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November 21
LO IACP HA INCASSATO DA ANNI I SOLDI PER LA VENDITA DEGLI ALLOGGI SENZA STIPULARE I CONTRATTI, ED I PROPRIETARI RISULTANO ADESSO PER IL COMUNE INQUILINI MOROSI.
Il Dipartimento Patrimonio e Demanio richiede all’IACP la restituzione dei canoni incassati dal 2005 e delle somme incassate per la vendita.
Messina. Comprare la propria casa senza firmare un contratto. Essere proprietari di un alloggio senza di fatto risultarlo per la legge, per la quale al contrario si rischia addirittura di essere considerati morosi. E’ un paradosso che riguarda circa un centinaio di famiglie messinesi, che denunciano di essere ancora considerati come illegittimi proprietari (pur avendo versato il corrispettivo per l’acquisto anche 10 o 20 anni fa) di alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica.
E tutto ciò è passato inosservato per tanti anni, tollerato sia dallo IACP, l’ente che allora aveva venduto l’immobile, che dagli inquilini/proprietari, i quali solo in minima parte avevano fatto sentire la propria voce minacciando querele ed avviando procedure legali. Fino a quando, a seguito dell’acquisizione di circa 600 immobili, individuati dall’IACP e dall’Agenzia del Demanio e trasferiti al Comune di Messina dopo l’entrata in vigore della legge 311/2004 (Finanziaria 2005), il Dipartimento Patrimonio e Demanio di Palazzo Zanca ha appurato che molti assegnatari avevano già versato all’IACP di Messina il corrispettivo per l’acquisto dell’immobile richiesto senza però che l’IACP stesso avesse completato il procedimento con la stipula del contratto di vendita. Con quali effetti? Danno per gli inquilini, che oggi si definiscono – a ragione – parte lesa, e danno per l’amministrazione comunale, che si trova di fronte ad un gravissimo problema contabile, perché senza il contratto di vendita dell’immobile la natura giuridica dell’assegnatario rimane quella di inquilino, e come tale è tenuto a versare il canone mensile e viene pertanto ritenuto moroso. A ciò si aggiunga che l’IACP di Messina continua tuttora ad incassare canoni dagli alloggi oggetto di trasferimento della legge Finanziaria 2005. Numeri non da poco, che se quantificati al minimo del canone mensile previsto dalla legge (52 €) danno una mancata entrata per il Comune di almeno 698.880 euro in due anni. Cifra che lo IACP dovrebbe risarcire in toto, come pure dovrebbe – cosa ancora non fatta – completare la consegna al Dipartimento Patrimonio e Demanio del Comune di tutte le pratiche relative ai suddetti 560 alloggi ERP. Senza tale documentazione, come può oggi il Comune regolarizzare le tante situazioni di presunta morosità e completare la procedura di vendita? E come è possibile che, contrariamente a quanto previsto dal Codice Civile (artt. 1476 e 1477), lo IACP abbia venduto l’immobile, riscuotendo il corrispettivo in denaro, senza la stipula del contratto ? A che titolo, dunque, lo IACP ha riscosso tali somme? Domande a cui l’Istituto Autonomo Case Popolari di Messina ha da sempre risposto scaricando le colpe al Comune di Messina e agli altri comuni della provincia interessati, che non hanno definito le convenzioni relative alla trasformazione del diritto di superficie, gravante sulle aree degli alloggi costruiti dopo l’entrata in vigore della legge 865/71, in diritto di proprietà, necessario per il rogito degli atti da parte dei notai. Risposta assolutamente insufficiente. In qualsiasi altra città in mancanza di tutti gli atti necessari non si sarebbe andati per nessuna ragione a vendere la casa e a riscuotere il denaro. Ma d’altra parte non è un caso che Messina sia l’ultima città d’Italia.
LA CASSAZIONE DA’ RAGIONE AGLI ASSEGNATARI
MESSINA. Chi pagherà i danni di questi ritardi? Una sentenza della Cassazione (sez II, 14/07/1994, n. 6621) dice in proposito: «In tema di trasferimento di alloggi di ERP già assegnati in locazione semplice, il diritto dell’assegnatario a cui sia stata comunicata l’accettazione della sua domanda di assegnazione in proprietà dell’alloggio, non si inserisce in un rapporto privatistico, in cui l’amministrazione abbia assunto l’impegno a contrattare mediante preliminare, ma in un rapporto con connotati pubblicistici che non esclude la possibilità dell’azione risarcitoria per la riparazione del danno derivante dalla mancata stipulazione, che realizza comunque un inadempimento contrattuale del quale la pubblica amministrazione deve rispondere, ai sensi dell’art. 1218 c.c., se non prova che l’inadempimento o il ritardo è dipeso da causa ad essa non imputabile». I proprietari/inquilini, dunque, fortunatamente per la legge sono coperti, ma come si potrà procedere oggi alla vendita se – come si verifica in qualche caso – l’assegnatario di allora è deceduto? Paradossi alla messinese.
Francesco Torre
PIAZZA VITTIME DELLA MAFIA: DISONORE E DEGRADO
A Luglio la Giunta Genovese decide di dare un nuovo nome all Piazza di Camaro, rimasta “vittima del degrado”
Messina. 12 luglio scorso. L’ex sindaco Francantonio Genovese e la sua Giunta esitano un provvedimento molto atteso dalla III Circoscrizione. Dando seguito ad una vecchia delibera varata dal Consiglio dell’ ex VI Quartiere, infatti, la decaduta amministrazione comunale decide di intitolare la piazza di Via Gerobino Pini a Camaro San Paolo, in una delle zone maggiormente a rischio per la città, alle “Vittime della Mafia”.
5 Novembre. A Palermo e in tutta la Sicilia si celebra, per volere del defunto cardinale Pappalardo, la “Giornata della Memoria”. In tutta l’isola, cioè, si realizzano eventi e manifestazioni per ricordare, ed onorare, tutte le vittime della violenza mafiosa.
Il collegamento tra le due date è evidente. L’impegno di un’amministrazione comunale nella lotta alla criminalità organizzata si attua anche attraverso la commemorazione, il recupero della memoria, ed è per questo che molte strade, vie, aeroporti in questi ultimi anni hanno visto cambiare il proprio nome per quello di un giudice o, più in generale – come a Messina – per le vittime tutte della mafia. Tali provvedimenti, però, possono risultare vani o addirittura controproducenti quando al cambio del nome non corrisponde un cambiamento di rotta nella gestione del bene pubblico in questione, quando cioè le vittime della mafia diventano indegnamente anche “vittime del degrado”.
E’ quanto segnalato dal consigliere e Presidente della Commissione Ambiente e Territorio del III Quartiere Libero Gioveni a proposito, appunto, della piazza di Via Pilli a Camaro. «Erbacce, rifiuti, suppellettili, escrementi, panchine e giochi per bambini distrutti, pavimentazione dissestata, cassonetti RSU dislocati impropriamente lungo il perimetro fanno da cornice ad un quadro del luogo sempre più desolante», denuncia con dovizia di particolari Gioveni, che continua: «Nessun intervento di riqualificazione, pochissimi interventi di pulizia e scerbatura, nessun intervento di miglioria dell’arredo urbano e, soprattutto, niente controlli contro gli atti vandalici, hanno in pratica contribuito a trasformare l’unico spazio a verde attrezzato del popolatissimo rione, ad un autentico simbolo del degrado».
La fotografia del consigliere di quartiere è del tutto verosimile. Il nostro sopralluogo nella piazza in questione, infatti, ci ha permesso di renderci conto del profondo degrado in cui versa l’area interessata, dove peraltro nessuna indicazione, nessun cartello, nessuna targa indica l’avvenuto cambiamento del nome in onore delle “vittime della mafia”. Allo scempio ambientale e urbano, quindi, si accompagna quello – ancora più preoccupante – di profilo culturale e sociale: l’impegno assunto dall’amministrazione con la nuova titolazione della piazza è di quelli solenni, che si onorano, che si rispettano per non infangare il nome di quelle stesse vittime che si intende commemorare. Vittime adesso una seconda volta.
UN ANNO FA LE PRIME RICHIESTE DI RIQUALIFICAZIONE
MESSINA. Cambiare un nome ad una piazza non serve a nulla se non si decide di intervenire in maniera diretta ed efficace ai fini di una vera e propria riqualificazione. Lo dimostra la vicenda di Piazza “Vittime della Mafia” a Camaro. «E’ inutile ribadire – ricorda il consigliere del III quartiere Gioveni – la caterva di richieste d’intervento inoltrate nel tempo agli organi competenti; in data 14/11/2006, addirittura, il Consiglio circoscrizionale aveva anche varato un’articolata delibera con la quale aveva chiesto all’Amministrazione, oltre che l’integrale riqualificazione della piazza e maggiori controlli da parte della Polizia Municipale, anche una parziale riduzione di un margine della stessa piazza. Io stesso in passato, in maniera alquanto provocatoria, avvertendo un malessere sempre più diffuso fra i cittadini “civili” della zona e visto che della piazza non se ne può ancora oggi fare uso, ne avevo proposto la totale demolizione in favore di un più funzionale parcheggio a raso; ma, si sa, a Messina, alle sane e sensate provocazioni, difficilmente ci si dimostra sensibili».
Francesco Torre
FITTI ATTIVI DEL COMUNE: 1 MILIONE DI CREDITI NON RISCOSSI E UNA SITUAZIONE DA MEDIO EVO
Il Comune vuole risultati ma non investe un centesimo: mancano personale e un sistema informatico decente
Messina. 1 milione di euro di crediti non riscossi. 210 alloggi abusivi. Circa 200 alloggi oggetto di contenzioso legale. I numeri del bilancio 2006 dell’Ufficio Fitti Attivi del Dipartimento Patrimonio e Demanio del Comune di Messina sono oggettivamente disastrosi, soprattutto se messi in relazione con gli oltre 5 milioni spesi per le 79 voci di spesa relative a immobili che al contrario il Comune prende in affitto da altri enti e privati.
Una fotografia impietosa, e ciò nonostante l’alacre lavoro degli ultimi due anni (periodo in cui dirigente e funzionari dell’ufficio hanno evaso un numero altissimo di pratiche, recuperato alloggi, aggiornato i canoni, facendosi carico di ogni tipo di carenza sotto il profilo organizzativo e strutturale), che mette in luce una situazione che – a ben vedere - ha origini molto lontane, e negli anni si è incancrenita a tal punto da risultare oggi quasi insolvibile. Soprattutto se la politica continua a sfuggire alle proprie responsabilità, non permettendo l’adeguato funzionamento di uffici che risultano evidentemente strategici da un punto di vista sociale ed economico per la gestione della cosa pubblica.
Né è una prova la delibera d’indirizzo firmata dalla Giunta Municipale Genovese l’1 Febbraio 2007, con la quale si prescriveva di “reperire adeguate unità di personale al fine di sopperire alle carenze”, di “porre in essere ogni utile atto interruttivo della prescrizione dei crediti”, di “segnalare senza indugio all’Avvocatura Comunale ogni posizione non in regola”, e tutto questo senza impegnare un centesimo. Forse non sapeva, l’allora Assessore di competenza Saitta, che la pianta organica del Dipartimento Patrimonio e Demanio prevede 66 unità e attualmente a servizio ce ne sono solo 36 di cui 5 a tempo parziale? Forse ignorava che lo stesso dipartimento non è provvisto di un sistema informatico in grado di interfacciarsi con la Ragioneria, le Poste, l’Avvocatura, il dipartimento Risanamento, e che per verificare le situazioni legali o contabili occorre aprire manualmente i fascicoli e fare dei confronti incrociati tra i documenti cartacei provenienti dalle varie aree (roba da MedioEvo, altro che informatizzazione della Pubblica Amministrazione). Non sapevano, forse, i colleghi della Giunta, che per spedire anche solo i bollettini postali occorre acquistare un software e stamparli, cosa fatta in perfetta autonomia dal direttore del Servizio, il dott.Vincenzo Palana? Certo che lo sapevano, così come sapevano che tra edilizia residenziale pubblica ed edilizia sovvenzionata a voler rispettare le norme attuali si dovrebbero sbattere fuori dagli immobili almeno 200 nuclei familiari tra abusivi e morosi, e lo sanno tuttora, ma la tutela del bene pubblico non è mai stata una priorità per questa e per le precedenti amministrazioni, che hanno sempre preferito utilizzare quel bene prezioso e sacro che è la casa come merce di scambio elettorale. La prova? L’ultima graduatoria per la concessione di immobili pubblici risale al 1990. Dopo, c’è stata sempre e solo la clientela.
IL DIRETTORE PALANA: “SISTEMA PERFETTIBILE, MA NECESSARIO INCONTRO TRA LE PARTI SOCIALI COINVOLTE”
Messina. «E’ un’eredità pesante - ci racconta il direttore, dott. Vincenzo Palana - quella raccolta dal neocostituito Servizio Fitti Attivi, che si è rimboccato le maniche per recuperare il gap istituzionale ed organizzativo di un decennio, compatibilmente con i tempi di giustizia: il Servizio ha infatti attivato di recente controlli a campione sulle autocertificazioni, sta creando una banca dati relativa a tutti i contenziosi, ha avviato lo screening sistematico delle situazioni di morosità, acquistato nel corso dell’esercizio 2006 la dotazione informatica e gli arredi indispensabili (acquisto purtroppo vanificato da un consistente furto subito), dotato tutti gli immobili comunali dei super condomini di contatore individuale per i consumi idrici. Solo chi riceve la fiumana di famiglie bisognose come noi può rendersi conto che il sistema è perfettibile ma è necessario un incontro tra le parti sociali coinvolte». Il Servizio Fitti attivi si è prefissato degli obiettivi a breve termine, verificheremo nei prossimi mesi lo stato di attuazione.
Francesco Torre
ISTITUZIONE PER I SERVIZI SOCIALI: MANCANO LE RISORSE MA IN COMPENSO CI SONO TANTE POLTRONE
La partecipata del Comune conta ben 5 consiglieri di amministrazione e un direttore generale e solo 17 assistenti sociali per una città di 250.000 persone
MESSINA. Continua con l’Istituzione per i Servizi Sociali il viaggio del Quotidiano di Sicilia nei centri di direzione delle società partecipate del Comune di Messina. Un viaggio che permetterà ai lettori di conoscere nel dettaglio competenze, servizi e bilanci delle suddette società, presentando in maniera assolutamente obiettiva numeri e dati indicativi della gestione della “cosa pubblica” nella città dello stretto.
Nome: Istituzione per i Servizi Sociali (organismo strumentale del Comune di Messina dotato di personalità giuridica)
Data di nascita: Novembre 2002, ma dotato di personalità giuridica dal 1 Febbraio 2003
Indirizzo: Via Felice Bisazza n. 60 – 98123 Messina
Competenze: L’Istituzione agisce ai fini della gestione in forma autonoma di tutte le attività relative alla predisposizione ed erogazione di servizi gratuiti ed a pagamento, o di prestazioni economiche destinate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltà che il cittadino incontra nel corso della vita. Persegue, inoltre, il fine di salvaguardare e promuovere lo sviluppo Sociale della comunità locale.
Presidente: dott. Elio Sauta
Competenze del Presidente: Rappresentanza dell’Istituzione nei rapporti con gli organi comunali e con i terzi, siano essi soggetti pubblici o privati.
Direttore Generale: avv. Salvatore Vernaci
Competenze del Direttore Generale: Responsabile della gestione e dell'adozione degli atti che impegnano l'Ente verso l'esterno e figura chiave dell'Istituzione; coordina l'intera attività con ampia autonomia e potere gestionale, garantendo la corretta ed economica gestione delle risorse.
Consiglieri: attualmente 5 compreso il Presidente, così come previsto dallo statuto. Sarà compito del nuovo commissario ridurre il numero a 3, così come da Legge Finanziaria 2007 (296/2006), recepita dalla Regione Siciliana con la legge n. 2/2007
Personale: 50 dipendenti
Fatturato: 14 milioni di euro
Bilancio: In attivo di € 600.000 (dati consuntivi del 2006)
Sito internet: ultima news inserita a Giugno 2006
Segni particolari: Opera con sole 17 assistenti sociali in una città di 250.000 abitanti.
L’Istituzione per i Servizi Sociali è tra le società del Comune una tra quelle maggiormente a rischio di chiusura imminente: in primis, per l’accusa – di fatto giustificata – di essere un doppione dell’omonimo assessorato comunale; in secondo luogo, non è in grado di dare servizi adeguati alla comunità. Per il 2007 ha ottenuto dal Comune di Messina 14 milioni e 400 mila euro, da suddividere (come cita il previsionale 2007) in questo modo: 8 milioni all’area anziani, 2 milioni all’area minori; 6 minori all’area handicap; 400 mila euro per i servizi generali; 750 mila euro per l’area assistenziale; meno di 50 mila euro per la tutela dei minori. In compenso, però, l’Istituzione concede poltrone molto ricche: 125 mila euro la spesa per il consiglio di amministrazione e 110 mila per consulenze esterne e incarichi dirigenziali, cifre a cui vanno aggiunti 20 mila euro per le cosiddette missioni. Per quanto riguarda gli obiettivi raggiunti, basta segnalare il numero degli asili nido pubblici a Messina: 2!
IL RISCATTO PASSA PER IL CENTRO DI SAN FILIPPO. COMMISSARIO PERMETTENDO.
MESSINA. Insediatosi da un mese nella città dello stretto, il Commissario straordinario Gaspare Sinatra non si è ancora pronunciato in via definitiva sulla sorte dei Consigli di Amministrazione delle società partecipate del Comune di Messina, ma dovrà dare il proprio parere su un’importante questione che riguarda l’Istituzione per i Servizi Sociali: la procedura di consegna dell’appalto da 2 milioni e 200 mila euro per il Centro polifunzionale di San Filippo, aggiudicato nelle scorse settimane alla cooperativa Azione Sociale (quella che si occupa della gestione di Casa Serena, che drena alle casse dell’Ente 3 milioni di euro l’anno). La struttura – che rappresenterebbe il riscatto di una gestione finora deludente della società – avrebbe dovuto essere inaugurata già a fine ottobre, e accogliere tutte le fasce disagiate della zona (minori, anziani, disabili), ogni giorno dalle 8 alle 20, per tre anni. Diventerà mai una realtà?
Francesco Torre November 17
IL MASSIMO DEL DEGRADO: UN CAMPO NOMADI NELLA SEDE DELL’AUSL 5
CIRCA 100 I ROM CHE VIVONO ALL’INTERNO DELL’EX OSPEDALE MARGHERITA. E I VERTICI DELL’AUSL 5 NE ERANO A CONOSCENZA DA MESI
Messina. Nell’ultima città d’Italia il limite di decenza è già stato superato da tempo. Tante e troppo degradanti sono le vicende che giorno dopo giorno mortificano la dignità di una comunità ormai anestetizzata e priva di un’adeguata, legittima, auspicabile carica di indignazione. Ma l’aver scoperto che un campo Rom, come una società segreta nascosta da tutto e da tutti, si nascondesse tra i reparti dell’ex ospedale Margherita ha ulteriormente abbassato la soglia di tolleranza, spegnendo quel barlume di credibilità che era rimasto a tutte le istituzioni cittadine: il Comune, la Prefettura, la Polizia, L’Ausl, stavolta nessuno – e ripetiamo nessuno – ha il diritto di negare le proprie responsabilità.
Materassi sul pavimento, accanto a rifiuti di ogni tipo, a materiale nocivo ed infiammabile che potrebbe esplodere in qualunque momento. Interi reparti devastati, occupati abusivamente, chiusi a chiave con nuove serrature. Anche la cappella è stata presa d’assalto, e sul crocifisso campeggiano due alte antenne per la ricezione tv. Nessuno può realmente prevedere quanti siano i rom che vivono tra queste mura: 50, 100, forse anche di più, in condizioni disumane e nel costante pericolo di vita. E nessuno – e ripetiamo nessuno – stavolta ha il diritto di affermare che non ne sapeva nulla.
Perché le segnalazioni degli abitanti del quartiere erano state copiose, soprattutto nell’ultimo anno, dove nell’area attualmente sede dell’Ausl 5 non solo erano stati avvistati rom, ma anche tossicodipendenti che nell’area entravano ed uscivano in piena libertà, come nel più squallido dei ghetti che possa essere schifosamente e colpevolmente tollerato. Da tutti. Perché nessuno – e ripetiamo nessuno – può dire di non aver chiuso entrambi gli occhi, le orecchie, di aver sigillato le labbra. E per quale motivo?
L’Ospedale Regina Margherita è stato chiuso nel 1999. Tutti i reparti sono stati trasferiti al Papardo, e l’area è rimasta inutilizzata per anni, in attesa di una nuova destinazione d’uso. Nel 2005 l’Ausl 5 aggiudica a dei privati la realizzazione di un progetto di finanziamento per la realizzazione di un centro di riabilitazione. Il resto l’abbiamo raccontato.
I vertici dell’Ausl 5 sapevano. Lo sostengono anche due consiglieri di quartiere, Francesco Rella e Raffaele Verso (il primo di An, il secondo della Margherita, a dimostrazione che l’indignazione non ha colore politico), che già nel luglio di quest’anno avevano segnalato «tramite un’interrogazione scritta, lo stato di abbandono in cui versa la struttura e la presenza al suo interno di vandali, drogati ed extracomunitari». La risposta del direttore generale, il dott. Salvatore (Ponzio Pilato) Furnari? «La riconversione è in itinere». Il che equivale a dire: so tutto, mi assumo le responsabilità e provvederò in breve tempo a concludere un’operazione di riconversione dell’area già iniziata. Bisogna dare atto a Furnari che una riconversione dell’area effettivamente c’è stata in questi ultimi mesi: l’Ospedale Margherita è diventato il secondo campo rom di Messina.
PROGETTI PER IL RISANAMENTO: UNA STORIA SENZA FINE
Messina. 156 posti letto, piscine, negozi, ambulatori, banca, addirittura una biblioteca. Questo ed altro prevede il progetto che l’Ausl 5 vorrebbe realizzare nell’area dell’ex Ospedale Margherita. Un progetto il cui iter si è bloccato. Perché se è vero che un gruppo di privati - guidato dalla Tecnis e composto dalle imprese Sigenco e Ignazio Alì, con la partecipazione di Hospital Management, della Gesaco e degli studi Fulci e Architecna di Messina - si è aggiudicato una gara promettendo un investimento di 47 milioni di euro, a fronte di un contratto di 25 anni per 1,8 milioni di euro a semestre e i proventi della gestione sanitaria, pure l’assessorato regionale ha negato l’autorizzazione all’attivazione dei posti letto, perché tenuto fuori dalla trattativa. Atteggiamento ostruzionistico che sembra ancora oggi insuperabile, dopo mesi e mesi di discussioni approdate anche al Ministero dell’Economia a Roma. Completata l’ennesima revisione del progetto, si aspetta adesso il tanto agognato ok da Palermo.
Francesco Torre
MESSINAMBIENTE: 2 MILIONI DI DEBITO NEL 2006
Ma è l’unica ad aver ridotto il numero di consiglieri
MESSINA. Dopo Amam e Ato3, continua con Messinambiente il viaggio del Quotidiano di Sicilia nei centri di direzione delle società partecipate del Comune di Messina. Un viaggio che permetterà ai lettori di conoscere nel dettaglio competenze, servizi e bilanci delle suddette società, presentando in maniera assolutamente obiettiva numeri e dati indicativi della gestione della “cosa pubblica” nella città dello stretto.
Nome: Messinambiente S.p.A
Data di nascita: 18 ottobre 1998
Indirizzo: Via Dogali, 50 – 98122 Messina
Competenze: Messinambiente S.p.A svolge i servizi di igiene ambientale per conto del Comune di Messina, così come stabilito dalla Convenzione stipulata. Le competenze sono state di fatto ridotte nel 2005, quando il Comune ha delegato alla società d’ambito Ato3 le proprie competenze in materia di gestione dei rifiuti.
Capitale sociale: 1 milione 800 mila euro
Azioni di proprietà del Comune: 99,01% (altri azionisti sono il Comune di Tremestieri Etneo con lo 0,74% e quello di Taormina con lo 0,25%)
Presidente: avv. Antonino Dalmazio
Consiglieri: 3, dopo le recenti dimissioni del Vice Presidente Daniele Passare e del componente del Cda Maurizio Arcigli. Messinambiente è dunque la prima società del Comune ad adeguarsi alla Legge Finanziaria 2007 (296/2006), recepita dalla Regione Siciliana con la legge n. 2/2007
Personale: 540 dipendenti
Bilancio: In passivo di 2 milioni di euro (dati consuntivi del 2006)
Sito internet: poco accessibile e trasparente. Non vengono pubblicati i dati societari.
Segni particolari: 17 indagati per infiltrazioni mafiose nel corso della precedente gestione.
Qualche giorno prima della pubblicazione della sentenza del Cga sembrava che Messinambiente Spa avesse le ore contate. Era infatti approdato in sede di Consiglio Comunale l’ordine del giorno – a firma di Carmelo Santalco dell’Udc – che prevedeva lo scioglimento della società ed il trasferimento delle funzioni in atto gestite dalla stessa all'Ato3 (che svolge servizi analoghi e sovrapponibili), attuando un piano di trasferimento di tutti i dipendenti nel rispetto dei livelli di salvaguardia occupazionali. Ordine del giorno mai votato, per via del terremoto che si sarebbe abbattuto pochi giorni dopo su Palazzo Zanca. Ma l’accusa di essere un doppione dell’Ato3 non è l’unica ombra sulla gestione di Messinambiente: a Febbraio, infatti, lo stesso Santalco aveva portato in Comune un dossier che provava un presunto conflitto di interesse per il presidente Dalmazio; e che dire degli 11.168 giorni d’assenza totalizzati dagli impiegati nel 2006 per motivi di salute (con un’impennata di richieste nei mesi estivi)? Questioni che pesano sul giudizio complessivo della società, ma questioni su cui i cittadini e l’opinione pubblica potrebbero anche passare sopra se non fosse che Messina, soprattutto nelle periferie, ha rifiuti ad ogni angolo di strada, presentando in alcuni casi delle vere e proprie discariche all’aperto.
IL PRESIDENTE DALMAZIO ACCUSATO DI CONFLITTO DI INTERESSI
Messina. Che Messinambiente sia una delle società più ambite della galassia delle spa del Comune di Messina lo dimostrano i numerosi attacchi al suo presidente Antonino Dalmazio, che ricordiamo è arrivato ai vertici dell’azienda come amministratore giudiziario dopo il crac successivo all’indagine per infiltrazioni mafiose. Attacchi che nel tempo sono arrivati da destra e da sinistra, e hanno tentato anche di minare la credibilità di Dalmazio. Su tutte, l’accusa di conflitto d’interessi, portata in aula da Carmelo Santalco sulla base di un dossier che avrebbe provato come il presidente fosse allo stesso tempo amministratore della Sel Consultino, società che ha ottenuto da Messinambiente un appalto per il lavaggio dei mezzi di raccolta e la gestione della discarica di Venetico. Una vicenda complicata, che ha avuto inizio grazie ad una lettera anonima recapitata all’ex sindaco Genovese, e che Dalmazio ha smentito punto su punto, assicurando che ogni sua decisione sia stata fatta nel bene dell’azienda.
Francesco Torre
ALLUVIONE: SERVONO ALMENO 5 MILIONI DI EURO. LA REGIONE NE STANZIA 96.000
Le proposte e le proteste del Genio Civile: la Protezione Civile Regionale non ha agito in tempo
Messina. L’alluvione è arrivata. E ha fatto danni. Case distrutte, strade divelte, automobili ribaltate, materiale di vendita ormai da buttare. Milioni di euro sono quelli andati in fumo in poche ore, il 25 ottobre scorso, nei villaggi della zona Sud di Messina: Giampilieri, Briga, Scaletta, Alì. Un danno economico e sociale talmente ingente da spingere il commissario straordinario Gaspare Sinatra a chiedere alle autorità nazionali lo stato di calamità naturale. Ma era tutto già scritto. Non si poteva prevedere altro, infatti, con un sistema di deflusso delle acque assolutamente insufficiente, i torrenti diventati delle discariche all’aperto, le montagne scavate a più non posso da un sacco edilizio che nessuno sembra poter bloccare. Dalle colonne del nostro giornale lo avevamo pronosticato con molto anticipo, ed è solo per un miracolo che non siamo costretti a narrare di una tragedia che avrebbe anche potuto mietere delle vittime.
«Stavolta il problema non è stato dei torrenti – afferma Gaetano Sciacca, l’ing. Capo del Genio Civile – quanto del territorio, con devastanti colate verso valle di fango e terriccio». E la situazione rimane ancora critica, con i materiali che potrebbero scendere al prossimo acquazzone. Una situazione in cui bisogna intervenire subito, così come richiesto alla Regione proprio dal Genio Civile, che relazionando sulla situazione ha stimato una necessità di spesa di 5 milioni di euro solo per far rientrare l’emergenza. Risposta della regione? 96.000 euro. Questi gli unici fondi messi a disposizione al momento, adeguati solo per realizzare due interventi di somma urgenza a Giampilieri e a Furci, dove occorre far fronte a delle imponenti colate di fango. Ma non è solo sul piano economico che la Regione non fa sentire il proprio sostegno nei confronti degli alluvionati della zona sud. La Protezione Civile Regionale, infatti, è arrivata sul posto quando ormai l’emergenza era terminata, dopo i Carabinieri e i Vigili Urbani, lasciando da sole intere famiglie in preda al panico e nel più assoluto sconforto. «La Protezione Civile Regionale dovrebbe intervenire durante l’emergenza e poi demandare agli altri enti, per esempio, per la riparazione delle strade comunali e provinciali», suggerisce l’ing. Sciacca, che denuncia al contrario la mancanza di un necessario supporto nell’immediato, e poi la volontà di incunearsi in competenze che non gli spettano.
Apprezzato, infine, l’operato del commissario straordinario Gaspare Sinatra, sin da subito nella cabina di comando degli interventi di risanamento, anche durante l’emergenza, in collaborazione con l’Unità di crisi allestita dal I Quartiere e la Prefettura. «Una persona che ha voglia di fare – commenta Sciacca proprio a proposito di Sinatra – e che potrà agire per il bene della città anche perchè svincolato da vincoli, lacci e lacciuoli di ogni tipo».
IL GOVERNO PROMETTE LO STATO DI CALAMITA’. MA NON E’ ARRIVATO ANCORA UN CENTESIMO.
Messina. «La situazione è più grave di quello che mi aspettavo». E’ rimasto sorpreso dai danni riportati dall’ultima alluvione Raffaele Gentile, sottosegretario del Ministero dei Trasporti, in visita nella città dello stretto per organizzare un piano d’intervento. «Garantisco il massimo impegno per lo stato di calamità», ha promesso poi durante una conferenza alla prefettura, dopo il sopralluogo a Roccalumera, Scaletta ed Alì Terme, dove ha visitato una caserma dei Carabinieri completamente distrutta dalle conseguenze dell’acquazzone. Promessa fino ad oggi non mantenuta, se è vero che neanche un centesimo è stato stanziato ai fini del risanamento dal governo nazionale. Certo, l’incontro con il Prefetto Alecci e le parole pronunciate in conferenza stampa («è giusto che in questi casi le risposte arrivino dalle istituzioni»), fanno ben sperare per il futuro, ma non vorremmo che quella di Gentile fosse l’ennesima passeggiata dei politici nazionali in riva allo stretto, costellata di promesse non mantenute.
Francesco Torre
PROSEGUE IL SACCO EDILIZIO: 44 PROGETTI APPROVATI IN UN MESE
La commissione per la valutazione d’incidenza ambientale boccia solo 2 progetti. Violate le norme comunitarie su Zps e Sic.
MESSINA. Oltre 40 piani di lottizzazione approvati in sei sedute. La commissione di valutazione per l’incidenza ambientata “eletta” da Genovese per dirimare la questione Zps promuove quasi tutti i progetti. E il sacco edilizio continua a perpetuarsi, e non solo sulle colline.
E’ bastato poco più di un mese, dal 6 settembre al 19 ottobre – giusto qualche giorno prima della sentenza del Cga – per compiere l’ennesimo delitto ai danni del territorio. Ecco la cronistoria di quest’ennesima ondata di cementificazione selvaggia: Sperone, Pace, Ganzirri, Torre Faro, non c’è zona che non sia stata interessata dai quarantaquattro progetti per costruzioni e lottizzazioni, la maggior parte dei quali ricadenti su aree di interesse comunitario, passati al vaglio della commissione e approvati all’unanimità.
La prima seduta è datata 6 settembre 2007. La commissione – formata dall’architetto Francesco Gerbasi, dal geologo Sergio Dolfin, dall’agronomo Saverio Tignino, dall’ing. Leone Pidalà e dalla biologa Grazia De Luca – valuta 14 proposte in esame e ne approva 3 all’unanimità, rinviando le altre in attesa di ulteriore documentazione. Tra i progetti approvati, risalta la costruzione di due fabbricati a 3 elevazioni fuori terra a Cataratti, per opera della ditta Cardile Teresa.
Cinque giorni dopo, l’11 settembre, vengono valutate altri 14 progetti: 4 saranno approvati all’unanimità, su altri 8 la commissione darà parere favorevole. Solo in 2 casi vengono convocati i progettisti per dei chiarimenti.
Altri 14 progetti vengono approvati nella seduta del 19 settembre, su 16 valutati. Mortelle, Faro Superiore, Torre Faro, Sperone sono tutte zone su cui la comunità europea ha posto il veto, ma per la commissione non è un problema, e il rischio ambientale viene trattato con semplici prescrizioni, come quella data alla ditta Aedilgeo s.r.l. di Francesco Stagno D’Alcontres: «La commissione esprime parere favorevole all’unanimità, prescrivendo però la messa a dimora di specie vegetali adatte alle caratteristiche pedo-climatiche del sito».
E si va avanti il 20 settembre con l’approvazione di altri 5 progetti e nessuna bocciatura per gli altri 17, solamente rimandati. Così come succede il 2 ottobre: 4 progetti approvati, altrettanti rimandati. Per assistere alla prima esplicita bocciatura si deve attendere il 10 ottobre: la commissione ritiene, infatti, a proposito del progetto di ristrutturazione della ditta Scuderi Claudia e Dora, che «la valutazione di incidenza non si attiene alle linee guida di cui al Decreto dell’assessorato regionale Territorio e Ambiente del 30 marzo 2007». Tra i progetti approvati, spicca stavolta un centro commerciale a Ganzirri, in piena zona a Protezione Speciale. E il sacco edilizio continua il 19 ottobre, nell’ultima seduta, con altri 3 progetti approvati all’unanimità.
MA IL VERO PROBLEMA E’ IL PIANO REGOLATORE
MESSINA. Quasi 100 progetti presentati, solo 2 bocciati. Si direbbe che la commissione voluta da Genovese – su cui il commissario straordinario dovrà presto pronunciarsi – sia particolarmente generosa, e non tuteli a dovere il territorio. «Per noi è impossibile bocciare un piano se il Prg decreta che su quella zona si può costruire», afferma il Presidente della commissione, Leone Pidalà, che paragona il lavoro dei commissari a quello dei notai piuttosto che a quello dei giudici. Il nodo della questione, quindi – ma lo sapevamo già – è il piano regolatore, quello strumento assolutamente inadeguato e non in linea con le norme comunitarie che può essere interpretato, allargato e ristretto come una fisarmonica nonostante si tratti di un atto strettamente vincolante. E nonostante le colline della città stiano letteralmente soffocando e scivolando a causa della cementificazione indiscriminata che mina persino la sicurezza e la tutela pubblica.
Francesco Torre
November 12
PORTELLA ARENA, DA EX DISCARICA A BOMBA ECOLOGICA NEL SILENZIO DELLE ISTITUZIONI
Accertato lo scarico abusivo di rifiuti, e preoccupano le condizioni del sottosuolo
Messina. Sembravano essersi spenti per sempre i riflettori su Portella Arena, la discarica a nord della città dove per anni sono stati depositati i rifiuti dei messinesi. Invece, una denuncia dell’ex consigliere comunale dell’Udc Carmelo Santalco riporta in auge una questione mai sanata, se è vero che il sito viene ancora utilizzato da molti per scaricare abusivamente le immondizie.
Un sopralluogo a Portella Arena in effetti mette bene in vista diverse anomalie, come il cancello d’ingresso divelto e la mancanza di un sistema di video-sorveglianza per individuare gli abusivi, e poi i cumuli di rifiuti, vera e inconfutabile prova dell’attività clandestina: lastre di eternit, immondizia varia, calcinacci. «Un paesaggio lunare, una ripida pista da sci fatta di detriti e sabbia», così lo definisce ironicamente Santalco, che però ammonisce sui reali pericoli per l’incolumità pubblica che questa ex discarica, a tutti gli effetti una potenziale bomba ecologica, potrebbe provocare. Nel sito, infatti, non è mai stata fatta una caratterizzazione del terreno per definire con esattezza cosa giace in fondo ad esso. L’intervento effettuato nel 2000 dal Genio Civile per evitare che le acque meteoriche possano permeare il terreno ed inquinare le falde acquifere sottostanti, falde da cui attinge anche l’AMAM, non garantisce che le acque non vengano contaminate. Inoltre, scrive Santalco, «dal terreno, disseminate qua e là, spuntano delle grosse strutture tubolari che permettono la fuorisciuta dei gas nocivi provenienti dal sottosuolo». Una situazione d’emergenza ambientale in condizioni climatiche normali, figuriamoci in caso di pioggia e alluvioni. «Da Portella Arena - ricorda Santalco - tutte le volte che piove scendono centinaia di metri cubi di acqua che scivolano su miglia di metri quadri di terreno impermeabilizzato per essere poi convogliati sul torrente Amantea: un piccolo Canyon circondato da una montagna di materiale sabbioso che di volta in volta viene drenato e trascinato a valle». Tra l’altro, il torrente Amantea è uno degli affluenti del Torrente Pace, tristemente noto per i tragici eventi dell’alluvione del 1998.
Ma quella che attualmente rappresenta una pericolosissima minaccia per la città potrebbe essere una risorsa del territorio, a patto che il progetto di bonifica del sito presentato lo scorso dicembre all’Agenzia Regionale per i Rifiuti da Sviluppo Italia per un totale di circa 1 milione 800 mila euro venga realizzato. «Bisogna accelerare l’iter – conclude Santalco – ma bisogna anche capire cosa prevede questo progetto di bonifica e quali interventi contempla».
LA DENUNCIA DI SANTALCO E LE IDEE DI BONIFICA
Messina. «Il vecchio fosso di Portella Arena è stato interamente ricoperto, a seguito di un intervento risalente al 2000 da parte del Genio Civile, da materiale argilloso per evitare che le acque meteoriche possano permeare il terreno ed inquinare le falde acquifere sottostanti, mentre tutto intorno è stato costruito un sistema di regimentzione delle acque che ormai sembra apparire insufficiente». Con queste affermazioni Carmelo Santalco presenta alla città quella che potenzialmente potrebbe diventare una vera e propria bomba ecologica, e che invece – sempre secondo l’ex consigliere – avrebbe tutte le possibilità per trasformarsi e riqualificarsi: «Si potrebbe pensare di realizzare dei campi di calcio con annesso belvedere per rendere fruibile una zona molto pregevole dal punto di vista paesaggistico», propone per esempio Santalco. Il quale aggiunge: «La città e le Istituzioni devono scommettere su quella ampia porzione di terreno, avviando a breve un percorso virtuoso che porti ad una riqualificazione dell’intera zona, ideando progetti che possano essere oggetto di cospicui finanziamenti nazionali e comunitari». Il libro dei sogni è stato aperto. Ma intanto si aspetta la bonifica.
Francesco Torre
SACCO EDILIZIO: ADESSO SI COSTRUISCE ANCHE SUI BINARI DELLA FERROVIA
Un caso evidente di abuso in Via Maddalena. Concessione edilizia in area vietata dal Prg.
Messina. E’ già stata ribattezzata “Oro Grigio in Ferrovia”, ma la vicenda riguardante la realizzazione di civili abitazioni all’interno dell’area ferroviaria tra Via Maddalena e la Stazione Centrale di Messina rischia di avere contorni ancora più inquietanti dell’inchiesta che ha scosso il mondo della politica e dell’edilizia messinese. E non solo perché sono chiare ed evidenti le tante violazioni di legge che hanno permesso il rilascio della concessione da parte del Dipartimento Urbanistica del Comune di Messina, ma soprattutto a causa dell’assoluta mancanza delle condizioni minime di sicurezza - trattandosi di un edificio che sorge a pochissimi metri dai binari – carenze che in prospettiva futura lasciano presagire solo nefaste conseguenze.
La vicenda dell’ex Ferrotel non è facile da sintetizzare. Tanti sono infatti i passaggi di una telenovela a lieto fine solo per l’imprenditore che sta costruendo l’immobile, Vincenzo Vinciullo titolare della s.a.s. “Immobiliare 4 V & C.”, ma non certo per la città dello stretto, che subisce l’ennesima umiliazione e non riesce a dare un taglio al “sacco edilizio” che da decenni deturpa il territorio.
Nel luglio 2005 le Ferrovie dello Stato dispongono la dismissione del fabbricato a 3 elevazioni costruito nel 1940 per essere destinato a Fabbricato Alloggi per il personale ferroviario, e successivamente utilizzato per gli agenti fuori sede. Con un importo a base d’asta di 302 mila euro, l’immobile viene venduto con trattativa privata alla suddetta ditta di costruzioni, che nel gennaio 2006 chiede al Dipartimento Urbanistica concessione edilizia per eseguire la demolizione, la ricostruzione e la sopraelevazione del fabbricato. In meno di un mese, in maniera assolutamente inspiegabile, la Commissione Edilizia del Comune concede parere favorevole, e ciò nonostante l’edificio ricada in zona H2 del vigente Piano Regolatore, “zona destinata ad impianti e servizi ferroviari, soggetti al vincolo di assoluta inedificabilità”.
Dopo qualche mese, però, i condomini dell’is. T di Via Maddalena, riunitisi in comitato, presentano un esposto alla Procura della Repubblica con richiesta di chiarimenti. L’atto crea scompiglio al Dipartimento Edilizia: la Commissione Edilizia si riunisce nuovamente e stavolta esprime parere favorevole all’annullamento della concessione. Storia conclusa? Tutt’altro. Subito dopo la sospensione in autotutela dei lavori, l’imprenditore Vinciullo presenta un nuovo progetto, che differisce dal precedente per la rinuncia alla sopraelevazione, ed ottiene nuovamente parere favorevole. Parere che sembra ormai definitivo, dato che da allora si è già provveduto alla demolizione dell’ex Ferrotel e alla ricostruzione, tuttora in atto.
Oggi come ieri si va avanti ignorando persino le regole più elementari. Costruendo a 5 metri dai binari della ferrovia. Nell’impossibilità di recintare l’area garantendo sicurezza per le famiglie e per i bambini. Sperando di non dover riferire tra qualche tempo la cronaca di una tragedia annunciata.
MANCA LA SALVAGUARDIA DI INCOLUMITA’ FISICA. MA SI COSTRUISCE UGUALMENTE.
Messina. «Sulla destinazione d’uso prevista in progetto si nutrono grosse perplessità, sia in relazione alla zona di ricadenza urbanistica, sia sul nuovo utilizzo a civile abitazione, data la mancanza di salvaguardia dell’incolumità fisica di futuri residenti che tramite l’accesso carrabile alla strada interna della RFI possono tranquillamente accedere ai binari ferroviari con grandissimo pericolo per la loro incolumità, in special modo per i bambini e gli anziani». Così si pronunciava il 9 ottobre 2006 il Dipartimento Edilizia Privata, annullando la concessione edilizia all’impresa “Immobiliare 4 V & C.”. Come è possibile che qualche mese dopo lo stesso dipartimento concedesse parere favorevole alla costruzione? Un atteggiamento quantomeno schizofrenico, che merita l’attenzione della Procura della Repubblica e degli altri organi competenti alla sorveglianza su eventuali violazioni alle normative vigenti. Sorveglianza che finora è venuta meno. Per la fortuna del costruttore in questione ma ai danni della città. Perché il “sacco edilizio” a Messina non ha mai avuto fine.
Francesco Torre
VIALE ITALIA, NON SI FERMA IL DISSESTO IDROGEOLOGICO
Il Comune a Febbraio aveva promesso 100.000 euro per le indagini, soldi mai arrivati.
Messina. Era il febbraio scorso quando sulle colonne del nostro giornale avevamo denunciato per la prima volta un grave rischio di dissesto idrogeologico sul Viale Italia. Un lento ma inesorabile scivolamento verso valle (12 millimetri l’anno), preoccupante non soltanto perché rilevato nelle vicinanze di una scalinata che collega il Viale con Via Noviziato Casazza, ma soprattutto in quanto nel suo incedere interessava porzioni sempre più rilevanti di abitazioni della zona (soprattutto in Via Sciva), che già allora mostravano sulle facciate crepe e segni di danneggiamenti vari, presenti anche all’interno delle stesse.
Un problema che avrebbero dovuto sollevare e risolvere gli enti di protezione civile, in collaborazione con Comune e Regione (così come previsto dalla legge nazionale n. 267 del 1998, art. 1: “Piani stralcio per la tutela del rischio idrogeologico e misure di prevenzione per le aree a rischio”), con la predisposizione di un piano urgente d’emergenza contenente tutte le misure per la salvaguardia dell’incolumità delle popolazioni interessate. Ma in una città in cui la Protezione Civile è praticamente un ente fantasma (che peraltro lamenta mancanza di uomini e risorse) e il Comune non riesce ad offrire mai delle risposte concrete, il dissesto idrogeologico a distanza di oltre 8 mesi non è stato risolto, né peraltro affrontato: la situazione risulta tale e quale a come l’abbiamo lasciata, con un tratto del marciapiede, la scalinata di Viale Italia e alcuni tratti di Via Sciva chiusi in via cautelativa.
Ma la situazione è tanto più preoccupante se si pensa che, proprio nel febbraio scorso, l’ex assessore all’Urbanizzazione con delega alle Indagini Geognostiche Gaetano Isaja aveva promesso lo stanziamento di 100.000 euro per accertare le cause, ancora sconosciute, del fenomeno ed intervenire nella maniera più adeguata e nel più breve tempo possibile. Ciò anche in considerazione del fatto che la pericolosità di tale scivolamento era stata sottolineata anche dal Pai (Piano stralcio di bacino per l’assetto idrogeologico della Regione), che aveva assegnato al Viale Europa un tasso di rischio altissimo (R4), dato soprattutto dal fatto che si tratta di un’area ad altissima densità abitativa.
Ebbene, quei 100.000 euro promessi dall’assessore non sono mai stati finanziati. «Il Comune di Messina – ci fa sapere l’ing. Antonino Amato, dirigente del Dipartimento Manutenzione ordinaria di Palazzo Zanca – a suo tempo aveva fatto richiesta alla Regione Siciliana per avere i fondi disponibili per le indagini geognostiche, ma a tutt’oggi non abbiamo ancora ricevuto risposta».
Adesso si spera che il commissario straordinario Gaspare Sinagra possa e sappia occuparsi della questione, come aveva iniziato a fare il suo predecessore Bruno Sbordone, il quale nel marzo del 2004 aveva quantomeno messo in sicurezza l’area in questione, così facendo interrompendo un muro di silenzio e impotenza attorno ad una vicenda di così grande rilevanza.
OGGI COME 10 ANNI FA: UN ESEMPIO DI MALAPOLITICA
Messina. Lo scivolamento verso valle di Viale Italia è stato segnalato per la prima volta dai consiglieri di quartiere alle istituzioni competenti ben 10 anni fa. Come sempre succede, venne alzato un polverone che non ebbe alcun risultato, almeno finché al Comune non arrivò il commissario straordinario Bruno Sbordone, il quale nel 2004 si preoccupò di far mettere in sicurezza l’intera area in attesa di ulteriori analisi e riscontri. A questa azione, però, non seguì nessun intervento concreto, tanto che nel Giugno del 2005 l’ex vice presidente del VII quartiere Michele Ainis e il suo collega Giorgio Muscolino spinsero talmente la loro protesta al punto di presentare un esposto alla Procura della Repubblica, che non dovette passare sotto silenzio nei corridoi di Palazzo Zanca. Nel luglio 2007, infatti, l’ex city manager Gianfranco Scoglio organizzò un’apposita conferenza dei servizi e il problema venne abbondantemente discusso, fino a mettere le basi per un completo monitoraggio dell’area e per la programmazione di una serie di interventi atti a fermare lo slittamento e a salvaguardare le molte abitazioni interessate al problema. Come al solito, parole al vento. Come quelle dell’ex assessore Isaja.
Francesco Torre
PROTEZIONE CIVILE ALL’ANNO ZERO: RISCHIO AMBIENTALE PER MESSINA
Il sacco edilizio e gli incendi hanno reso vulnerabile un territorio che guarda al futuro con il solito fatalismo
Messina. E’ un dato di fatto: nella città dello stretto non esiste un Piano comunale di protezione civile. Peggio: nei fatti si può affermare che non esista nemmeno un dipartimento di protezione civile. Ed è davvero un grande paradosso perché Messina – colpita più volte nella sua lunga storia da violenti terremoti e sottoposta a permanenti rischi di natura ambientale e idrogeologica – è una realtà abituata a vivere quotidianamente una situazione di emergenza. Ma la prevenzione, come sappiamo, non è mai stata una priorità per le amministrazioni comunali che negli anni si sono avvicendate sulle poltrone di Palazzo Zanca.
Eppure nel gennaio scorso l’ex sindaco Genovese aveva promosso e successivamente costituito un Comitato Tecnico Scientifico di supporto e consulenza per le attività di Protezione Civile, in ottemperanza del Dl del 31 marzo 1998 che attribuisce al Comune le funzioni relative alla predisposizione dei Piani Comunali di Emergenza necessari ad assicurare i primi soccorsi. Un passo avanti notevole, seguito dalla firma di un protocollo d'intesa per le attività propedeutiche inerenti la Pianificazione di Protezione Civile del Comune con l’Università e il Dipartimento Regionale della Protezione Civile di Palermo, e dai primi rilievi tecnici.
Da allora, però, i lavori del Comitato si sono bloccati, e così anche i rilievi, e del Piano di Protezione Civile a 10 mesi di distanza non esiste nemmeno l’ombra. Di più: l’ing. Francesco Rando, dirigente del settore comunale di protezione civile, ammette che – sebbene sia in fase di ultimazione la nuova sede del Centro operativo (la ex Centrale del latte della Zona industriale) – il servizio di tutela del territorio e prevenzione ambientale è praticamente inesistente, e ciò perché mancano le risorse necessarie. Il settore, infatti, al momento dispone esclusivamente di un dirigente, un capo sezione e un tecnico part time, che certo non può sorreggere tutto il carico delle segnalazioni, soprattutto in periodo di grande emergenza come quello appena trascorso che ha visto nubifragi, frane e allagamenti. A parte le figure tecniche, inoltre, mancano al dipartimento dei dipendenti con competenze informatiche, necessari per digitalizzare il piano e renderlo funzionale.
Una carenza di personale che stride con i numeri – da noi pubblicati il 28 settembre scorso - dei dipendenti (oltre 2500) di Palazzo Zanca, e che ci permette di nutrire dei forti dubbi sulla bontà della gestione della cosa pubblica da parte dei nostri amministratori. Come se nessuno si renda seriamente conto dello stato di grave emergenza, non solo istituzionale ma soprattutto ambientale, in cui versa gran parte del territorio comunale. Fino a quando nuove piogge e smottamenti non porteranno ad una tragica replica di quanto successo negli anni passati, quando la città fu costretta a piangere delle vittime senza che nessuno se ne prendesse la responsabilità.
PIENA RESPONSABILITA’ DEL SINDACO: MESSINA E’ ALL’ANNO ZERO
MESSINA. «L’organizzazione della Protezione Civile a Messina è all’anno zero». Così recentemente si pronunciava la VII Commissione comunale di Palazzo Zanca, “Tutela del territorio e Patrimonio”, chiedendo all’allora sindaco Genovese un immediato intervento per regolarizzare la situazione, paradossale per una città così ad alto rischio sismico. E’ vero, la legge nazionale n. 225/1992, “Istituzione del servizio nazionale della protezione civile”, indica il sindaco come autorità comunale di protezione civile. «Al verificarsi dell'emergenza nell'ambito del territorio comunale – cita la legge, art. 15 – il sindaco assume la direzione e il coordinamento dei servizi di soccorso e di assistenza alle popolazioni colpite e provvede agli interventi necessari dandone immediata comunicazione al prefetto e al presidente della giunta regionale». Genovese allora non rispose al richiamo normativo, ma ci auguriamo che possa farlo il commissario straordinario, il quale tra tante emergenze dovrà sicuramente affrontare anche quella che riguarda un obiettivo di primaria importanza, la sicurezza dei cittadini.
Francesco Torre November 02
Messina. Si legge. Senza una presentazione. Senza inutili convenevoli. Le parole riempiono la sala, disegnano volti, ambienti, emozioni, storie, e poi precipitano con forza, senza preavviso. E con loro precipita il procedimento di finzione narrativa che le ha amalgamate, che ha generato vita quando questa non c’era, esisteva solo in potenza, in attesa di deflagrare. E ciò che rimane sono polveri di verità, parziale quanto si vuole ma necessaria, che si posano sulle memorie, sporcando l’ordine dei pensieri.
«La letteratura ha operato una grande falsificazione nel modo di raccontare e tramandare la storia della Sicilia», rivela la scrittrice Maria Attanasio, vincitrice del Premio Vittorini 2007 con il suo ultimo romanzo “Il falsario di Caltagirone” (Sellerio, € 10) e protagonista con Fabio Stassi, sabato 20 ottobre, del primo appuntamento della serie di incontri dal titolo “scrittori che leggono a lettori…”, evento organizzato con la consueta passione e professionalità dalla libreria Hobelix di Messina.
Ambientato nella città natia dell’autrice e vibrante di vita vissuta, il romanzo della Attanasio affronta la vicenda umana dell’eroe di provincia Paolo Ciulla, “l’uomo dalle mani d’oro”, passato da anarchico pittore ricco di talento nel periodo dei fasci siciliani a falsificatore di banconote nella Catania fascista, in continua fuga da un passato ingombrante e sempre in lotta con il mondo che lo circonda.
«Tramite la storia di Ciulla mi sono avvicinata ai temi di allora, come le condizioni di vita nelle campagne e l’emigrazione», ci racconta l’autrice, «ed è così che ho scoperto una storia altra della Sicilia, diversa da quella che ci hanno sempre raccontato, una storia dimenticata, oscurata, antigattopardiana, fatta di grandi sommovimenti di massa, di dure battaglie sociali, di un forte dinamismo politico. Basti pensare a Luigi Sturzo e Giuseppe De Felice, che proprio nella provincia di Catania hanno realizzato degli innovativi modelli amministrativi, oppure ai Fasci Siciliani, la prima vera battaglia di classe italiana». Così anche mettere su carta questa Sicilia diventa un atto rivoluzionario, di riparazione storica, di ricostruzione di un’identità collettiva. E non soltanto perché «certe storie sono peggio dei mafiosi, non si fanno catturare», come sostiene Fabio Stassi, autore pendolare, che sui treni regionali che collegano Viterbo – Roma ha scritto il suo primo romanzo dal titolo “Fumisteria” (GBM, € 10,50), ma anche perché la scrittura, nel momento in cui recupera brandelli di memoria storica lacerati e abbandonati a se stessi, rappresenta sempre un atto di eversione.
Ne è convinto Stassi, che con “Fumisteria”, vincitore del Premio Vittorini per le opere prime, lascia sullo sfondo il giallo – un assassinio d’onore - che lega i personaggi della storia per mettere in primo piano la Sicilia degli anni ’50 e il momento storico cruciale – irrisolto, mai sopito nella coscienza nazionale - rappresentato dalla strage di Portella della Ginestra. «Siamo stati derubati di una memoria», ci dice il giovane autore di origini siciliane facendosi portavoce di tutta una generazione, «ed è in questo modo che ci hanno privato di un futuro, di un altro futuro». Perché, in fondo, restituire la memoria ad un territorio significa restituire la speranza alla sua gente. Ed è forse questa l’unica prospettiva ad avere veramente senso. Diceva Vittorio Foà, una vita spesa nel tentativo di migliorare le condizioni di vita degli italiani: «Non bisogna avere nostalgia del passato, ma nostalgia del futuro».
Francesco Torre (pubblicato su Centonove, 26/10/2007)
INACCESSIBILE E DEGRADATA: BADIAZZA, LA CHIESA PIU’ ANTICA DI MESSINA
Il Comune non ha mai provveduto alla tutela e alla valorizzazione di un’opera di inestimabile valore storico-artistico
Messina. La città dello Stretto e i suoi beni storico-artistici. Un rapporto conflittuale, come abbiamo messo in evidenza sulle pagine del nostro giornale a proposito del degrado intorno a Piazza Duomo e a Villa De Gregorio. Un rapporto paradossale, considerando che più di altri centri, Messina – colpita da un terribile terremoto nel 1908 e poi bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale – dovrebbe guardare con maggiore rispetto e tutelare le poche tracce rimaste della propria storia.
Lo dimostra perfettamente lo stato di conservazione, recupero e promozione della Chiesa di Santa Maria della Valle, più nota come Badiazza, la costruzione sacra più antica di Messina. Visitabile per nessuno (i cancelli sono chiusi da anni), accessibile per pochi, poiché raggiungibile solo percorrendo il greto del torrente – in una sorta di vergognoso Camel Trophy che distruggerebbe anche la più indistruttibile delle jeep – la costruzione si trova infatti in aperta campagna, alla mercé di vandali (che hanno imbrattato tutte le recinzioni e distrutto a pietrate una delle vetrate), di branchi di cani che la fanno da padroni e degli abitanti delle baracche del luogo, che utilizzano il torrente come se fosse una discarica all’aperto. Uno spettacolo indecente, a cui nessuno negli anni ha saputo e voluto porre dei limiti.
Per rendersi conto di quanto i nostri politici non abbiano a cuore il territorio della città, basti pensare che c’è voluto l’intervento di un commissario straordinario, Bruno Sbordone, perché Palazzo Zanca appaltasse un progetto per le indagini geognostiche per la riqualificazione del torrente Badiazza. E adesso, come in un gioco di specchi, toccherà ad un altro commissario straordinario, Gaspare Sinatra, espletare nel dicembre prossimo la gara d’appalto di lavori pubblici per bonificare il torrente e migliorare la viabilità, lavori per cui l’Urega – l’Ufficio regionale per l’espletamento di gare per l’appalto di lavori pubblici – ha stanziato 8 milioni e 500 mila euro.
Il Comune di Messina non ha mai creduto nella tutela e promozione del proprio patrimonio artistico. Questo ha portato alla città un danno di natura economica e culturale che sarà difficile sanare in tempi brevi: sotto il profilo economico, viene così praticamente preclusa ogni possibilità di turismo nella città; sotto il profilo culturale, trascurare e oscurare il passato della città ha avuto come conseguenza per le nuove generazioni la negazione di quello stesso passato, generando la convinzione che Messina abbia perso ormai irreversibilmente la propria memoria e la propria identità storica. Quella memoria storica a cui invece i giovani dovrebbero e potrebbero aggrapparsi per recuperare dignità e prospettiva di sviluppo in una città che, non conoscendo il proprio passato, non intravede nemmeno il proprio futuro.
UNA PASSATO GLORIOSO, UN PRESENTE DA DIMENTICARE
Messina. La chiesa di Santa Maria della Valle, meglio nota come Badiazza, è il più chiaro esempio della mancata tutela del patrimonio storico-artistico del Comune di Messina. Ubicata ai piedi dei Colli Sarrizzo, nel greto dell’omonimo torrente, è stata edificata in epoca normanna, modificata nel 1221 e abbellita con mosaici nel 1303. Qui si conobbero e sposarono Federico III d’Aragona ed Eleonora D’Angiò.
Parzialmente restaurata, la chiesa si caratterizza per un arco a sesto acuto che definisce l’abside della navata centrale e per la tipica linea sveva, con cupola mediana impostata su pennacchi ed archi sorretti da pilastri ottagonali con capitelli floreali e simboliche allegorie religiose.
I lavori di restauro iniziarono con Federico II nel 1221 e proseguirono durante i secoli. Recentemente, nel 1951, la chiesa è stata recintata con un muro in calcestruzzo per salvaguardarla da ulteriori piene del torrente. L'esiguità delle somme stanziate dalla Regione Siciliana hanno sempre impedito l'ultimazione dei lavori, che procedono lentamente permettendo interventi discontinui , frammentari e non sempre eseguiti in modo convincente.
Francesco Torre
VILLA DE GREGORIO: LO STORDIMENTO DEL DEGRADO E L’ASSENZA DELLE ISTITUZIONI
Il Comune ha la piena responsabilità in un’area ormai destinata ai traffici della criminalità organizzata
Messina. «Villa De Gregorio! Scalea settecentesca. Gli ampi gradini di pietra, dai bordi rotondi e sporgenti verso il centro, fanno pensare a dolci ondate che si allarghino su una spiaggia spaziosa. Davanti, si allunga uno scenario di vecchio teatro, che ci ferma lo sguardo: si prova un delizioso stordimento». Così scriveva, con lo pseudonimo di Emanuele Volterosa, il 27 ottobre 1946 sul “Notiziario di Sicilia”, Pasquale Salvatore. Oggi però lo stordimento che accoglie il visitatore davanti Villa De Gregorio è tutt’altro che delizioso. Situata sul Viale Giostra, in una delle aree più degradate di tutta la Sicilia, la Villa è da decenni in uno stato di profondo e deprimente abbandono, e con essa l’imponente “Ficus Magnolioides”, probabilmente secondo, in Italia, solo all’esemplare dell’Orto Botanico di Palermo, con una superficie della chioma di circa 2000 – 2500 metri quadri. Un autentico spettacolo della natura. Nella discarica.
E pensare che la Villa ha avuto una storia davvero gloriosa. E non tanto perché prima del XVIII secolo ospitasse un convento di suore, ma perché nel 1700 divenne la dimora della famiglia De Gregorio, una delle casate nobiliari più antiche della Sicilia, con ramificazioni a Palermo e in Calabria. Per capire l’aspetto lussureggiante che doveva avere fino agli anni ’50, basti pensare che attorno all’edificio principale vi era un grande parco, negli anni demolito a favore della costruzione di abitazioni abusive.
Così, quella che poteva e doveva essere una perla del patrimonio storico-artistico della città dello stretto, oggi è irriconoscibilmente degradata e vandalizzata. Certo, la vicinanza con l’”Isolato 13” e i punti nevralgici della piccola e grande criminalità locale non le giova, ma a maggior ragione un intervento di bonifica in una zona del genere sarebbe strategico per ripristinare dignità e decoro. E infatti gli uffici tecnici del Comune e lo Iacp avevano a suo tempo presentato un progetto congiunto per la realizzazione di un parco urbano aperto alla cittadinanza. Progetto, però, rimasto purtroppo lettera morta. Con la conseguenza che le recinzioni perimetrali sono state rubate e il cancello d’ingresso forzato, in modo tale che l’intera area nel tempo è diventata una vera e propria zona franca, dove tutto sembra lecito: smontare i pezzi dei motorini appena rubati, spacciare droga ecc. Una situazione che ha finito per turbare gli abitanti della zona, i quali esasperati intendono ora attivare una petizione indirizzata al Comune, responsabile della cura e manutenzione della villa, per chiedere almeno il ripristino della recinzione e la pulizia dell’area.
Dal Comune, però, non è mai arrivata una risposta concreta. Figuriamoci adesso che Palazzo Zanca è gestito da un commissario esterno. Le aree a verde e la tutela e valorizzazione dei beni storici-artistici non sono mai state una priorità delle amministrazioni municipali, così come dimostra la maglia nera in fatto di verde pubblico guadagnata da Messina nell’ultima graduatoria stilata da Legambiente. E nessuno si stupisce.
LE PROPOSTE: UN TAVOLO DI CONFRONTO SUBITO E MUTARE IL NOME IN “PARCO FALCONE E BORSELLINO”
Messina. E’ ad opera di due consiglieri di An della V circoscrizione l’ultimo tentativo di portare in auge la questione di Villa De Gregorio. Francesco Rella e Giovanni Mento, infatti, indignati dell’attuale situazione in cui versa l’area in questione, si sono fatti portavoce dell’intera comunità di Viale Giostra, denunciando il degrado raggiunto e auspicando quello che definiscono «uno scatto d’orgoglio da parte delle Istituzioni», per riconsegnare dignità e legalità ad un’area della città che, se abbandonata, non supererà mai lo stato di arretratezza che la caratterizza. A tal fine, i due consiglieri si sono fatti promotori di un “tavolo di confronto” tra quartiere, Iacp e Comune per valutare il progetto già esistente, delineare i tempi di messa in pratica e stabilire le modalità d’intervento. Ultima proposta, quella d’intitolare il parco alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, atto di grande valore simbolico in una zona, come quella di Viale Giostra, in cui la mafia ha sempre avuto il sopravvento sulle istituzioni.
Francesco Torre
MESSINA ULTIMA IN ITALIA PER GLI SPAZI VERDI: PARCO ALDO MORO CHIUSO DAL 1998
L’ex Istituto di Geofisica in completo abbandono e inquieta il silenzio del “palazzo” attorno all’area verde.
Messina. Se il dato globale del Rapporto sulla qualità ambientale “Ecosistema Urbano 2008” di Legambiente risulta per Messina soddisfacente, in quanto la piazza al primo posto tra i comuni siciliani capoluogo di provincia e in ascesa di circa 40 posti rispetto all’anno precedente, pure l’osservazione dei dati specifici sui singoli indicatori rivela delle informazioni spesso molto meno positive. Si potrebbe scoprire, infatti, che Messina risulta al penultimo posto per la percentuale di raccolta differenziata (solo il 2% dei rifiuti), oppure che la città dello stretto è fanalino di coda su 103 comuni per quanto riguarda la quantità di verde urbano fruibile pro capite (0,40 metri quadri per abitante). Dati, soprattutto quest’ultimo, che poco o nulla ci stupiscono, in quanto gli ultimi decenni di amministrazione della città sono stati contraddistinti da una cementificazione selvaggia, mentre nulla è stato realizzato per creare degli spazi verdi, e nemmeno per difendere quei pochi preesistenti, come ad esempio il Parco Aldo Moro.
Fino al 1998, la vasta area a verde il cui accesso si trova sul Viale Regina Margherita era la sede dell’Istituto di Geofisica, e veniva quindi gestito dall’Università di Messina, che lo aveva preso in affitto dal Comune. Quando l’Istituto, assieme con tutta la Facoltà di Fisica, venne però trasferito nel nuovo plesso universitario di Papardo, i cancelli del parco furono chiusi e mai più riaperti. Nessun progetto di recupero, nessuna attività di scerbatura, nessuna nuova destinazione d’uso. Il complesso risulta oggi praticamente dimenticato dal Comune, e così dai cittadini che si sono ormai abituati a vedere quei cancelli inesorabilmente chiusi.
Unici a mostrare interesse nei confronti dell’area a verde i rappresentanti del movimento “Nuova Presenza Giorgio La Pira”, guidato dall’ex assessore Calogero Centofanti, che prima si sono preoccupati di dare un nome e una dignità ad un posto che rischiava di diventare un non-luogo della città, intitolandolo appunto “Parco Aldo Moro”. Poi facendo delle serie proposte alle amministrazioni comunali che si sono avvicendate negli ultimi 10 anni, tra cui anche quella appena decaduta, per una manutenzione dell’area, primo necessario passo ai fini di una futura riapertura. Le risposte, però, sono state sempre tiepide, e non hanno mai portato a nessun risultato.
Particolare che rende la vicenda ancora più inquietante, al Comune di Messina nessuno riesce più a trovare le chiavi dell’ex Istituto di Geofisica. Inaccessibile, degradato, inutile. Questo è oggi il Parco Aldo Moro di Messina, una delle aree verdi potenzialmente più ampie della città dello stretto.
AREE VERDI DIMENTICATE: UN PROBLEMA IN TUTTA LA PERIFERIA
Messina. Il problema della quasi completa mancanza di aree verdi interessa tutti i quartieri della città. Non si tratta esclusivamente di una questione ambientale, da classifica di Legambiente, ma anche e soprattutto di un problema sociale, legato più ampiamente all’assenza di luoghi di aggregazione. In questo senso si contraddistingue al negativo il rione di Contesse, dove gli anziani non hanno altro posto per riunirsi che i gradini della chiesa locale, quella della Calispera (che peraltro contiene nei propri sotterranei delle catacombe mai valorizzate dalla Soprintendenza ai Beni Culturali). Altrettanto problematica la situazione di San Filippo, di Giostra, di Bordonaro e di molti altri quartieri periferici. Aree dimenticate dal Comune, dove le scuole e le chiese campeggiano come unico centro di aggregazione non solo giovanile. Aree degradate da decenni, dove la piccola e grande criminalità è libera di svilupparsi e crescere le nuove leve. Aree su cui l’impegno delle amministrazioni locali è sempre stato minimo e comunque insufficiente.
Francesco Torre
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