi di iuta contenenti divise e attrezzature d’ufficio, materassi, giacconi e funi con lo stemma dell’Esercito e della Marina Militare, seppelliti sotto la sabbia chissà quanti anni fa e adesso venuti nuovamente alla luce per la continua erosione. La spiaggia di San Raineri, si sa, è abbandonata da tempo, e questi ultimi ritrovamenti non costituiscono che l’ultimo tassello di un degrado che si compie da anni. Ma trattandosi di materiali appartenenti alle Forze Armate dello Stato, si capisce bene quale possa essere il peso della vicenda. Subito, infatti, sono stati apposti i sigilli da una squadra di Polizia Giudiziaria della Capitaneria di Porto, capitanata dal maresciallo di prima classe Tommaso Baluci, e allo stesso tempo sono iniziate le indagini, coordinate dal comandante Nino Samiani in collaborazione con la Procura e Marisicilia, che per volere dell’ammiraglio Toscano ha istituito anche una commissione d’indagine. Due, finora, i reati ipotizzabili: occupazione di suolo pubblico e smaltimento abusivo di rifiuti. Da aggiungere, ovviamente, le sanzioni di ordine militare. Tanto rischia chi ha seppellito tra la sabbia i sacchi contenenti materiali della Marina Militare e dell’Esercito. Accertare le responsabilità di un fatto talmente increscioso non è facile, ma pare che nelle divise ci siano dei numeri di matricola e altri codici che possano aiutare a risalire sia al periodo in cui questi materiali siano stati sepolti, sia a chi fosse allora responsabile dello smaltimento. Una vicenda comunque choccante dato che tocca l’onorabilità delle Forze Armate, ma d’altro canto anche emblematica di una situazione, quella della città di Messina, in cui l’illegalità, il mancato rispetto delle più elementari norme di civiltà, il silenzio del degrado sembrano aver coinvolto tutte le componenti sociali. Possibile, infatti, che nessuno sapesse niente di questo abuso? Che dovesse essere la natura, dopo anni, a svelarlo in tutta la sua gravità? E quanto ancora si potrebbe scoprire andando a scavare tra la sabbia della Zona Falcata, quanti materiali di risulta, quanti rifiuti tossici derivanti dalle recenti operazioni di “bonifica”?
Francesco Torre
LO SCANDALO RISALE AL 2000. POSSIBILE CHE NESSUNO SI SIA ACCORTO DI QUELLO CHE STAVA SUCCEDENDO?
Messina. La spiaggia di San Raineri attualmente è sotto sequestro, e sono due le inchieste aperte, una della Marina e una della Guardia Costiera nel ruolo, affidatole dalla Procura, di Polizia Giudiziaria. Dai primi rilievi risulta che le divise siano piuttosto recenti, e risalgano cioè al 2000, anno in cui questi materiali sono stati dati in consegna, con tanto di bolla di accompagnamento, ad una ditta operante nell’area nel campo della demolizione delle navi e commercio di materiale usato, e che proprio all’interno della Real Cittadella aveva messo in piedi un capannone dove teneva tutto ciò che dalle Forze Armate e da altri enti pubblici veniva loro consegnato. Ma aldilà dell’abuso costituito dall’operare senza autorizzazione in area demaniale, alla ditta in questione – il cui nome è attualmente coperto per via dell’inchiesta in corso – è addebitabile un’altra “stranezza”, e cioè la totale sparizione di tutto il materiale custodito nel capannone al momento dell’avvenuta bonifica della zona. Possibile che nessuno allora non si sia accorto di nulla?
Francesco Torre February 11 SVINCOLI: ANCORA SI ATTENDE LA SVOLTASVINCOLI AUTOSTRADALI, ANCORA SI ATTENDE LA SVOLTA Il cantiere occupato dai lavoratori licenziati e il disperato tentativo del Prefetto Alecci
Messina. Si riaccendono i riflettori sugli svincoli di Giostra e Annunziata, certamente uno dei più grandi appalti siciliani degli ultimi decenni. Il cantiere di San Michele, infatti, è stato recentemente occupato dai 19 lavoratori della Giostra Scarl, la ditta vincitrice dell’ultima gara, bandita nel 2003, licenziati in tronco dopo due anni in cui – non certo per loro demerito – il loro unico compito è stato quello di apporre una rete di recinzione sotto il viadotto di Ritiro. Riassumendo brevemente la storia di quest’eccellente incompiuta messinese, ricordiamo che la prima pietra per la costruzione fu apposta oltre 10 anni fa, nel novembre 1997. Il primo appalto fu vinto dall’impresa genovese Gepco Salc, poi fallita. Il secondo dall’Euroconst di Napoli, accusata di “inadempienze contributive”, mentre la subentrante Ricciarello venne esclusa per “ribasso anomalo”. L’ultimo appalto, infine, venne sottoscritto il 10 ottobre 2005 dall’Ati AIA-Demoters-Cordioli per un importo complessivo di 46 milioni 200 mila 741 euro, e conclusione dei lavori prevista per giugno 2007. Negli ultimi 2 anni, però, nel cantiere di Giostra non è stato apposto neanche un grammo di cemento, e i lavori si sono fermati anche sul versante Annunziata (dove il traguardo era molto più vicino) per via di un contenzioso tra la ditta in questione e il Comune. I motivi? Il sindaco Genovese aveva preteso, in virtù della normativa antisismica (O.P.C.M. 3274/2003), una variante in corso d’opera per passare dal cemento armato all’acciaio, salvo accorgersi alla fine che tutto ciò non era indispensabile e tornare così al progetto di partenza. Risultato? Che l’Ati ha bloccato i lavori pretendendo il pagamento dei lavori effettuati per l’integrazione poi non accolta. Una tegola mai risolta dall’ex sindaco Genovese, e caduta adesso sulla testa del Prefetto Francesco Alecci, “ereditiero” dei Poteri Speciali concessi dalla Protezione Civile e dunque della nomina a “commissario per l’emergenza ambientale determinatasi nel settore del traffico e della mobilità”. E la risoluzione della trattativa è diventata adesso ancora più urgente, vista la veemente protesta dei 19 lavoratori piantati in asso senza una motivazione, quasi come un ricatto al Comune al fine di ripristinare le condizioni ottimali per riprendere i lavori. Alecci ha subito attivato un tavolo di confronto tra i rappresentanti dell’Aia di Catania (capofila dell’Ati), i dirigenti del Comune (veri responsabili dei ritardi) Carmelo Ricciardi e Mario Pizzino (quest’ultimo responsabile unico del procedimento) e i vertici della Prefettura per dare un’accelerata alla risoluzione della vicenda e dare nuovo inizio ai lavori. Un tavolo che finora non ha portato alcun risultato, nonostante l’ultimatum del 31 gennaio che concedeva 7 giorni di tempo all’Ati per sottoscrivere l’atto di sottomissione e revocare i licenziamenti. «Ognuno si faccia carico delle proprie responsabilità e si impegni al massimo per la più rapida ripresa dei lavori possibile», ha affermato il Prefetto Alecci, intenzionato a sciogliere tutti i nodi della vicenda. Siamo a una svolta, l’ennesima in oltre 10 anni di cattiva gestione dell’appalto.
LA PROTESTA DEI 19 LAVORATORI LICENZIATI IN TRONCO Messina. I 19 dipendenti della Giostra Scarl hanno fatto sapere in una nota i loro intendimenti in merito all’occupazione del cantiere dello svincolo di San Michele: «I lavoratori degli svincoli – scrivono - dopo 10 giorni di occupazione pacifica del cantiere a seguito della lettera di licenziamento ricevuta il 22 gennaio 2008 da parte del consorzio Giostra scarl comunicano l’inasprimento delle forme di lotta atte a difendere il proprio posto di lavoro. Tale decisione si rende necessaria dal mancato accoglimento delle richieste che i lavoratori unitamente alle organizzazioni sindacali hanno fatto al Consorzio e più precisamente quella di sospendere e/o revocare i licenziamenti. Dopo due diversi incontri in Prefettura tra il Consorzio e i tecnici dell’ente appaltante alla presenza del Prefetto, per cercare di trovare un’intesa sulle richieste anche economiche avanzate dall’Impresa si continua a discutere. Ancora non si è arrivati ad una definizione per quelli che sono i problemi dei lavoratori. L’atteggiamento assunto dal Consorzio ancorché odioso e inaccettabile è oltremodo irresponsabile. I lavoratori nel denunciare questo comportamento dichiarano che se lo stesso dovesse perdurare si pregiudicherebbero definitivamente le future relazioni sindacali». Francesco Torre ZPS IL DECRETO INTERLANDI E LE NOVITA' PER MESSINAZPS: IL DECRETO INTERLANDI E LE NOVITA’ PER MESSINA Ora la valutazione ambientale su tutto il Piano Regolatore. La replica furente degli Ordini e dell’ex assessore Catalioto
Messina. Si scrive “Disposizioni in materia di valutazione di incidenza attuative dell'articolo 1 della legge regionale 8 maggio 2007, n. 13”, ma si legge “Decreto Zone a Protezione Speciale”. Si tratta del provvedimento fortemente voluto dall’assessore regionale al Territorio e Ambiente Rossana Interlandi e avversato soprattutto dall’ex amministrazione comunale Genovese e dalla Provincia di Messina. Emanato il 22 ottobre 2007 ma pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana solo il 25 gennaio scorso, il decreto mette infatti dei nuovi paletti agli enti locali per l’urbanizzazione all’interno delle cosiddette Zps, aree protette dalla direttiva “Uccelli”, uno dei pilastri legali della conservazione della Biodiversità europea, emanata nel 1979 dall’Unione Europea e recepita in Italia dalla legge 157 del 1992. Cosa cambia rispetto a prima? Innanzitutto viene abrogato l’assurdo principio del “silenzio/assenso” legato alle istanze di progetto che entro 60 giorni non vengono valutate dall’ente competente, e introdotto il contrario “silenzio/rifiuto” (art. 5). In secondo luogo, l’art. 1 prevede che «i procedimenti di valutazione di incidenza avviati mediante istanza prima del 26 maggio 2007, data di entrata in vigore della legge regionale 8 maggio 2007, n. 13, verranno conclusi dai Comuni ed Enti Parco competenti territorialmente”, mentre successivamente a quella data la valutazione d’incidenza spetterà esclusivamente alla Regione. Una modifica non da poco per il Comune di Messina, su cui però potrebbe pesare come un macigno l’art. 13 del suddetto decreto: «Dovrà essere presentata all’Assessorato regionale del territorio e dell’ambiente, per la sottoposizione alla procedura di valutazione di incidenza, tutta la pianificazione approvata posteriormente alla data di pubblicazione del decreto ministeriale 3 aprile 2000. La procedura si applica anche alle varianti pianificatorie”. Sulla base di questo articolo, infatti, avendo il Comune di Messina approvato – tramite gli uffici della Regione – una variante generale al Prg nel 2002, le suddette procedure per la valutazione d’incidenza ambientale valgono d’ora in poi per l’intero strumento urbanistico. Che significa? Che anche se in una zona ad alta urbanizzazione un cittadino intende – per esempio – chiudere un balcone, deve comunque richiedere la valutazione d’incidenza ambientale alla Regione, e sperare di riceverla entro 60 giorni. Un provvedimento, dunque, significativamente penalizzante nei confronti del territorio di Messina, anche se finalmente in linea con la normativa comunitaria, che trova il parere negativo degli ordini professionali locali. Sia il Presidente dell’Ordine degli Ingegneri, Santi Trovati, che quello dell’Ordine degli Architetti, Dario La Fauci, denunciano infatti l’assurdità del decreto e richiedono nuovamente, ad alta voce, una riperimetrazione delle Zone a Protezione Speciale nel territorio di Messina. La battaglia sulle Zps, dunque, non è ancora terminata. Alla prossima puntata.
Francesco Torre
CATALIOTO: CHIEDEREMO UNA SOSPENSIVA
Messina. Come risponde il Comune di Messina al decreto Interlandi sulle Zps? Placidamente. Il commissario Sinatra, infatti, che non ha mai esternato in relazione alla questione, ha richiesto il 31 gennaio scorso ai rispettivi Ordini professionali le terne per il rinnovo dei componenti della commissione per la verifica delle valutazioni di incidenza ambientale, le ultime emanate dal Comune, quelle richieste prima del 26 maggio 2007. A tuonare contro il provvedimento, invece, ci pensa l’ex Assessore all’Urbanistica Antonio Catalioto, da sempre in guerra con la Regione sulla vicenda Zps: «Noi messinesi non possiamo essere sotto scacco di un assessorato palermitano. La Regione non ha mai emanato un singolo piano di gestione ed in un anno non ha esitato nemmeno una valutazione d'incidenza. Chiederemo una sospensiva – continua Catalioto – perché c’è il fumus e pure il danno, dal momento che le azioni risarcitorie saranno rivolte al comune. La sospensiva ci permetterà di andare in giudizio in tempi brevi. E poi chiederemo anche la verifica dei siti sottoposti a vincolo. Tra dieci giorni ci incontreremo nuovamente per accertarci che queste due domande siano accolte. E lì decideremo il da farsi».
Francesco Torre SITO WEB DI PALAZZO ZANCA - PUBBLICAZIONE PARZIALE DEGLI ATTIMessina. La pubblicazione degli atti comunali sul proprio sito internet è un obbligo per qualsiasi ente comunale e provinciale. Lo prevede il “Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali” (Decreto Legislativo n. 267 del 18 agosto 2000). Come se non bastasse, un parere espresso dal Ministero dell’Interno nel 30 dicembre 2003 (“Pubblicazione delle delibere degli Organi collegiali del Comune”) afferma che l’adempimento in questione «non possa reputarsi soddisfatto con la mera affissione dell’elenco delle delibere adottate», e che pertanto «si ritiene che l’ente debba provvedere a pubblicare integralmente il testo degli atti deliberativi già pubblicati in mero elenco». Il sito internet del Comune di Messina, in questo senso, non brilla certo per trasparenza. L’ultimo bilancio sociale pubblicato è quello del 2005, gli atti del Sindaco si riferiscono esclusivamente al lasso temporale febbraio-giugno 2006, e gli atti della Giunta e del Consiglio sono pubblicati esclusivamente in elenco. Palazzo Zanca, dunque, non risulta minimamente in linea con quanto previsto dalla normativa di riferimento, e questo a danno di ogni elementare principio di trasparenza e di informazione, provocando un vero e proprio occultamento degli atti comunali. Della delibera della Giunta Comunale n. 120 dell’08/02/2007, per esempio, ciò che si riesce a ricavare esplorando il sito del Comune di Messina è la seguente dicitura: «Conferimento incarico ai professionisti arch. Mariano Tornatore ed ing. Giovanna Baratta per la progettazione dei lavori di completamento relativi all’intervento di risanamento costiero in prossimità dei villaggi Ortoliuzzo e Mezzana – Tono». Naturalmente, però, non essendo possibile leggere in toto la delibera, nessun cittadino può venire a conoscenza quanto la consulenza esterna in questione fosse a suo tempo costata al Comune. «Della Rete Civica, e dunque della pubblicazione dei dati sul sito internet – si giustifica il direttore dell’Ufficio Stampa del Comune, dott. Attilio Borda Bossana - si occupa la società Feluca, che ha firmato una convenzione con Palazzo Zanca». «Noi pubblichiamo solo ciò che ci comunicano dal Comune – replica l’amministratore delegato della società partecipata in questione, dott. Santi Daniele Zuccarello - perché non andiamo materialmente e direttamente a recepire questo tipo di dati. Più volte abbiamo richiesto a Palazzo Zanca», continua Zuccarello, «anche tramite progetti scritti, di fornirci dati più dettagliati, in modo da predisporre addirittura una scansione delle delibere, ma non abbiamo mai avuto risposta. In realtà a Palazzo Zanca non c’è nessuno che ci trasferisce questi dati, noi ci metteremmo un secondo ad inserirli sulla Rete Civica». Un secondo per inserirli, qualcuno in più per effettuare il download, pochi minuti per poter venire a conoscenza dell’attività deliberativa del Comune. Ma ci vogliono anni per apprendere la cultura della trasparenza.
Francesco Torre
Messina. In materia di trasparenza di atti pubblici, è opportuno segnalare la sentenza del Consiglio di Stato n. 1370 del 15 marzo 2006, sez. V,: «La pubblicazione prescritta dall’art. 124 T.U. n. 267/2000 per tutte le deliberazioni del comune e della provincia riguarda non solo le deliberazioni degli organi di governo (consiglio e giunta municipali) ma anche le determinazioni dirigenziali, esprimendo la parola “deliberazione” ab antiquo sia risoluzioni adottate da organi collegiali che da organi monocratici ed essendo l’intento quello di rendere pubblici tutti gli atti degli Enti Locali di esercizio del potere deliberativo, indipendentemente dalla natura collegiale o meno dell’organo emanante». Questa sentenza, in pratica, obbliga gli enti pubblici anche alla pubblicazione delle determine dirigenziali, che quindi non sono affatto da considerarsi atti interni. Inutile dire che sul sito internet del Comune di queste determine non c’è alcuna traccia.
Francesco Torre PERSI 1,75 MLN DI EURO DELLA UE. TORRE FARO NON AVRA' UNA RIQUALIFICAZIONEPERSI 1,675 MLN DI EURO DELLA UE. TORRE FARO NON AVRA’ UNA RIQUALIFICAZIONE Il tutto per colpa dei gravi ritardi della nostra politica, tra variazioni del Prg e impatto ambientale.
Messina. 1 milione 675 mila euro irrimediabilmente persi. Un progetto, quello della nuova viabilità di Torre Faro, naufragato a causa dell’incapacità dei politici nostrani. La realizzazione dell’isola pedonale nel borgo dei pescatori, che avrebbe garantito la rinascita sul piano turistico dell’area dello Stretto, ormai solo un’utopia. «E’ revocata – si legge infatti nel DPR dell’11 luglio 2007 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.1 del 4 gennaio 2008 – l’ammissione a finanziamento per i seguenti interventi pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del 21 agosto 2002 compresi nel PIT 12 “Eolo, Scilla e Cariddi”: si tratta dell’intervento numero 3.01 “Realizzazione di nuova viabilità villaggio Torre Faro”, ricadente nel Comune di Messina, importo 1 milione e 555 mila euro, misura 5.02 del Por Sicilia 2000/2006 e dell’intervento 3.02 “Realizzazione di parcheggi a raso villaggio Torre Faro”, importo 120 mila euro, misura 5.02 del Por Sicilia 2000/2006». Sono dunque andati in fumo i finanziamenti comunitari garantiti al Comune di Messina nel lontano 2002 per rendere possibile la costruzione di un collegamento diretto tra la Via Circuito e la Via Marina di Fuori, unica soluzione per liberare il villaggio di Torre Faro dall’intenso traffico dei mesi estivi e realizzare finalmente un’isola pedonale per la fruizione del borgo e delle spiagge. Per capire i motivi di questo incomprensibile spreco di risorse pubbliche, bisogna andare un po’ indietro nel tempo, ricordando come il Consiglio Comunale abbia impiegato più di 3 anni per approvare la variante al Piano Regolatore, decisiva per la messa in atto dell’opera pubblica già finanziata, e approdata in aula solo nel maggio 2005. A ciò si aggiunga il parere contrario sul progetto espresso dall’Ufficio aree protette della Provincia, che è responsabile della tutela della Riserva della Laguna di Capo Peloro, per via del fatto che una parte del tracciato coincideva con la presenza di un canale. Un problema irrisorio, che poteva essere superato benissimo tramite la progettazione di un semplice sovrappasso, mi si trattava evidentemente di una soluzione troppo elaborata per i nostri funzionari e politici, che qui si sono proprio bloccati. «Sul progetto in questione insistevano delle problematiche urbanistico-ambientale», conferma l’attuale dirigente dell’Ufficio Programmi Complessi, ing. Giovanni Caminiti, «e le procedure che sono state avviate nel passato non sono state evidentemente portate a termine. Adesso, però – continua Caminiti – da quando sono in questo ufficio, cioè da un mese circa, ho cercato di riavviare tutte le procedure per ottenere un nuovo finanziamento e dalla Regione ci hanno fatto capire che ci sono buone possibilità, anche perché si tratta di un progetto già pronto e in parte portato a termine».
COMUNE E PROVINCIA: LA DISTRAZIONE DEI FUNZIONARI COSTA CARA AL VILLAGGIO DI TORRE FARO
Messina. La storia della riqualificazione dell’antico borgo di pescatori di Torre Faro è costellata di gravi errori e orrori sin dall’epoca della progettazione. I funzionari del Comune di Messina, infatti, al fine di ottenere un parere favorevole sulla valutazione d’impatto ambientale – obbligatoria per le aree sotto tutela ambientale, come quella di Capo Peloro – a suo tempo sbagliarono sbadatamente indirizzo, chiedendo l’autorizzazione provinciale all’ufficio Viabilità piuttosto che all’ufficio Riserva. Caso volle che nemmeno a Palazzo dei Leoni fecero caso alla svista, e così si andò avanti nell’errore per molti mesi, fino a quando – anche grazie alle pressioni delle associazioni ambientaliste – fu convocata una conferenza dei servizi affinché l’ufficio Riserva potesse finalmente analizzare il progetto e deliberare sulla fattibilità dello stesso. Tutto inutile: il 4 gennaio la Gazzetta Ufficiale annunciava la revoca dei finanziamenti comunitari.
Francesco Torre CONSULENZE: LEONARDI NON PUBBLICA GLI ELENCHICONSULENZE: LEONARDI NON PUBBLICA GLI ELENCHI Violata la legge sulla trasparenza. Sul sito della Provincia nessuna informazione sugli incarichi esterni
Messina. Quello degli incarichi esterni, le cosiddette consulenze tecniche, è un argomento sempre di moda nei corridoi degli enti pubblici messinesi. Certamente, uno dei massimi esperti in materia è Salvatore Leonardi, l’attuale Presidente della Provincia il quale, nel 1999, quando cioè sedeva sulla poltrona più importante di Palazzo Zanca, è stato addirittura citato in giudizio dalla Procura regionale della Corte dei Conti per aver affidato una consulenza esterna, dalla sospetta utilità, di ben 129 mila euro a Francesco Gallo (per la cronaca l’attuale Presidente della Polisportiva Messina, per ricordare come le poltrone possono pure cambiare ma gli uomini rimangono sempre gli stessi). Il decano della politica messinese, però, non sembra aver imparato molto da quella faccenda. E diciamo questo perché, sul tema degli incarichi esterni, la Provincia di Messina non garantisce ai cittadini la minima trasparenza, evitando di pubblicare – così come previsto dalla legge – elenchi, durate e compensi di queste tanto ambite consulenze. In attuazione del principio di trasparenza, l’articolo 3, comma 14, del decreto legislativo 30 marzo 2001 n. 165, così come integrato dal decreto legge 4 luglio 2006, n. 233, convertito dalla legge n. 248 del 4 agosto 2006, prevede infatti che «le amministrazioni rendano noti, mediante inserimento nelle proprie banche dati accessibili al pubblico per via telematica, gli elenchi dei propri consulenti indicando l’oggetto, la durata e il compenso dell’incarico». Per comprendere di cosa si tratti, possiamo benissimo cliccare, per esempio, sul sito del Comune di Ancona, dove alla pagina “Elenco consulenti esterni” vengono pubblicati tutti i nominativi degli affidatari degli incarichi a termine stipulati dall’ente in questione, con tanto di oggetto dell’incarico, area di appartenenza, durata e, cosa più importante, importo dell’incarico. Fantascienza per il sito della Provincia di Messina, dove gli incarichi vengono opportunamente occultati. «Noi non ci occupiamo di inserire sul sito questo tipo di contenuti», preme a sottolineare l’ing. Armando Cappadonia, dirigente del 1° Dipartimento provinciale, 4° U.D. “Sistemi Informativi”, «in quanto gli incarichi esterni sono di pertinenza diretta della Presidenza, che li emana e dovrebbe occuparsi della diffusione attraverso i propri mezzi di informazione». E si ritorna dunque a Salvatore Leonardi, la cui responsabilità sulla mancata pubblicazione degli elenchi dei consulenti della Provincia di Messina è, a questo punto, diretta. Il “presidentissimo”, ormai sul finire del proprio mandato, può consolarsi soltanto con un fatto: l’inserimento dell’elenco in oggetto non viene eluso infatti soltanto sul sito della Provincia ma anche su quello del Comune di Messina. Che sia il caso di affermare “mal comune mezzo gaudio”?
L’AMMINISTRATORE RISCHIA DI DOVER RISARCIRE LO STATO
Messina. Ulteriori adempimenti in materia di trasparenza sono stati introdotti dalla Finanziaria 2007 (legge n. 296 del 27 dicembre 2006) che al comma 593 dell’articolo unico prevede, tra l’altro, un tetto per la retribuzione dei consulenti, che non può superare quella del primo presidente della Corte di Cassazione. «Nessun atto comportante spesa – citiamo la Finanziaria 2007 – può ricevere attuazione, se non sia stato previamente reso noto, con l’indicazione nominativa dei destinatari e dell’ammontare del compenso, attraverso la pubblicazione sul sito web dell’amministrazione o del soggetto interessato, nonché comunicato al Governo e al Parlamento. In caso di violazione – attenzione a questo passaggio – l’amministratore che abbia disposto il pagamento e il destinatario del medesimo sono tenuti al rimborso in solido, a titolo di danno erariale, di una somma pari a dieci volte l’ammontare eccedente la cifra consentita».
Francesco Torre EX FERROTEL: CONTINUA L'ABUSO ANCHE DOPO L'INCHIESTAEX FERROTEL: CONTINUA L’ABUSO ANCHE DOPO L’INCHIESTA Il Tribunale del Riesame accoglie la richiesta di dissequestro. Tanti i dubbi sulla legittimità della sentenza.
Messina. Appena un mese e mezzo fa salutavamo come un segnale incoraggiante per lo sviluppo di una coscienza collettiva sul tema dell’abusivismo l’apertura, da parte della Procura della Repubblica, di un fascicolo sulla vicenda dell’”ex Ferrotel”, la struttura residenziale in costruzione a pochissimi metri dai binari della ferrovia, in piena zona H2 del Piano Regolatore, quella cioè «destinata esclusivamente ad impianti e servizi ferroviari». Un’inchiesta che ha messo sul banco degli imputati i responsabili della ditta “Immobiliare 4 V&C” (Vincenzo e Tindara Vinciullo) e alcuni funzionari dell’Ufficio Programmi Complessi del Comune, tra cui il dirigente, l’ing. Carmelo Ricciardi, e che ha portato al sequestro preventivo del cantiere. Oggi, però, siamo costretti a dare cronaca di una vera e propria sconfitta sociale, cioè un’ordinanza del Tribunale del Riesame di Messina che ha ordinato il dissequestro del cantiere, e il conseguente ripristino dei lavori di costruzione dell’edificio. Un’ordinanza, emessa dai magistrati Giuseppe adornato (Presidente), Carmelo Ioppolo e Rosa Calabrò, in inspiegabile accoglimento delle richieste dei legali della “Immobiliare 4 V & C”, e che non convince proprio sul piano giuridico. L’ordinanza di dissequestro, infatti, si basa essenzialmente su due punti, il primo dei quali fa leva sul fatto che l’intervento edilizio in questione non riguarda la realizzazione di un nuovo fabbricato, ma la ristrutturazione di un fabbricato preesistente, cioè l’ex Ferrotel, alloggio temporaneo per ferrovieri fuori sede, e per questo definito dai magistrati “a vocazione residenziale”. «L’apertura al mercato privato piuttosto che alle esigenze residenziali dei ferrovieri – leggiamo sbalorditi nell’ordinanza – è stata resa possibile dalla conformazione dei luoghi». Cosa? Ma se è proprio la conformazione dei luoghi, la presenza cioè a 5 metri dall’edificio dei binari della ferrovia, a rendere impossibile per legge (D.P.R. 11/07/1980 n. 753) la costruzione di una struttura residenziale! Per non dire della destinazione d’uso prevista dal Piano Regolatore, il quale non potrebbe essere più esplicito in questo senso («assoluta inedificabilità, salvo che per le costruzioni strettamente attinenti alle esigenze specifiche del servizio ferroviario»). Il secondo punto su cui fanno leva gli avvocati difensori (pardon, i magistrati) che hanno emesso l’ordinanza, ha poi del paradossale. A proposito della sopraccitata distanza di sicurezza dalle linee ferroviarie, infatti, si dice che essa «può essere derogata con il nulla osta delle Ferrovie» (cosa vera solo in presenza di edifici di servizio, come era il Ferrotel, e non certo per edilizia residenziale di pubblico utilizzo), ma il capolavoro viene raggiunto in questo passaggio: «Con riferimento al fabbricato in questione, è naturale che, trovandosi questo entro il complesso della Stazione Ferroviaria di Messina (…), l’automatica deroga alla citata disposizione, pur non espressa, era contenuta nel bando e nel contratto di vendita dell’immobile». Insomma, la deroga non c’era nel contratto di vendita, ma i magistrati del Tribunale del Riesame, probabilmente chiaroveggenti, hanno ritenuto che fosse implicita. Ogni commento, a questo punto, è superfluo. L’inchiesta sull’abuso edilizio va avanti, così come la costruzione dell’immobile. Ma con i tempi di questa giustizia, assisteremo prima al processo o all’inaugurazione dello stabile? Ognuno tragga le proprie conclusioni, e anche le giustificate congetture sui motivi di questa discutibile sentenza.
IL COMITATO DEGLI INQUILINI: «E’ SCANDALOSO»
Messina. La sentenza del Tribunale lascia più di un dubbio sulla legittimità del provvedimento. Le ragioni esposte dai magistrati presieduti dal dott. Giuseppe Adornato, come abbiamo visto, sono lacunose proprio sotto il profilo legale, e questo risulta davvero molto strano dal momento che lo stesso Adornato, nel recente passato, è stato anche assessore all’Urbanistica al Comune di Reggio Calabria (e per questo a suo tempo accusato di incompatibilità con il ruolo di magistrato) e certe questioni dunque dovrebbe conoscerle molto bene. «Tutto questo è scandaloso», fanno sapere in una nota gli inquilini degli appartamenti adiacenti al fabbricato in questione in Via Maddalena, già da tempo riunitisi in comitato: «Stanno continuando imperterriti a costruire, ma non è detto che l’esito dell’inchiesta sarà positivo, perché potranno incontrare magistrati non così compiacenti. Alcuni di noi sono talmente esasperati che, se l’edificio dovesse venire completato, giurano di vendere i propri appartamenti e di cambiare zona, qualcuno di loro addirittura città. In questa vicenda sono stati calpestati tutti i diritti, e tutto per difendere interessi privati e costruire veri e propri mostri urbanistici».
Francesco Torre ISTITUTO MARINO: E' ARRIVATA L'ORA DELLA SVOLTA?ISTITUTO MARINO: E’ ARRIVATA L’ORA DELLA SVOLTA? La consegna dei lavori a maggio 2007, ma mancano fondi. Sinatra apre un tavolo di confronto.
Messina. Si ritorna a parlare di Istituto Marino. Proprio negli ultimi giorni, infatti, il commissario regionale Gaspare Sinatra ha dato il via ad un tavolo di confronto tra Comune (rappresentato dal dirigente dei programmi complessi, l’ing. Giovanni Caminiti e altri tecnici) e Istituzione per i Servizi Sociali (con la presenza del commissario Salvatore Vernaci e del direttore generale dott. Giuseppe Scalici) per una prima disanima delle possibili destinazioni di alcuni padiglioni del megacomplesso di Mortelle, attualmente presidiato da un distaccamento della Polizia Municipale. Il tavolo dovrà evidentemente anche essere utile per fare il punto sugli interventi non ancora completati, e ovviamente pure su quelli che non sono nemmeno cominciati, sebbene la consegna dei lavori per la ditta vincitrice dell’appalto di ristrutturazione, la Graziano Costruzioni s.r.l., fosse stata stabilita nel maggio del 2007, cioè oltre 8 mesi fa. Le attuali condizioni del cantiere, però, non sono molto differenti da quelle che avevamo fotografato, e denunciato, alla fine della scorsa estate (“Istituto Marino, indifferenza e ritardi per la solidarietà”, QdS del 25 settembre 2007): alcuni padiglioni versano infatti ancora in condizioni di assoluto degrado, sommersi da rifiuti, vecchie suppellettili e calcinacci, mostrando solo lo scheletro di quello che abbiamo più volte definito come il vecchio Tempio della solidarietà della città di Messina. E pensare che l’Istituto avrebbe potuto essere inaugurato già da mesi se solo l’ex amministrazione Genovese (le cui responsabilità sono dirette) avesse concesso un finanziamento di 250 mila euro, anzi 100 mila dato che la Regione aveva autorizzato Palazzo Zanca ad utilizzare i ribassi d’asta dell’appalto per il padiglione centrale. Tali infatti risultano le somme necessarie al completamento della ristrutturazione dell’Istituto,un surplus di denaro dovuto a una variante in corso d’opera generata da un errore di progettazione. Un finanziamento peraltro minore, per esempio, a quello dato dal Comune per l’organizzazione dell’Horcynus Festival, il che ci fa capire quanto la politica e l’interesse pubblico, in riva allo stretto, siano due cose assolutamente separate. Adesso, con la presenza, seppur temporanea, a Palazzo Zanca di un commissario esterno, si spera che il Comune utilizzi il denaro pubblico con criterio, dando precedenza ad opere, come questa, che possono far fare un salto di qualità alla città in termini di equità sociale e di diritti delle minoranze. Intanto è già stato proposto per il corpo cinque, già definito nei lavori esterni, la possibilità di destinarlo ad asilo nido (a Messina ne esistono solo 2 pubblici!), mentre per il completamento del resto della struttura si sta studiando l’inserimento del finanziamento nella programmazione delle risorse già previste dalla legge 328 o in ulteriori finanziamenti della Regione Siciliana. Certo, è ancora troppo poco. L’Istituto Marino, che più che un istituto era innanzitutto un’istituzione della città, merita la massima attenzione e sforzi, anche sul piano economico, maggiori da parte del Comune. Che non può permettersi di perdere l’ennesima battaglia sul piano della solidarietà sociale.
Francesco Torre
IL TEMPIO DELLA SOLIDARIETA’ DELLA FAMIGLIA BOSURGI
Messina. L’Istituto Marino di Mortelle è stato fondato nel 1928 dalla famiglia Bosurgi, a quel tempo sicuramente la più ricca di Messina (proprietaria dell’industria Sanderson & Son e dell’Isola Bella di Taormina) al fine di ospitare i bambini più sfortunati in un ambiente sano e confortevole, a pochi passi dal mare. Una vera e propria cittadella di circa 20.000 metri quadri, in cui trovavano posto 8 edifici tra cui una Chiesa, dedicata sostanzialmente alla cura e al sostegno delle fasce più deboli della società. Gestito per quasi 70 anni dall’Opera Pia Adriana Bosurgi Caneva, l’Istituto nel 1994 fu donato al Comune di Messina con l’obbligo di mantenere la destinazione d’uso a fini assistenziali. Considerato lo stato di abbandono e di degrado del complesso, il Comune di Messina programmò (e appaltò nel 2004 e 2005) un intervento globale di ristrutturazione per provvedere al risanamento delle fabbriche, al risanamento degli organismi ed alla loro destinazione a servizi socio-assistenziali, con la creazione di un Centro Polifunzionale. Intervento, però, a oggi mai ultimato.
Francesco Torre ENTE PORTO
ENTE PORTO: LA REGIONE FORAGGIA UN INUTILE DOPPIONE Soppiantato dal ’94 dall’Autorità Portuale, l’Ente sopravvive solo per un diritto di casta.
Messina. Che tra Ente Porto e Autorità Portuale di Messina ci sia un conflitto di competenze, è un affare evidente, ormai sotto gli occhi di tutti i messinesi. Due enti, due presidenti, due consigli di amministrazione, due strutture analoghe e con lo stesso obiettivo: lo sviluppo dell’area portuale dello Stretto. Eppure, nonostante la presenza di cotanta esuberanza di poltrone, di progettazione, di fondi, basta osservare il tristissimo spettacolo offerto dalla Zona Falcata per comprendere l’entità dello spreco di risorse pubbliche e la portata di alcuni interessi di “casta”. Eppure la trasformazione degli Enti portuali in Autorità e la conseguente soppressione della vecchia organizzazione era stata stabilita per legge in maniera inequivocabile: «Nei porti di Ancona, Bari, Brindisi, Cagliari, Catania, Civitavecchia, Genova, La Spezia, Livorno, Marina di Carrara, Messina, Napoli, Palermo, Ravenna, Savona, Taranto, Trieste e Venezia è istituita l’autorità portuale» (legge n. 84 84 del 28/01/1994, “Riordino della legislazione in materia portuale”, art. 6, comma 1) e «Le autorità portuali sono costituite dal 1° gennaio 1995 e da tale data assumono tutti i compiti; ad esse è trasferita l'amministrazione dei beni del demanio marittimo compresi nella circoscrizione territoriale» (decreto legge n. 696 del 22/12/1994, “Interventi urgenti a favore del settore portuale e marittimo”, art. 3 comma 9 punto 5). Dalla foce del torrente Annunziata al tratto di costa prospiciente via Tommaso Cannizzaro, dunque, l’Autorità Portuale esercita pienamente la propria personalità giuridica e persegue gli obiettivi di indirizzo, programmazione, controllo, coordinamento, promozione di tutte le operazioni portuali e delle altre attività commerciali ed industriali. E l’Ente Porto? Come ha potuto sopravvivere fino ai nostri giorni? Riesumato dal Presidente della Regione Cuffaro nel 2001, l’Ente Porto è riuscito a continuare a sopravvivere (e a garantire poltrone) grazie ad un decreto legge del lontano 1953 (n. 270) che gli dava competenza sulla gestione del cosiddetto Porto Franco(istituito per legge nel 1951, mai attuato ma nemmeno decaduto), del bacino di carenaggio e della degassifica Smeb, sui cui effetti nocivi in termini di ambiente e inquinamento è ormai possibile scrivere un’enciclopedia. Insomma, mantenuto per anni da Palermo, l’Ente adesso viene persino foraggiato: in arrivo, infatti, previsti dal bilancio 2007 della Regione Siciliana, 5 milioni 600 mila euro per la costruzione di fabbricati e magazzini e 275 mila euro per la recinzione del Punto Franco (che in teoria, come previsto nel secondo dopoguerra, darebbe l’opportunità di scaricare merci all’interno del porto e dei magazzini senza pagare la tassa di deposito, al fine di attirare il commercio). Una strategia, bisogna dirlo, in totale divergenza con il Piano Regolatore dell’Autorità Portuale, peraltro già approvato dal Comune, che prevede per la Zona Falcata tutt’altro tipo di sviluppo, basato sull’offerta turistica e culturale, in modo da poter finalmente restituire questo fantastico lembo di terra alla città. Insomma, che Stato e Governo Regionale Siciliano non si parlino è acclarato. Ma che si ostacolino a suon di milioni di euro è ormai intollerabile, soprattutto se a farne le spese sono le potenzialità di sviluppo di una città da troppo tempo depressa sul piano economico e sociale come Messina, e tutto ciò esclusivamente in nome di un diritto di casta.
Francesco Torre
14 POLTRONE NEL CDA, 1 SOLO DIPENDENTE. TUTTI I NUMERI DELL’ENTE PORTO
Messina. Abbiamo già detto degli oltre 6 milioni che il bilancio 2007 della Regione ha concesso all’Ente Porto di Messina per la realizzazione del Punto Franco. Ma a questi soldi si devono aggiungere altri 225 mila euro che arrivano da Palermo soltanto per mantenere in piedi un’imponente struttura amministrativa formata da ben 14 componenti del CdA (tutti di nomina politica, equamente suddivisi tra destra e sinistra, e presieduti dal rag. Rosario Madaudo), da un collegio dei sindaci formato da 5 membri e 2 supplenti, e da una Giunta Consultiva di Tecnici formata da altri 13 membri (prevista da statuto ma ancora non istituita). Per non dire dei consulenti, il cui “prezioso” lavoro nel 2006 è costato alla Regione oltre 210 mila euro mentre nel 2007 (periodo di vacche magre) “solo” 44.841 euro, comunque più dell’intero costo dei dipendenti, o meglio dell’unico dipendente previsto in organico dall’Ente (uno solo, a fronte di 14 componenti del CdA!), che percepisce circa 32 mila euro l’anno. I numeri parlano da soli: all’Ente Porto, più che a fare il Punto Franco, in tutti questi anni si sono affannati a farla franca.
Francesco Torre February 02 MESSINA CAPITALE DEL RACKET SICILIANOMESSINA CAPITALE DEL RACKET SICILIANO I dati della Fondazione Chinnici mostrano come la città dello Stretto si differenzi dal resto della Sicilia
Messina. I libri mastri del boss della malavita Lo Piccolo sono stati raccolti qualche settimana fa dalla Polizia di Palermo come una sorta di bibbia del racket, con tutti i nomi delle imprese taglieggiate dal clan nel corso degli anni e gli importi riscossi mensilmente o una tantum. Un enorme passo in avanti per la lotta alla criminalità organizzata e alla pratica del pizzo, già rese parzialmente più deboli dalle tante iniziative, partite da associazioni private come “Addio Pizzo” o da enti di rappresentanza di categoria come la Confindustria Sicilia, che sono state avviate negli ultimi tempi. Eppure il racket è ancora vivo e produce ingenti introiti di denaro alla malavita organizzata in tutta la Sicilia. E soprattutto a Messina. E’ quanto risulta dall’indagine condotta dalla Fondazione Chinnici, i cui risultati sono stati raccolti nel volume “I costi dell’illegalità”, edito da Il Mulino a cura di Antonio La Spina. Un’indagine che dimostra, sulla base di fonti di eterogenea provenienza e su un campione di 2.286 imprese siciliane, che nel complesso il costo annuo delle estorsioni supera il miliardo di euro, in pratica 3 punti percentuali del prodotto lordo regionale. E che, se tra Palermo, Catania e Siracusa è possibile notare una certa omogeneità nel trattamento subito dalle imprese, Messina mostra alcune differenze. Già, perché nella città dello Stretto le avance degli estorsori tendono a essere più esose, specificatamente nel settore delle costruzioni, che negli ultimi anni ha visto ingenti investimenti per realizzare opere pubbliche. Così, mostrano i risultati, il pizzo medio nel mondo messinese delle costruzioni tocca quota 2.537 euro, mentre a Palermo si ferma a 1.348 euro e a Catania a 1.353 euro. Differenze, però, che si ripresentano anche nel settore del commercio al dettaglio, dove ancora Messina è al primo posto con una media di 607 euro, molto di più rispetto a Palermo (459 euro) e Catania (373). Infine, lo studio evidenzia che Messina si trova anche in cima alla classifica delle province più vessate in rapporto al numero delle imprese presenti nel territorio con 3.756,11 euro (il dato di Palermo si attesta intorno ai 2.897 euro), ed è tra le aree maggiormente colpite in termini di estorsione media annua per abitante con 236,92 euro per cittadino. Dati allarmanti, che mostrano quanto a Messina – come abbiamo più volte affermato a proposito di piccoli e grandi appalti e del “sacco edilizio” perpetrato da decenni a danno della comunità locale – i rapporti tra edilizia e criminalità organizzata siano strettissimi.
SI RICHIEDE L’INTERVENTO DELLA CAMERA DI COMMERCIO
Messina. La Fondazione Rocco Chinnici è stata costituita il 24 luglio 2003, in concomitanza con il ventesimo anniversario della tragica uccisione del Magistrato (29/7/1983), sulla scia di una serie di iniziative già da tempo adottate in sua memoria. L'indagine sul racket si segnala per la descrizione del fenomeno da fonti di prima mano (interviste a magistrati, esponenti delle forze dell'ordine, imprenditori che hanno denunciato), la puntuale analisi economica, di contesto e di effetti, l'attento esame della normativa vigente e di sue realistiche, concrete prospettive di riforma, che tengano conto delle difficoltà di fare impresa in un contesto altamente disagevole. Le associazioni di categoria, tra tutte la Camera di Commercio, hanno accolto con evidente allarme i dati forniti dalla Fondazione. Luigi Savoja, Presidente della CIA di Messina e consigliere camerale, ha già chiesto al Presidente della Camera di Commercio messinese, dott. Vincenzo Musmeci, di mettere in atto alcune iniziative a sostegno dei singoli commercianti, come l’istituzione di uno sportello della legalità, peraltro già attivato a Palermo e Caltanissetta.
Francesco Torre |
|
|