Francesco's profileAleph - Cronache dal Pia...PhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    October 24

    Torrenti, con indifferenza si aspetta la prossima tragedia

    Sciacca: “Non viene garantita la sicurezza”. Il Comune inadempiente.

    Il Torrente Trapani. Da oltre un anno si attende la nuova copertura (ft)Messina. «Fare presto (e bene) perché si muore». Così scriveva nel 1954 Danilo Dolci, uno dei tanti eroi dimenticati delle nostre terre, arrestato per aver guidato i braccianti e i pescatori di Trappeto e Partinico a scioperare per il ripristino di una trazzera, una strada di campagna. Altri tempi, si direbbe. Da allora, infatti, sono passati oltre 50 anni, braccianti e pescatori sono praticamente scomparsi, eppure quelle trazzere, quelle strade di collegamento, quelle opere pubbliche indispensabili per la vita sociale e commerciale dei piccoli borghi, per l’incolumità della gente delle comunità periferiche sono ancora da ripristinare, e in qualche caso addirittura da costruire di sana pianta.

    Badiazza, Annunziata, Giostra, Gazzi, Bordonaro, Santo Stefano. Sono passati 15 mesi da quando ci siamo occupati per la prima volta delle pericolosissime condizioni in cui versano i torrenti della città. 51 torrenti che un tempo erano una risorsa incredibile, e che adesso in molti casi non sono nient’altro che una terribile minaccia, come dimostrano le più eclatanti tappe di una storia fatta di cementificazione selvaggia, abusivismo, mancata tutela dell’ambiente e assoluta assenza di sorveglianza. Una storia che, dal luglio 2007, da quando cioè abbiamo effettuato la nostra prima inchiesta fotografica, si è pure arricchita di un nuovo agghiacciante episodio. Quello del 25 ottobre 2007, l’ incredibile alluvione che ha devastato totalmente la zona sud. 100 millimetri d’acqua all’ora per metro quadrato, da Giampilieri fino a Giardini Naxos una notte di terrore per tutti gli abitanti. Centri distrutti, case abbandonate, depositi pieni di merce da buttare. Se non si è registrata nessuna vittima, è stato solo per miracolo.

    Come possiamo facilmente notare, «Fare presto (e bene) Torrente Papardo tra rifiuti e liquami (ft)perché si muore» non era un eufemismo nel  1954 e non lo è sicuramente adesso. E questo è anche il parere dell’Ingegnere Capo del Genio Civile, Gaetano Sciacca, che già nel luglio 2007 aveva denunciato il pericolo, e che adesso continua ad alzare la voce perché qualcosa si muova per ripristinare condizioni di sicurezza. «Rispetto a un anno e mezzo fa – tuona l’Ingegnere Capo – permane la stessa identica situazione. Nessun lavoro è stato fatto per mettere in sicurezza i torrenti se non qualche piccola cosa fatta da noi dopo l’alluvione, grazie a 150 mila euro messi a disposizione dalla Regione. E’ inaccettabile se si pensa che tutto il territorio della nostra città è caratterizzato da un’elevata piovosità, e che le superfici collinari, massimamente disboscate per l’abbandono delle attività agricole ed a causa di incendi dolosi, si erodono facilmente con la conseguenza che il materiale inerte viene trasportato a valle. Questo cosa comporta? Che le acque – spiega Sciacca - acquisiscono una maggiore forza distruttiva sulle opere esistenti che insistono lungo il greto dei torrenti, ai margini dei quali negli anni si è verificato un vero e proprio proliferare di abitazioni, spesso abusive. In una situazione del genere, la tragedia è sempre dietro l’angolo».

    Torrente Pace, tra erbacce e masserizie (ft) Sulle responsabilità dello sfascio ambientale qui sopra descritto, non ci sono dubbi. Nonostante, infatti, le norme che attengono i corsi d’acqua riguardino una molteplicità di aspetti che vanno da quelli di natura ambientale e paesaggistica ad altri di carattere idraulico e forestale, in materia di discariche abusive e di opere di urbanizzazione primaria la competenza esclusiva del Comune è chiara. Nel primo caso, l’articolo 160 della L.R. n. 25 del 01.09.1993 demanda infatti «l’attività di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, fuori dall’area urbana, alla Provincia Regionale, ovvero ai Sindaci ai sensi dell’art. 14 del D.L. n. 22 del 05.02.1997. Per quanto riguarda il secondo punto, inoltre, si veda la L.R. n. 37 del 10 Agosto 1985, che obbliga i sindaci ad avviare la costruzione delle necessarie opere di urbanizzazione primaria e secondaria, per le quali – ricordiamolo – i cittadini pagano annualmente, inserito tra le altre tasse comunali, un onere di urbanizzazione. «Il Comune deve mettere al primo posto l’emergenza ambientale», conclude l’Ingegnere Capo Sciacca, «Strade e disciplina delle acque, non chiediamo la luna. Ma il minimo indispensabile per garantire la sopravvivenza in caso di pericolo».

    NEANCHE UN EURO STANZIATO PER L’EMERGENZA DELLA ZONA SUD

    Solo propaganda dopo gli eventi del 25 ottobre 2007 da parte di Stato e Regione.

    Vigili del Fuoco al lavoro durante l'alluvione del 25 ottobre 2007 (ft) Messina. Milioni di euro sono quelli andati in fumo in poche ore, il 25 ottobre scorso, nei villaggi della zona Sud di Messina: Giampilieri, Briga, Scaletta, Alì. Un danno economico e sociale talmente ingente da spingere l’allora commissario straordinario Gaspare Sinatra a chiedere alle autorità nazionali lo stato di calamità naturale. Ma era tutto già scritto. Non si poteva prevedere altro, infatti, con un sistema di deflusso delle acque assolutamente insufficiente, i torrenti diventati delle discariche all’aperto, le montagne scavate a più non posso da un sacco edilizio che nessuno sembra poter bloccare. Dalle colonne del nostro giornale lo avevamo pronosticato con molto anticipo, ed è solo per un miracolo che non siamo stati costretti a dover registrare delle vittime.

    «La situazione è più grave di quello che mi aspettavo», disse pochi giorni dopo Raffaele Gentile, allora sottosegretario del Ministero dei Trasporti, in visita nella città dello stretto per organizzare un piano d’intervento. E di lì a qualche settimana il Governo Prodi annunciò lo “stato di emergenza”, quello regionale di Cuffaro lo “stato di calamità”. Furono promessi fondi per garantire la sicurezza, per prevenire altre tragedie di quella portata, per realizzare quelle opere di urbanizzazione ormai indispensabili. Ma non arrivò mai nemmeno un euro, né dai vecchi né dai nuovi governi nazionale e regionale.

    «A tutt’oggi niente è stato fatto, e permane la stessa situazione di pericolo», ci conferma l’Ingegnere L'alluvione del 25 ottobre 2007 ha causato mln di euro di danni (ft) Capo del Genio Civile Gaetano Sciacca, che da allora l’iter per la programmazione degli interventi di messa in sicurezza di torrenti e colline l’ha seguito personalmente. «Abbiamo fatto un lavoro enorme, perché abbiamo redatto una relazione tecnica con tutte le carenze del territorio, la segnalazione delle emergenze e il piano di intervento. Dovevamo evitare fenomeni speculativi da parte delle singole amministrazioni, e in poche settimane siamo arrivati a stilare un documento condiviso, che abbiamo trasmesso alla Prefettura nel mese di dicembre 2007. Da allora, il silenzio».

    Non è la prima volta che i politici nazionali effettuano le proprie passeggiate propagandistiche in riva allo Stretto alla caccia di consenso. Ricordiamo sempre Prodi a Fondo Fucile, promettendo lo sbaraccamento di un’area che ancora adesso continua a fare bella mostra di sé. Ma anche gli esponenti dell’attuale maggioranza a giustificare il più scandaloso scippo ai danni di Messina, quello dei fondi Ex-Fintecna, anche in quel caso promettendo nuovi fondi che ancora nessuno ha visto. Possiamo quantomeno manifestare il nostro sdegno nei confronti di una classe politica a tutti i livelli indifferente nei confronti dei problemi reali dei cittadini?

    Francesco Torre

    A Messina più assessori che a Roma - tutti i numeri della politica in Sicilia

    Un politico ogni 1.523 abitanti nei comuni capoluogo, uno ogni 11.385 abitanti nelle province. In tutto, 1.404 rappresentanti dei partiti, senza contare quelli presenti alla Regione e nei comuni minori. I numeri del potere politico in Sicilia, ben al di sopra di quelli della media nazionale (dove, a livello provinciale, abbiamo un amministratore ogni 14.496), mostrano chiaramente che quella che ormai socialmente viene definita “la casta” non solo garantisce per sé privilegi e stipendi d’altissimo profilo, ma nella nostra regione è formata da un numero ben al di sopra delle reali esigenze del territorio, sovraffollando consigli provinciali, comunali e circoscrizionali in qualche caso addirittura ben oltre le possibilità date dalla legge.

    A livello provinciale, la più alta concentrazione di politici si presenta ad Enna, dove si conta un rappresentante dei partiti ogni 5211 abitanti, un dato praticamente tre volte superiore a quello nazionale. Al contrario, la provincia meno affollata risulta essere Palermo, con 1 politico ogni 21.309 abitanti. Il primato assoluto nel numero di poltrone va invece a Messina, che tra consiglio e giunta ne somma addirittura 61.

    Se accendiamo i riflettori sui comuni capoluogo, però, il record di “densità politica” spetta a Siracusa, con 1 amministratore ogni 682 abitanti, anche se ben messe in graduatoria sono anche Enna (1 su 721) e Trapani (1 su 722). Bella figura – si fa per dire – continua a fare Palermo, con un politico ogni 3598 cittadini, ma è evidente come le città maggiori, proprio per le restrizioni imposte dalla legge, non possano forzare più di tanto i numeri dei componenti di consiglio e giunta, avendo peraltro numerosi “ammortizzatori” per piazzare tutte le poltrone di cui necessita la casta di riferimento (a partire dai consigli circoscrizionali fino ad arrivare alle società municipalizzate). Il Comune di Catania, comunque, può fregiarsi del titolo di amministrazione siciliana con il numero maggiore di politici, ben 205.

    C’è di peggio. Benché, infatti, il tetto massimo del numero dei politici nei vari consigli comunali, provinciali e circoscrizionali sia previsto nel Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali (D. Lgs n. 267 del 18 agosto 2000), pure in molti casi tali prescrizioni si rivelano lettera morta. Per esempio, la legge sopraccitata prevede che i consigli provinciali delle città con popolazione residente – sempre provinciale, s’intende – compresa tra 300 mila e 700 mila abitanti non possano superare il numero di 30 rappresentanti dei partiti. Come si spiega allora che alla Provincia di Messina (662.450 abitanti) i consiglieri provinciali siano addirittura 45, cioè quanto quelli di Catania e di Palermo, che pure al massimo – avendo una popolazione compresa tra 700 mila e 1 milione e 400 mila – potrebbero averne 36? Come possiamo notare, solo valutando questo esempio scopriamo che nelle tre maggiori provinciali ci sono 33 consiglieri in più di quanti ne prevede la legge. Consiglieri che prendono regolare stipendio, che hanno indennità di servizio, rimborsi spese e tutti gli altri benefit della casta. Che vivono, nell’illegalità, sulle spalle dei contribuenti.

    Sprechi, abusi, anomalie, situazioni al limite della decenza, per lo più occultate o considerate normali, che riguardano il numero dei politici nei comuni e nelle province capoluogo siciliani. Di questo ci occuperemo nel prosieguo di questa inchiesta, dove analizzeremo le amministrazioni della Sicilia orientale, e nel corso della prossima, che sarà pubblicata tra una settimana e che avrà come oggetto gli enti della parte occidentale della grande isola.

    A MESSINA IL RECORD DELLA GIUNTA (16 COMPONENTI CONTRO I 13 DI ROMA), A CATANIA QUELLO COMPLESSIVO DEI POLITICI, 262.

    Le giunte più affollate della Sicilia? A Messina, dove sia al Comune che alla Provincia i politici si riservano ben 16 poltrone ad ente. In pratica, nella città dello Stretto gli assessori possono formare due squadre di calcio comprese di panchina. Merito del sindaco Buzzanca e del Presidente Ricevuto, che per accontentare tutti i partiti della coalizione hanno fatto valere il motto “melius abundare, quam deficere”. Lo sappiamo, una delega non si nega a nessuno, sarebbe un gesto di scortesia, e poco importa che la capitale d’Italia, Roma, città con oltre un milione di abitanti, venga governata da giunte comunali e provinciali composte solo da 13 politici, siamo o no una regione a statuto speciale? E Messina è la città speciale nella regione speciale. Lo dicono i numeri. 227 politici, 166 al Comune con una percentuale di uno ogni 1.469 abitanti, 61 alla Provincia (uno ogni 10.859). Numeri solo recentemente ridotti grazie al provvedimento dell’ex commissario straordinario Sbordone, che nel 2005 – seppure avversato da tutto il consiglio comunale – ha approvato un netto taglio delle circoscrizioni, da 14 che erano alle 6 attuali. Della violazione del Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali in merito ai componenti del consiglio provinciale abbiamo già detto. Anche al Comune, però, si registra un’anomalia. Perché 42 consiglieri quando il decreto legge n. 267 del 18.08.2000 ne prevede, per una città con abitanti compresi tra 150 mila e 250 mila (e Messina né 243.997, rilevamento dicembre 2007), al massimo 40?

    E’ Catania, comunque, a detenere il record del numero dei politici. Tra Comune e Provincia, infatti, questi sono in tutto 262. 12 componenti di giunta e 45 consiglieri per ente, e in più 148 consiglieri di quartiere. In pratica, un politico ogni 1.458 abitanti al Comune, uno ogni 18.504 alla Provincia. Proporzioni che, comunque, se messe in confronto per esempio con quelle del Comune di Bari, per dimensione e numero di abitanti assimilabile all’ente etneo, non sfigurano poi nemmeno tanto. Anche nel capoluogo pugliese, infatti, i politici al comune sono in tutto 205, ma con una percentuale sensibilmente più virtuosa, uno ogni 1.1573 cittadini. Le due città sono gemellate anche dal punto di vista del numero dei consiglieri provinciali, 45 ciascuna. Con l’unica differenza che Bari, in quanto città con popolazione superiore a 1 milione 400 mila abitanti, è pienamente in regola con la normativa vigente, Catania (1 mln 54.778) assolutamente no.

    Francesco Torre

    Corte dei Conti condanna Leonardi al risarcimento di 129 mila euro

    Danno erariale al Comune a causa di una consulenza esterna dichiarata dalla Corte illegittima

    Salvatore LeonardiMessina. Un film già visto. Protagonista: Salvatore Leonardi, ex sindaco di Messina ed ex presidente della Provincia, decano della politica messinese. Antagonista: Corte dei Conti. Trama: il sindaco di una città senza regole approfitta della propria posizione per concedere ad un protetto un’inutile consulenza esterna da 129 mila euro, ma l’intrigo viene svelato da alcuni magistrati. Titolo: A che servono questi quattrini?

    Non c’è niente da fare, quella tra Turi Leonardi e la Corte dei Conti è proprio una sfida infinita. Solo nel corso del 2008, infatti, l’ex presidentissimo è stato chiamato in giudizio ben 4 volte, registrando peraltro una sconfitta molto dolorosa. Dopo il precedente affondo (sentenza 499/2008) con il quale la Corte condannava Leonardi a risarcire 75 mila euro alla Provincia, più interessi legali e rivalutazione monetaria, l’1 ottobre la sezione giurisdizionale d’appello depositava e pubblicava una nuova sentenza che sanciva un’ulteriore, e più gravosa, batosta.

    Naturalmente il tema è sempre quello, incarichi di consulenza esterna. Stavolta, però, cambiano luogo e protagonisti. «Il dott. Salvatore Leonardi, nella qualità di sindaco di Messina», apprendiamo dalla sentenza n. 284/A/2008, «con determinazione n. 45 del 17.2.1999 avviava il procedimento selettivo per il conferimento di un incarico ad un soggetto esterno all’amministrazione per la realizzazione di un progetto-obiettivo avente ad oggetto lo “studio di ipotesi e predisposizione iniziative propedeutiche alla costituzione di un organismo di partecipazione democratica dei giovani all’elaborazione della programmazione della politica giovanile nel Comune di Messina”. A conclusione di tale procedimento, conferiva all’avv. Francesco Gallo (poi anche assessore alla cultura in era Genovese, nda) l’incarico di cui sopra per la durata di anni uno rinnovabile, e per un compenso mensile pari al trattamento economico previsto per la seconda qualifica dirigenziale». Incarico che, grazie a ben 2 proroghe, è stato rinnovato da Leonardi fino al 18.12.2002, e il cui compenso complessivo è arrivato alla esorbitante cifra di 129 mila 63,65 euro.

    Ritenuto sin da subito illegittimo e inutile dal procuratore regionale, l’incarico conferito dal mitico Turi (che non smette mai di stupirci) finisce ben presto innanzi alla sezione giurisdizionale della Corte dei Conti. Qui l’ex sindaco viene accusato non solo di negligenza e leggerezza gestionale, ma anche di vero e proprio dolo, in quanto per legge (art. 51, comma 7, della legge nazionale n. 142 del 1990), l’incarico poteva e doveva essere svolto da professionisti interni all’amministrazione. Una posizione, però, che non condivisa dal giudice di primo grado, che con la sentenza n. 185 del 30.11.2007 dichiara Leonardi esente da responsabilità amministrative. Da qui alla sentenza d’appello il passo è breve. Il 16 luglio 2008, in camera di consiglio, il presidente della sezione giurisdizionale d’appello, dott. Antonino Sancetta, e gli altri consiglieri condannano l’allora sindaco «al pagamento in favore del Comune di Messina di € 129.093,65, oltre rivalutazione monetaria, calcolata dalle date delle quietanze apposte dall’avv. Francesco Gallo ai mandati di pagamento, e interessi legali». Condannano, inoltre, lo stesso «al pagamento delle spese processuali che liquida in complessivi 487,50 euro».

    L’AVVOCATO DI LEONARDI? ANCHE LUI E’ STATO CONSULENTE ESTERNO

    Raffaele Tommasini Messina. Che doccia fredda per Salvatore Leonardi e per il suo avvocato, Raffaele Tommasini. Vincere in primo grado, e subire una così cocente sconfitta in appello! Ma i due, immaginiamo, avranno preso la notizia con filosofia. D’altra parte ci sono cose più importanti nella vita, come l’amicizia. E amici devono esserlo sul serio l’ex sindaco ed il suo avvocato, se è vero nel 1999 anch’egli era stato beneficiato dal generoso Leonardi di una consulenza esterna al Comune di Messina, e che insieme avevano pure condiviso l’esperienza della dirigenza dello IACP (esperienza per la quale sempre la Corte dei Conti li aveva condannati con sentenza 3513 del 2004 per un’illecita liquidazione dell’indennità di risultato). Ma anche questo è un film già visto: “Amici Miei” (risarcimento secondo).

    Francesco Torre

    October 16

    UN FILM DA "LO SPASIMO DI PALERMO" DI VINCENZO CONSOLO

    “Lo Spasimo di Palermo” diventerà un film. Il romanzo di Vincenzo Consolo, dieci anni dopo la prima uscita nelle librerie, sarà ridotto per il cinema su iniziativa di una casa di produzione francese. Un importante debutto poiché mai prima d’ora le opere letterarie del grande autore siciliano avevano preso vita su grande schermo, nonostante la sua incredibile e mai sopita passione per quella che proprio nello “Spasimo” egli definisce, alla maniera di Jean Cocteau, la “deuxième muse”.

    «Uno scrittore che ha il coraggio di mettere a confronto lo splendore della forma e l’orrore della storia». Con questa felice sintesi il prof. Romano Luperini ha presentato, sabato 27 settembre alla Casa della Cultura di Rinella, Vincenzo Consolo nel momento della consegna del premio “Dal testo allo schermo”, cerimonia avvenuta nell’ambito del SalinaDocFest diretto da Giovanna Taviani. E non poteva esserci migliore cornice per dare in anteprima l’annuncio della futura trasposizione su grande schermo di uno dei romanzi più noti e importanti dello scrittore siciliano, “Lo Spasimo di Palermo” (Mondadori, 131 pagine, 7,80 euro). Un testo il cui intreccio si sviluppa proprio a partire da uno spunto cinematografico, la proiezione della copia restaurata della saga di “Judex” (11 episodi realizzati tra il 1916 e il 1918, in piena Guerra Mondiale), nobile giustiziere vestito di velluto nero, con cappello a larghe tese e cappa con fibbie d’argento, reso popolare al cinema da quel genio dei film seriali tratti dai fumetti d’inizio secolo che è stato Louis Feuillade, acclamato regista delle pellicole di “Fantômas”. Sarà proprio il ricordo dell’eroe mascherato “Judex”, infatti, a spingere il protagonista dello “Spasimo”, lo scrittore Gioacchino Martinez, a compiere un atipico viaggio “à rebours” al fine di recuperare la memoria del padre ucciso dai nazisti. Un viaggio mentale ma anche reale, tra Palermo, Milano e Parigi, che illustra magistralmente lo sgomento dell’autore di fronte all’orrore della storia e all’oscenità del potere, sentimento che l’autore assimila almeno visivamente con quello della Vergine di fronte al Cristo che crolla sotto la Croce, immagine emblematica tratta dal quadro di Raffaello noto come “Andata al Calvario”, dipinto per la Chiesa di Santa Maria dello Spasimo alla Kalsa (da cui il titolo del romanzo) e attualmente esposto al Museo del Prado di Madrid.

    Della versione cinematografica dello “Spasimo”, comunque, Consolo non ha voluto rivelare molto, solo che la produzione sarà francese e che ha già letto e approvato la sceneggiatura, molto bella, scritta da un’autrice e regista transalpina. Il riserbo dello scrittore di Sant’Agata di Militello è peraltro giustificato se pensiamo che si tratta della prima trasposizione cinematografica di un suo romanzo. «Dai miei libri non è mai stato tratto un film, sono sempre stato considerato un autore troppo difficile», ci confessa infatti molto candidamente Consolo, senza ironia, salvo poi rivelare che la presunta “difficoltà” dei suoi testi letterati non è stato l’unico ostacolo per il successo cinematografico delle sue opere. In passato, infatti, anche “Il sorriso dell’ignoto marinaio” avrebbe potuto diventare un film, e lo sarebbe stato se logiche del tutto estranee a questioni artistiche non ne avessero bloccato la produzione. Come ci racconta lo stesso autore, «era il 1978 e la Rai aveva commissionato a me e al regista Salvatore Maira una sceneggiatura tratta dal “Sorriso”, sceneggiatura di cui peraltro conservo ancora una copia a Milano. Poi però il progetto saltò perché allora per lavorare in Rai dovevi essere o democristiano o socialista ed io invece non possedevo alcuna tessera di partito».

    Altra storia, invece, è quella che riguarda “Il memoriale di Basilio Archita”, racconto di chiusura de “Le Pietre di Pantalica”, la cui idea di film è nata e morta addirittura senza che Consolo sapesse nulla. A svelare il segreto di questo tentativo, proprio mentre lo scrittore ritirava a Salina la targa dorata realizzata dall’artigiano orafo di Palermo Roberto Intorre, il regista Vittorio Taviani, componente del comitato d’onore del festival diretto dalla figlia Giovanna. Il maestro de “La Notte di San Lorenzo” e “Kaos”, che insieme con il fratello ha scritto alcune delle pagine più belle del cinema italiano, ha infatti ipnotizzato la platea raccontando i tragici eventi riportati da Consolo in quel testo – l’eccidio di cinque clandestini somali in una nave greca, ripugnante episodio di razzismo tratto dalle cronache di fine ’80, e riprodotto in forma letteraria su iniziativa di Eugenio Scalfari, allora direttore dell’Espresso - e le motivazioni che hanno spinto i due cineasti ad abbandonare l’impresa: «per quella forza scientifica, tecnica e misteriosa che è il cinema», ha svelato Vittorio Taviani, «quella sceneggiatura ci stava trasportando in una dimensione in cui la follia, l’atrocità contenuta in quel fatto di cronaca stavano oltrepassando i limiti della sopportazione». Una vera e propria lezione di etica cinematografica, quasi anacronistica se si pensa a quanto importante in senso commerciale sia diventato negli ultimi anni abbattere ogni limite della rappresentazione, rincorrere l’immagine più truce, il dettaglio più spietato, giungere all’esplicitazione visiva di ogni istinto più basso dell’uomo.

    Insomma, se “Lo Spasimo di Palermo” sarà il primo film tratto dai romanzi di Vincenzo Consolo, pure queste testimonianze ci danno conferma delle grandi e per molti versi inesplorate potenzialità e suggestioni visive dell’opera letteraria del maestro siciliano. Non a caso, è lo stesso autore a rivelarci di aver sempre avuto un forte legame con la settima arte, sin dagli anni della formazione, da quando in un Liceo di Barcellona Pozzo di Gotto un professore di filosofia, antesignano di quel mitico Henry Langlois che negli anni d’oro della Cinémathèque Française curò l’apprendistato dei futuri protagonisti della Nouvelle Vague, portava gli alunni al Cinema Maya (nome creato dallo stesso docente, in riferimento al “velo di Maya” schopenhaueriano che separa la finzione dalla realtà che il filosofo deve scoprire) a esplorare i tesori del neorealismo. «Ero un gran divoratore di film, e lo sono tuttora», ci dice Consolo, che non può che valutare positivamente il rinnovato interesse del cinema italiano contemporaneo nei confronti della realtà storica e sociale del nostro paese: «Ho amato “Gomorra”, credo sia un grande romanzo e un bellissimo film, e penso che il cinema italiano stia vivendo una svolta che non è solo artistica, perché rappresenta il segno di un sano senso di indignazione nei confronti dell’oscenità del potere, un’oscenità che è mondiale, ma di cui l’Italia con i suoi meccanismi sociali e politici di tipo “fascistico” porta oggi la bandiera».

    Francesco Torre